Verso la metà del secolo scorso la psicologa russa Anne Schutzenberger ha riscontrato la presenza di misteriose coincidenze tra date di nascite, matrimoni, incidenti e decessi nei diversi membri dello stesso albero genealogico familiare, al punto da ritenere fondata la presenza di un campo psichico che agisce su due o più generazioni di discendenti. Se allarghiamo il concetto di famiglia ai cosmologi, non dovremmo allora sorprenderci più di tanto che Stephen Hawking nasce l’8 gennaio 1942, trecento anni esatti dopo la morte di Galileo, e muore il 14 marzo, lo stesso giorno in cui nacque Einstein quasi centoquarant’anni or sono. Va detto che Galileo, Einstein e Hawking furono di sicuro imparentati da una comune tempra caratteriale, per essere stati uomini dallo spirito rivoluzionario capaci come pochi altri di sconvolgere le teorie scientifiche dell’era moderna con idee audaci e meravigliose.
Nessuno forse più di loro intuì che l’universo è un unico organismo pulsante, come del resto avvalorato dalla moderna teoria dell’entanglement. Se già Galileo disse che “non si può cogliere un fiore senza turbare una stella” e Einstein immaginò l’intero universo come un gigante mollusco, con regioni più o meno dense capaci di deformare con la gravità spazio e tempo nelle loro vicinanze, anche le ricerche di Hawking furono in sintonia con quella da lui stesso battezzata “teoria del tutto”, divenuto il titolo di un film che narra della sua vita, contrassegnata per oltre 55 anni da una terribile malattia invalidante come la sclerosi laterale amiotrofica.
Per comprendere a fondo la portata delle scoperte dello scienziato di Oxford, dobbiamo andare un pò indietro nel tempo, e precisamente al 5000 avanti Cristo, anno in cui sant’Agostino fa coincidere la creazione divina dell’universo nel De civitate dei. Alla domanda “che cosa facesse Dio prima di creare l’universo” Hawking scherzosamente rispose che “il creatore stava preparando l’inferno per le persone che fanno domande del genere”. In verità l’ipotesi che la vita dell’universo ebbe origine nell’istante di un’enorme esplosione (nota come big bang) è quella che riscuote ancor oggi maggior credito tra i cosmologi. La prova più evidente di tale teoria è costituita dal “lampo di luce primordiale”, riscontrabile nei raggi a microonde che si espandono uniformemente in tutte le direzioni dell’universo.
Le creature universali predilette da Hawking furono senz’altro i buchi neri, condensati di masse stellari a densità elevatissima, capaci di generare campi gravitazionali così forti da cui neppure alla luce è permesso di sfuggire. La cosmologia è sufficientemente concorde nel ritenere che anche la morte dell’universo, così come la sua nascita, avverrà in un unico istante temporale, quando cioè tutte le galassie saranno tanto vicine da gravitare contemporaneamente in un unico buco nero (teoria del big crunch).
In definitiva, la teoria della relatività generale di Einstein ci ha insegnato che è la forza di gravità, con la sua capacità di incurvare lo spazio-tempo, a decidere che l’universo ha un inizio e una fine. Il grosso problema, rimasto tuttora un enigma, è che nelle cosiddette singolarità (come il big bang, il big crunch o gli stessi buchi neri), la relatività generale non è in grado di fare predizioni, per il semplice fatto che anche ogni tipo di informazione visibile viene assorbita dalla densità infinita e dall’infinita curvatura dello spazio-tempo. Per un motivo simile succede che è nota nei minimi dettagli l’evoluzione dell’universo da un decimillesimo di secondo dopo la creazione fino ai successivi tre minuti, mentre regna un profondo mistero su cosa sia accaduto prima di quell’istante infinitesimo.
Per predire con una certa precisione l’inizio e la fine dell’universo, così come la vita dei buchi neri nei loro ultimissimi istanti, bisogna inevitabilmente risolvere il più grande problema rimasto ancora irrisolto nella scienza moderna, e cioè quello di unire due teorie molto diverse tra loro come la relatività generale e la fisica quantistica. Hawking propose una teoria quantistica sulla gravità incentrata sul concetto di “assenza di confine”.

La sua idea rivoluzionaria fu quella di immaginare l’evoluzione dell’universo su sezioni orizzontali di una sfera come il globo terrestre: i paralleli costituirebbero i bordi dell’espansione spaziale dell’universo mentre lungo i meridiani scorrerebbe il tempo immaginario, indistinguibile da direzioni nello spazio. Il big bang corrisponderebbe così al Polo Nord, da cui scendendo si raggiungerebbe l’espansione massima assunta all’altezza dell’equatore, fino alla successiva contrazione verso il Polo Sud dove avverrebbe il big crunch. Non esisterebbero dunque confini né all’inizio né alla fine dell’universo, così come non esistono di fatto confini spaziali ai poli terrestri. L’universo sarebbe in tal caso completamente autonomo, autosufficiente e tutto racchiuso in se stesso, senza confini e senza margini, senza inizio e senza fine.
Ironicamente potremmo infine osservare che a Stephen Hawking, il più grande eretico della scienza moderna per aver osato affermare che non può esserci né tempo né spazio per un Dio creatore, la vita ha concesso per lo meno la grazia di non seguire le orme di un suo illustre predecessore, il cosmologo Giordano Bruno, atteso dalla tragica fine del rogo in una cupa e silenziosa alba del 17 febbraio 1600 in piazza Campo dei Fiori a Roma.

Uno degli esempi più illustri di parricidio artistico è quello di Pablo Picasso. “En arte hay que matar el padre” confidò il pittore andaluso ad un amico quando, nell’autoritratto Yo Picasso del 1901, decise di sostituire definitivamente il cognome paterno con quello della madre. Il padre, don José Ruiz, era un modesto pittore specializzato in quadri da soggiorno in cui i piccioni apparivano come soggetto prevalente. Era anche professore alla scuola di Belle Arti a Barcellona, qualifica che mascherava un fallimento artistico messo ancor più in evidenza dal talento smisurato del figlio. Non deve pertanto stupire l’abbandono della prestigiosa Accademia Reale di Madrid, nella quale Pablo venne iscritto con l’ausilio finanziario dello zio don Salvador Ruiz, medico di Malaga e orgoglioso di dare lustro a quel cognome di famiglia che solo qualche anno dopo il nipote avrebbe rinnegato.


Canone cancrizzante è un’opera di Escher, famoso grafico e incisore olandese, il cui stile inconfondibile era quello di raffigurare nel medesimo contesto prospettive surreali e contrastanti (scale e cascate che sembrano scendere ma anche salire, figure che si compenetrano con i loro sfondi, ecc..). Il granchio di Escher avanza e indietreggia allo stesso tempo, cosa che ci ricorda lo strano e goffo andamento del crostaceo in natura. Il titolo dell’opera si ricollega al canone cancrizzante (o inverso) di Bach nell’Offerta Musicale, in cui il tema può essere letto da capo a fine o viceversa, come se si riflettesse allo specchio.
Questa ambiguità tra avanzamento e indietreggiamento è una delle principali caratteristiche del quarto segno dello zodiaco, il Cancro. Potremmo anche definirla come tendenza alla regressione vitale, e nessuno più dei nativi di questo segno è sedotto da quello che in psicologia è noto come richiamo dell’utero materno, che nell’infanzia si trasforma in legami fusionali con la madre e più tardi negli anni diventa complesso materno più o meno accentuato. “Cerca la madre, troverai il Cancro” (o viceversa) potrebbe essere la sintesi estrema per definire questo segno. Regressione all’utero significa in pratica “vivere molto di più il passato che il presente”. Ricordi, nostalgie, relazioni idealizzate e poi vanamente inseguite, legami a schemi familiari, compulsività verso il cibo e ogni bisogno primario (surrogati del seno materno), ecco il mondo dei Cancro, popolato dai fantasmi dell’infanzia e dell’adolescenza, quando l’amore incondizionato della madre era l’unico insostituibile e non poteva essere messo in discussione. Non solo il passato, ma anche il futuro può condizionare e deformare la vita di questi esseri così teneri e sensibili. L’immaginato, l’irreale (o surreale), le fantasie, i voli pindarici, i sogni (un altro motto potrebbe essere “sognerà la sua vita se non può vivere il suo sogno”), insomma tutto pur di evitare la rude e prevedibile realtà o il noioso tran tran della quotidianità.


