Qualche giorno fa, nel giorno del mio anniversario, mi son chiesto perché tendiamo a dare sempre più enfasi alle feste collettive, come Natale, Capodanno e Pasqua, mentre sottovalutiamo la ricorrenza della nostra nascita. Noto con il passare degli anni che è sempre più sentito il bisogno di scambiarsi gli auguri e di diffondere, più o meno ipocritamente, una specie di fratellanza universale nei giorni che precedono le festività collettive, con persone che poi magari durante l’anno non vediamo più. Il motivo mi sembra abbastanza chiaro seppur molto preoccupante, ed è quello che il bisogno di appartenenza al gruppo colma il vuoto della nostra specificità.
Un altro segno paradossale dei nostri tempi è quello che il ricordare l’account e i vari pin per esistere nel mondo informatico e social ci dà l’illusione di essere diversi e protetti, ma poi quegli stessi codici ci immergono in un mare di uguaglianze, dove vogliamo che tutti sappiano di noi, anche se poi ci assale il dubbio che la vita che stiamo facendo, forse, non rispecchia per nulla ciò che siamo per davvero. L’etimologia della parola “paradosso” è “andare contro (para) l’opinione (doxa)”. Propongo una via per curare i molti paradossi cui siamo sottoposti quotidianamente, quasi una sorta di cura omeopatica, che guarisca la patologia con una sostanza simile (da omeo-simile, pathos-sofferenza): vivere il nostro paradosso per cacciare i paradossi della società.
Lo psicologo Jacques Lacan diceva che dovremmo sempre saper rispondere alla domanda “hai agito in conformtà al desiderio che ti abita?”. Il desiderio che abita la nostra interiorità è rispettare la nostra vocazione e liberare il nostro talento. I talenti degli antichi erano unità di misura per metalli preziosi, e dunque il talento è il nostro bene più prezioso, fonte di felicità e luce della nostra creatività. Nella Repubblica di Platone il mito di Er racconta che, prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi sceglie un destino particolare, unico, personale. Tuttavia, nel venire al mondo, dimentichiamo tutto questo, e sarà un daimon, il nostro “angelo custode”, a ricordarci in vita il nostro vero destino. James Hillman, nel libro Il codice dell’anima, ci ricorda che il nostro “codice identificativo” non è una sterile sequenza di caratteri e cifre che compongono i nostri pin e account informatici, ma è qualcosa di molto più profondo e difficile da trovare: si tratta della nostra vocazione, l’unica vera Legge, il vero e unico motivo per cui siamo stati chiamati (vocati) in questa vita.
La vera colpa, in definitiva, è non rispettare questa Legge, non agire in conformità al nostro desiderio, non ascoltare la voce del daimon. Nel suo libro Il Processo Kafka narra della vicenda di un signore di trent’anni, Joseph K., che una mattina si sveglia trovandosi inspiegabilmente in stato di arresto. Non sa di cosa sia incolpato e dice di non conoscere la Legge. Ma è proprio così – obietta il Tribunale – che ragionano coloro che si limitano a lasciarsi vivere e non si occupano di conoscere la propria Legge, quella arcana e personalizzata che segue le vie del talento individuale. Il capo d’accusa è quindi il “venir meno a se stessi”. Il finale de Il Processo è curioso e significativo; il signor K. giunge davanti alla porta della Legge, che gli darebbe accesso alla libertà, e chiede la chiave al cappellano del carcere. Fra preghiere e lusinghe, attese e tentativi di corruzione, il signor K. rimane davanti alla porta fino a quando muore e, solo in quel momento, il custode la chiude, perché l’accesso a quella porta, da sempre aperta, era riservato solo all’inconsapevole prigioniero.
Quello che ci ha insegnato Kafka con il suo racconto immaginario è che rinunciare alla nostra vita personalizzata significa rinunciare alla libertà. Lo stesso tema è sviluppato nel libro Fuga dalla libertà di Eric Fromm, dove viene magistralmente spiegata la dinamica perversa nelle forme di autoritarismo del Novecento, che hanno condotto l’umanità alla distruzone di massa. Per il singolo individuo sociale è più facile seguire la voce del dittatore che quella del daimon, nel senso che il bisogno di appartenenza alla Legge collettiva è sempre più suadente del bisogno di intraprendere percorsi solitari, diversi da quelli del vile conformismo. Lo stesso avviene a coloro che navigano in mare aperto, che godono inizialmente della libertà di orizzonti infiniti, ma che dopo alcuni giorni vengono inevitabilmente sopraffatti dalla “nostalgia della terra”, che è necessità di approdo in un porto sicuro dove gettare le ancore.
Non è un caso che la parola latina sinus significhi “approdo, baia” e che la terra è l’elemento che più si associa alla figura della Grande Madre nella mitologia antica. Tutto ciò ci riporta alla prima e più importante lotta per la diversità, quella che abbiamo vissuto al momento del parto, quando nascere in un mondo ostile era abbandonare il paradisiaco utero materno, e questa è stata una sofferenza che non potremo mai dimenticare.
Quell’inspiegabile “bisogno di appartenenza” che tanto condiziona la vita delle persone è allora, alla fine, nostalgia di utero e di madre. Ma ognuno di noi ha il diritto, nonché il dovere, di vivere nel pieno della propria diversità, che è desiderio della propria Legge. Il figlio deve avere la forza di vivere il “desiderio della propria differenza”, così come la vera genitorialità è quella di amare il figlio per questa differenza. Il vero genitore deve saper amare il figlio nel suo essere diverso dalle aspettative di famiglia, e così essere figli giusti vuol dire, alla fine, essere figli eretici dell’eredità genitoriale.
Il vero “pin” che apre la porta della nostra vera libertà è un codice alfa numerico difficile da trovare, ma è questo, mi sembra, l’unico segreto che ci permetterebbe di vivere felici e in sintonia con noi stessi, fedeli al nostro destino e non a quello che ci sforziamo di vivere per paura di non essere amati e considerati dagli altri. Festeggiate di più i vostri compleanni, viziatevi quando potete, prendetevi cura di voi, dedicate una parte della giornata al benessere fisico e alla lettura dei vostri libri preferiti, coltivate i talenti, non trascurate i piaceri della vita. Abbiate anche il coraggio di vivere la vera eccentricità, che è vivere fuori dal conformismo (ex- centrum, fuori centro), lontani dal pensare comune, un po’ paradossalmente (contro opinione appunto), quasi sembrando un po’ strani se non addiritttura pazzi. Ma sono i gesti di follia a renderci davvero felici, come gli amori pazzi e sconsiderati. Certo, ci vuole coraggio a vivere la diversità, ma anche coraggio vuol dire “agire col cuore”, “seguire la via del cuore”, come ci consiglia Carlos Castaneda:
Tutte le strade sono uguali, non conducono in nessun posto.
Ci sono vie che passano attraverso la boscaglia, o sotto la boscaglia.
Questa strada ha un cuore?
E’ l’unico interrogativo che conta.
Se ce l’ha, allora è una buona strada.
Se non ce l’ha, è da scartare.





Uno degli esempi più illustri di parricidio artistico è quello di Pablo Picasso. “En arte hay que matar el padre” confidò il pittore andaluso ad un amico quando, nell’autoritratto Yo Picasso del 1901, decise di sostituire definitivamente il cognome paterno con quello della madre. Il padre, don José Ruiz, era un modesto pittore specializzato in quadri da soggiorno in cui i piccioni apparivano come soggetto prevalente. Era anche professore alla scuola di Belle Arti a Barcellona, qualifica che mascherava un fallimento artistico messo ancor più in evidenza dal talento smisurato del figlio. Non deve pertanto stupire l’abbandono della prestigiosa Accademia Reale di Madrid, nella quale Pablo venne iscritto con l’ausilio finanziario dello zio don Salvador Ruiz, medico di Malaga e orgoglioso di dare lustro a quel cognome di famiglia che solo qualche anno dopo il nipote avrebbe rinnegato.
Canone cancrizzante è un’opera di Escher, famoso grafico e incisore olandese, il cui stile inconfondibile era quello di raffigurare nel medesimo contesto prospettive surreali e contrastanti (scale e cascate che sembrano scendere ma anche salire, figure che si compenetrano con i loro sfondi, ecc..). Il granchio di Escher avanza e indietreggia allo stesso tempo, cosa che ci ricorda lo strano e goffo andamento del crostaceo in natura. Il titolo dell’opera si ricollega al canone cancrizzante (o inverso) di Bach nell’Offerta Musicale, in cui il tema può essere letto da capo a fine o viceversa, come se si riflettesse allo specchio.
Questa ambiguità tra avanzamento e indietreggiamento è una delle principali caratteristiche del quarto segno dello zodiaco, il Cancro. Potremmo anche definirla come tendenza alla regressione vitale, e nessuno più dei nativi di questo segno è sedotto da quello che in psicologia è noto come richiamo dell’utero materno, che nell’infanzia si trasforma in legami fusionali con la madre e più tardi negli anni diventa complesso materno più o meno accentuato. “Cerca la madre, troverai il Cancro” (o viceversa) potrebbe essere la sintesi estrema per definire questo segno. Regressione all’utero significa in pratica “vivere molto di più il passato che il presente”. Ricordi, nostalgie, relazioni idealizzate e poi vanamente inseguite, legami a schemi familiari, compulsività verso il cibo e ogni bisogno primario (surrogati del seno materno), ecco il mondo dei Cancro, popolato dai fantasmi dell’infanzia e dell’adolescenza, quando l’amore incondizionato della madre era l’unico insostituibile e non poteva essere messo in discussione. Non solo il passato, ma anche il futuro può condizionare e deformare la vita di questi esseri così teneri e sensibili. L’immaginato, l’irreale (o surreale), le fantasie, i voli pindarici, i sogni (un altro motto potrebbe essere “sognerà la sua vita se non può vivere il suo sogno”), insomma tutto pur di evitare la rude e prevedibile realtà o il noioso tran tran della quotidianità.