Il baratto libertà-sicurezza

Grandi filosofi e psicologi del passato come Nietzsche, Freud e Fromm hanno detto che la libertà è una grande aspirazione umana ma anche un peso da sopportare. Sartre diceva esplicitamente che “la libertà è una condanna”, in quanto pone di fronte alla responsabilità di una scelta individuale, che viene spesso trasferita a coloro che comandano e dimostrano di decidere per il nostro bene, come dimostra la lunga storia delle società civilizzate.

    Esistono due fondamentali e contraddittorie pulsioni nella psiche umana: una pulsione all’apertura, che dà un senso di libertà e spinge alla conoscenza, a viaggiare, a varcare gli orizzonti e a fantasticare una natura senza limiti, e una pulsione alla chiusura, che pone la sicurezza, la protezione e la garanzia come obiettivi primari. E’ una pulsione securitaria, che fa dell’autoconservazione di se stessa il suo fine ultimo. Tale pulsione esclude l’apertura all’ignoto, perché lo teme. Dice Canetti: “l’uomo nulla teme di più di essere toccato dall’ignoto”. L’ignoto, dunque, non è la meta della spinta all’aperto, ma è luogo di timore, che ci espone al tocco intrusivo dell’altro. Il Covid ha chiaramente inasprito questo timore dell’essere toccati da possibili contagi ignoti, lo abbiamo fisicamente vissuto camminando per le strade, con gente che evitava intimorita di passarsi vicino. Ecco allora che la distanza dall’ignoto ci dà sicurezza: un metro, due metri, quattro metri? E’ una distanza salvifica che stabilisce la frontiera tra l’io e il pericolo rappresentato dall’altro.

    Anche politicamente, prima ancora del Covid, sembra essersi affermata un po’ in tutto il mondo una strategia mirata a cavalcare la paura dello straniero e a tutelare la nostra pulsione securitaria (il muro di Trump, la Brexit degli Inglesi, la chiusura dei porti in Italia). Al paradigma neoliberale della globalizzazione dei mercati e della dissoluzione dei confini si è sostituito il paradigma della chiusura e della protezione. Le politiche nazionali sono diventate così sempre più strategie securitarie garanti di gusci protettivi, per proteggere la tendenza dell’essere umano a evitare le eccitazioni provenienti da un esterno reso volutamente nemico e ostile. Il “difforme”, che abita al di là del guscio o al di là della frontiera, va dipinto allora come “deforme”, e questo è stato fondamentalmente il principio che ha alimentato tutti i razzismi e ha giustificato le militarizzazioni, i presidi dei confini e le guerre.

    Come dice bene Recalcati, il confine si ammala quando diventa muro, quando il suo fine non è più scambio o luogo di transito, ma solo protezione, anche se la protezione avviene in cambio della libertà individuale. Il suddito si priva allora dal peso della libertà – che gli permetterebbe di scegliere qualcosa per la sua vita – e si fa obbediente al padrone che in cambio gli promette sicurezza. Freud diceva: “l’essere umano è assetato di obbedienza, cerca un padrone, perché in questo modo si vuole liberare dalla libertà della scelta, dal peso della libertà.” In sostanza, un essere umano è disposto a scambiare la sua felicità in cambio della sua sicurezza. Ma le politiche della sicurezza, per giustificare i loro atti unilaterali e antidemocratici, hanno bisogno di far leva sulla paura della gente. E così non deve stupire più di tanto che il presidente Draghi, nel suo discorso del 6 agosto alla nazione dopo di primo dpcm sul green pass, dica senza mezzi termini che “chi non si vaccina sceglie di morire”.

    Anticipando Draghi, già nel XVII secolo il filosofo Thomas Hobbes diceva che lo Stato esiste perché deve proteggere i suoi cittadini dalla paura della morte. E se la morte arriva dal diverso, dal difforme, dall’ebreo o dal non vaccinato, tutto è giustificato per le azioni dello Stato. Lo stesso Umberto Eco intitola “il fascismo eterno” l’ultima delle sue conferenza, pubblicata postuma, sostenendo che c’è una spinta irriducibile dell’umano a vivere l’altro come un intruso, e che, come diceva Spinoza, porta a preferire le catene alla libertà. Della stessa idea è Eric Fromm, che nel suo libro “Fuga dalla libertà” estende la categoria del sadomasochismo al sociale, sottolineando la propensione della massa a sottomettersi al “grande protettore magico”, garante della tutela in cambio della cessione di libertà individuali.

    Ci dobbiamo infine chiedere se sia giusto barattare la libertà democratica di scegliere cosa fare del proprio corpo e della propria vita    con l’unica sicurezza che lo Stato ci offre. Ma siamo poi certi che quella del vaccino esteso alla totalità dei cittadini sia l’unica sicurezza possibile? Sorge il dubbio, a qualche complottista come il sottoscritto, che sia diventata unica perché sono state sottratte tutte le cure che si sono dimostrate efficaci. Sorge allora un altro dubbio, sempre a noi complottisti no vax, che la verità scientifica sia stata barattata con le logiche di mercato, intese a favorire i big pharma con la manipolazione dei dati della pandemia (su tutti la sovrastima del numero dei morti e la sottostima dei danni gravi post vaccino).

   Concludendo, vorrei ricordare che la parola “scegliere” è affine etimologicamente alla parola “eresia” (scelta, infatti, è la traduzione del greco airesis e del latino haeresis). Sempre i latini ci ricordano che la parola “intelligenza” deriva da inter-legere, che letteralmente significa scegliere-tra. Forza e coraggio, eretici no vax, tamponati e discriminati, siate orgogliosi della vostra intelligenza e della vostra libertà  

Perché Roma fu fondata il 21 aprile?

Non si pensi che la scelta di un territorio su cui fondare le città delle culture millenarie, né tantomeno la fissazione del momento in cui farlo, siano circostanze frutto del caso. Viene per esempio da chiedersi perché le mappe di tre città antiche quali Gerusalemme, La Mecca e Roma siano caratterizzate dalla presenza di sette colli. E’ noto che il numero sette veniva investito di valenze particolari nell’esoterismo antico, ma esiste qualcosa di ancor più specifico che vale la pena di esaminare.

Va innanzitutto detto che gli astri più visibili in cielo – come le Pleiadi, le stelle dell’Orsa Maggiore e Minore – si dispongono spesso a gruppi di sette. Ed è anche per questo che nelle versioni esoteriche dei tarocchi, le Stelle (diciassettesimo degli arcani maggiori) è connotato dalla presenza di sette stelle e una stella più grande, raffigurante probabilmente il sole. Si ricordi inoltre che il motto di Ermete Trismegisto “come in alto così in basso” stabiliva una legge di corrispondenza analogica tra le cose in cielo e quelle in terra, cosicché ci sono validi motivi per credere che i sette colli delle città sante dovessero replicare in terra, in qualche modo, la dislocazione in cielo delle Pleiadi, le famose Sette Sorelle della volta celeste, le stelle sicuramente più note fin dai tempi antichissimi.

Per quanto concerne Roma, una testimonianza scritta della corrispondenza tra i sette colli e le sette Pleiadi la si trova nel libro V dei Fasti di Ovidio, dove il poeta latino fa dire a una delle muse i segreti sulla fondazione della città eterna. In particolare, si narra che la stella Maia – la più centrale e luminosa della costellazione e la cui controparte, sul piano speculare terrestre, sarebbe rappresentata dal colle Palatino, su cui Romolo fondò Roma – fosse la misteriosa divinità tutelare e protettrice di Roma, il cui nome andava rigorosamente tenuto segreto. E la segretezza del suo nome era indotta dal fatto che, per non esporre la città al rischio di attacco nemico, nessuno avrebbe dovuto sapere di questa connessione della stella Maia con la fondazione, che naturalmente si sarebbe rivelato come prezioso indizio della corrispondenza tra i colli, le Pleiadi e la mappa geografica dell’urbe. Si racconta, a proposito, che nell’82 a. C. il tribuno Valerio Sorano sarebbe stato condannato a morte proprio per aver trasgredito questo divieto. La medesima sorte sarebbe toccata anche a Ovidio, ma pare che la pena di morte del poeta fu tramutata in esilio dall’imperatore Augusto. Certo è che la tentazione di rivelare l’arcano su Maia e Roma fu irresistibile per l’abruzzese e giovane provinciale Ovidio, nato a Sulmona, città collocata ai piedi della Maiella e da sempre consacrata alla dea Maia (da cui deriva anche il suo nome).

Ma oltre alla corrispondenza spaziale tra le Pleiadi e i sette colli, vi è anche una coincidenza temporale astrologica che pochi sanno. I fondatori di Roma non potevano infatti non conoscere il calendario mesopotamico, dove la data del 21 aprile fissava l’inizio del secondo segno zodiacale, corrispondente alla costellazione del Toro, e che, non a caso, è l’unica a contenere le 7 Pleiadi.   

L’astrologia secondo Keplero e Goethe

Che tra gli astrologi e gli astronomi non scorra buon sangue è cosa nota. Ciò che naturalmente divide maggiormente queste due categorie di sapienti è il concetto di “influsso planetario”. Gli astronomi, a ragione direi, sostengono che non vi possa essere un influsso fisico dei pianeti del sistema solare sulle vicende degli esseri umani. E questo sembra un punto condivisibile e sensato. Come può, in effetti, un pianeta così lontano da noi, ad esempio Plutone, influire sui nostri comportamenti e sul nostro destino? Neppure la Luna, che ci consiglia quando è meglio andare dal parrucchiere affinché un taglio di capelli possa durare di più, non è alla fine un pianeta che influisce in maniera sostanziale sulla nostra vita. Tra l’altro, gli influssi planetari così concepiti avrebbero i medesimi effetti su tutti gli abitanti della Terra, senza distinzione alcuna.

L’astrologia credibile, quella cioè che dovrebbe modellare il destino degli uomini, non è dunque una questione di influssi fisici a distanza, né tantomeno di causalità, intesa come causa astronomica cui corrisponde un’azione umana. Dalle recenti scoperte della fisica quantistica emerge tuttavia un nuovo mondo, dove non c’è posto alcuno per la causalità, ma in cui tutto avviene simultaneamente all’interno di un mega contenitore cosmico dotato di memoria perenne, come avevano intuito bene già gli antichi Veda con i registri akashici. Secondo questa nuova-antica concezione, l’astrologia assume un altro significato; non è l’influsso dei pianeti che determina le azioni degli uomini secondo una legge di causalità, ma è un simbolismo planetario a fare da cassa da risonanza universale sui caratteri degli individui, e dunque, a stabilire una tendenza prevedibile del loro modo di agire.

Tra gli astronomi, Margherita Hack fu quella che più si è accanita sui malcapitati astrologi, dall’alto di un fare arrogante e schernente che è tipico di alcuni intellettuali dogmatici. Ma probabilmente, la nostra pur rispettabile astronoma toscana non venne mai a conoscenza dell’opinione che uno dei suoi più grandi maestri, tale Johannes Keplero, aveva sull’astrologia:

“In che modo la configurazione del cielo al momento della nascita determina il carattere? Essa agisce sull’uomo durante la sua vita come le cordicelle che un contadino annoda a casaccio attorno alle zucche nel suo campo: i nodi non fanno crescere la zucca, tuttavia ne determinano la forma. Lo stesso vale per il cielo: non dà all’uomo le sue abitudini, la sua storia, la sua felicità, i suoi figli, la sua ricchezza, la sua sposa…però modella la sua condizione…”

A portare acqua al mulino degli incompresi e screditati astrologi, due secoli dopo Keplero, fu anche il grande letterato Johann Wolfgang Goethe, che negli Scritti orfici immortala la “vecchia prostituta della scienza” con questi versi:
“Allo stesso modo in cui nel giorno in cui nascesti / il Sole si offrì al saluto dei pianeti, / così in seguito crescesti in base alla legge di quell’ora. / Così dev’essere, sfuggire non puoi, /già lo dissero profeti e sibille, / e nessun tempo e nessuna forza / può spezzare la forma già coniata che vivendo si evolve.”

Genio e immoralità, compromesso accettabile?

La recente morte di Diego Armando Maradona, eroe moderno delle folle calcistiche nonché personaggio con una vita privata molto discutibile, ci pone di fronte alla questione del controverso connubio tra genialità e immoralità. Ad un uomo che per un decennio ha tenuto vivi i sogni di un’intera nazione come quella argentina e riscattato la condizione di povertà e di inferiorità dei quartieri più disagiati di Napoli, possiamo perdonare il lato oscuro di un carattere irriverente alle regole, che lo portò alla vita dissoluta e a sfondo sessuale delle feste a cui veniva invitato, dove iniziò anche ad assumere la cocaina procurata dalle amicizie con la camorra? E che dire dell’evasione fiscale di una parte delle ingenti cifre guadagnate, oppure ancora, del mancato riconoscimento del figlio nato da una relazione segreta con Cristina Sinagra?

Nella storia dell’umanità sono molti gli esempi di personaggi famosi che hanno vissuto nell’ambivalenza tra un paradiso disseminato di genio e l’inferno di indegne condotte immorali. In questi giorni, il critico Vittorio Sgarbi ha fatto l’accostamento suggestivo tra Maradona e Caravaggio – accusato di due omicidi in una vita molto tormentata – giustificando il male individuale che, nell’esaltazione delle capacità artistiche, si riscatta col generare il bene che poi viene donato alla collettività. A un appassionato di astrologia come me viene più naturale l’accostamento tra il Pibe de Oro e Picasso, entrambi dello Scorpione, segno contraddistinto per un esistenza dai toni drammatici, in uno stato di continua tensione tra spiritualità e materialità, tra idealizzazione e autodistruzione, tra aggressività erotizzata e passioni imperiose. Nella vita privata, il pittore andaluso generò arte sublime ma seminò anche dolore e distruzione tra le donne che gravitarono nella sua orbita; Olga perse il senno e morì nel 1955, Marie-Therese si impiccò nel 1977, Jacqueline si sparò un colpo alla tempia nel 1986, Dora subì diverse crisi depressive dopo essere stata da lui ripetutamente picchiata. Potremmo però dire che Picasso ha sì distrutto materialmente le muse della sua arte, ma in cambio le ha rese spiritualmente immortali con le sue opere.

Di nuovo, come ha fatto Sgarbi, viene da chiedersi se le malvagità a livello morale commesse da Maradona e Picasso siano state compensate con il bene che ci hanno lasciato in eredità. Probabilmente la bellezza eterna e sublime di quadri come Les Mademoiselles de Avignon o Guernica, oppure quella del “gol del siglo” che il talento argentino fece ai mondiali dell’86 con l’Inghilterra, percorrendo metà del campo e scartando mezza squadra avversaria fino ad arrivare in porta con la palla incollata al piede, rimarrà il più equo risarcimento nei confronti dell’umanità per il male morale commesso.

E’ sufficiente dunque la bellezza per redimere dal male? Forse un altro Scorpione come Dostojevskij intendeva anche questo nel dire che “la bellezza salverà il mondo”. Di certo, Baudelaire non sembra avere dubbi in proposito. Lo scrittore francese era del segno dell’Ariete, ma aveva forti valenze scorpioniche nell’oroscopo (per gli “addetti ai lavori”, Marte e Plutone congiunti, molti pianeti nell’Ottava Casa). Per lui la bellezza era lo stato ipnotico per dimenticare le tristezze della vita, la droga per abbandonarsi all’estasi di un effimero momento di gioia. Nella sua opera più importante, “I Fiori del Male”, troviamo la splendida poesia “Inno alla Bellezza”, che mi piace immaginare come l’epitaffio sulla tomba del più grande genio che il calcio abbia mai avuto. Adios Dieguito, descansa en paz.

Venga tu dall’inferno o dal cielo che importa,

Bellezza, mostro immane, mostro candido e fresco,

se il tuo piede, il tuo sguardo, il tuo riso

la porta m’aprono a un Infinito che amo e non conosco?

Arcangelo o Sirena, da Satana o da Dio,

che importa se tu, o fata dagli occhi di velluto,

luce, profumo, musica, unico bene mio,

rendi più dolce il mondo, meno triste il minuto?

Astri e pandemia

La previsione è un’arte, e lo sapevano bene gli antichi. Loro la chiamavano ars divinatoria, ed era permessa solo a uomini saggi e sapienti. A questi preziosi consiglieri, re e governanti si affidavano immancabilmente prima di prendere ogni decisione futura. I tempi, ahimè, son cambiati, e cosippure gli uomini saggi hanno smarrito completamente le loro doti predittive. Eh già, come la sera del 2 febbraio 2020, mentre in Cina le vittime del coronavirus aumentavano a dismisura e negli studi Rai di Roma il saggio dei saggi tra i virologi italiani, tale Roberto Burioni, affermava con sicurezza assoluta, tipica di certi sapienti moderni, che “il rischio di contagio in Italia è pari a zero”. Se solo avesse chiesto agli astrologi, che in passato erano anche loro dei saggi come lui, ma che ai giorni nostri sono stati ridotti a simpatici giullari delle corti televisive, lo avrebbero informato di un’eccezionale congiunzione astrale premonitrice di un rischio pandemico. Ma un uomo saggio come Burioni, che pur di difendere le sue verità assolute, chiede di oscurare un video blog che ha il difetto di diffondere scienza alternativa, figuriamoci se è disposto ad ascoltare i consigli di quegli “eretici della conoscenza”.

    Non è mai successo in passato che Marte, Giove, Saturno e Plutone si trovassero racchiusi in una zona molto circoscritta dello zodiaco (nella fattispecie gli ultimi dieci gradi del Capricorno). E’ successo che solo tre di essi – Giove, Saturno e Plutone – si siano congiunti in Bilancia nel novembre del 1981, guarda caso quando l’Aids cominciò a propagarsi nel mondo. Ma anche questa fu una rarità, visto che, per ritrovare un’analoga congiunzione (in Cancro questa volta), bisogna risalire addirittura all’anno 1445. Ma perché sono questi gli astri che possono anticipare una pandemia? Fu Claudio Tolomeo, il più grande astrologo dell’antichità e, allo stesso tempo, nemico numero uno della scienza moderna per la sua teoria geocentrica, a gettare le basi dell’astrologia medica, dove si dice di una stretta analogia tra la terna planetaria Marte-Saturno-Plutone e i sistemi immunitari di tipo acquisito, quelli cioè che hanno a che fare col sangue e che riguardano, in particolar modo, la produzione di anticorpi sanguigni a difesa dei virus patogeni. La presenza di Plutone, d’altronde, è necessaria se si vuole dare al fenomeno una valenza collettiva. Sono infatti i pianeti più distanti dal Sole a muoversi più lentamente sulla ruota zodiacale e, per tale motivo, a riguardare un ampio aggregato di esseri umani. E Plutone impiega ben 248 anni per compiere una rotazione attorno alla Terra, stazionando in media una ventina d’anni in un solo segno zodiacale. Il contributo di Giove è invece determinante per quanto concerne la diffusione del contagio. E questo poiché ingrandire, espandere, allargare, ecc… sono i principi archetipici basilari del pianeta più grande del sistema solare. A tal proposito, al fine di restituire all’astrologia la sua antica credibilità, va chiarito che non è l’influsso materiale di un pianeta a determinare gli eventi, bensì è un suo principio archetipico a richiamare – o meglio, a far risuonare – tutti quegli eventi che, all’interno del cosmo unitario, possono associarsi a quel principio secondo un criterio di analogia. Seguendo la stessa logica, accade altresì che i principi di un pianeta assomigliano sempre alle caratteristiche del dio mitologico che di quel pianeta porta lo stesso nome. Cosicché, il ricorso alla mitologia può aiutare a comprendere e a confrontare tra loro i principi dei diversi pianeti.

    Si è detto, ad esempio, che la comparsa di un virus e la sua successiva diffusione trovano il loro contraltare astrologico nel gioco di coppia tra Giove e Plutone. La stessa mitologia greca li vede alleati nel mito di Persefone, quando Giove acconsente tacitamente che sua figlia venga rapita da Ade-Plutone. Si è poi paragonato spesso il Covid 19 ad un nemico invisibile e nascosto, e ciò non può che rimandare all’oscurità dell’inferno, dove regna Ade con la sua kunée, il copricapo magico che lo rendeva invisibile. Ci è stato inoltre detto più volte che gli unici strumenti per contrastare la diffusione del virus sono il restare a casa, l’autoisolamento e la quarantena, e tutto ciò ha molto a che fare con Kronos-Saturno, personificazione per antonomasia del limite temporale e del confine spaziale. La mitologia greca narra altresì delle ostilità perenni tra il padre Saturno e suo figlio Giove, tanto è vero che i principi dei due pianeti sono sempre in opposizione tra loro (confinamento-sconfinamento, solitudine-socievolezza, disgregazione-aggregazione, divisione-moltiplicazione). E’ bene tra l’altro sfatare una certa tradizione astrologica, che tende a vedere Saturno come il grande malefico, mentre Giove sarebbe considerato in ogni caso di buon auspicio. L’astrologia archetipica, invece, non si occupa di moralità – ossia non distingue il bene dal male, il buono dal cattivo, il giusto dall’ingiusto – ma utilizza solo criteri di similitudine. E quindi, nel caso di una pandemia, i ruoli che tradizionalmente vengono attribuiti a Giove e Saturno subiscono un’inversione: il malefico contagio di Giove può essere sconfitto solamente con il benefico isolamento di Saturno.

    Rimane da stabilire se l’astrologia e i suoi principi planetari possano essere usati come strumenti di previsione. Per quanto mi risulta, nessun astrologo è stato in grado di prevedere a inizio anno una pandemia di tali dimensioni, anche se alcuni hanno preannunciato un periodo di grande cambiamento, vista l’eccezionalità della congiunzione astrale di metà marzo. Eppure essa era nota da tempo (essendo i movimenti dei pianeti predeterminati nel tempo). Quel che si è fatto qui, e che in modi e luoghi diversi hanno fatto altri astrologi di fama, è stata un’analisi astrologica ex-post, rilevando effettivamente una certa corrispondenza tra l’evento pandemico e la congiunzione suddetta. Ma, come disse un famoso scrittore italiano che di epidemia se ne intendeva, “del senno di poi ne son piene le fosse”.

    L’analisi a posteriori potrebbe, in verità, fornire un supporto statistico al nesso tra la pandemia e la tripla congiunzione Giove-Saturno-Plutone. E allora, tornando indietro di quasi sette secoli, scopriamo che nel 1347 Giove e Plutone si trovavano ancora una volta congiunti in cielo. Era l’anno in cui la peste nera – toh, il colore che si usa associare a Plutone – arrivava in Europa, dopo aver seminato morte e disperazione in Oriente, proprio come è avvenuto nel corso della pandemia attuale. La peste nera continuò a flagellare l’Europa per altri tre anni, esattamente il tempo occorso a Saturno per sostituirsi a Giove nella congiunzione con Plutone. Nel 1918, anno in cui iniziò la pandemia più letale della storia, l’influenza spagnola, Giove e Plutone si dettero di nuovo appuntamento nel segno del Cancro. In quella circostanza, Saturno anticipò i tempi congiungendosi a Plutone quattro anni prima, questa volta sì, nel ruolo malefico di padrino astrale del primo conflitto mondiale. Di recente, invece, come anticipato in precedenza, il trio astrale Giove-Saturno-Plutone si ricongiunse nel 1981 in Bilancia, per dare puntualmente il “la” alla diffusione del virus dell’Hiv. Un antico adagio latino, astra inclinant sed non necessitant, ci porta allora a concludere che la congiunzione astrale in questione non determina con certezza una pandemia ma, probabilmente, predispone il suo accadere.     Una volta accertato il legame tra la diffusione pandemica attuale e la congiunzione in Capricorno, l’astrologia può invece servire a prevedere l’evoluzione temporale degli eventi futuri (di cui è nota la tipologia) sulla base dei transiti planetari nello zodiaco. I movimenti retrogradi di Plutone e Giove, previsti tra la fine di aprile e la metà di maggio, potranno allora far presagire un rallentamento definitivo del contagio su tutto il pianeta. Così come non è da escludere una seconda ondata pandemica verso la fine di ottobre, quando sia Giove che Plutone torneranno nel loro moto diretto e andranno a ricongiungersi con Saturno. I saggi come Burioni e i cittadini del mondo sono avvisati in tempo a non sottovalutare il pericolo e a non ripetere gli errori del passato, anche perchè, come diceva un altro vecchio adagio latino, errare humanum est, perseverare autem diabolicum.

Carattere e destino nei segni zodiacali

Onorata in passato da uomini come Paracelso, Giordano Bruno, Keplero e Galileo, considerata fin dagli albori delle civiltà come la regina delle scienze, divenuta poi nel Rinascimento la folle madre dell’astronomia, per essere infine accantonata dal mondo scientifico come una malefica strega o, peggio ancora, come una vecchia prostituta, che valore possiamo dare oggi all’astrologia?

    Di recente è stata la psicologia, l’unica tra le scienze moderne, a trovare maggior affinità e condivisione con l’astrologia. Psicologi della fama di Jung e Allendy sono stati sorpresi nell’osservare un collegamento diretto tra i complessi psicoanalitici e la carta astrale dei pazienti, constatando l’esistenza di un preciso nesso tra l’astrologia e la psicologia.  Assecondando un vecchio adagio latino, astra inclinant sed non necessitant, il quale ci ricorda che le stelle possono predisporre ma non determinare il destino degli uomini con influssi astronomici a distanza, sembra più logico e sensato avere dell’astrologia una concezione simbolica, immaginandola come matrice qualitativa dei variegati comportamenti umani.

    Fu il filosofo Plotino, erede di Platone nonché grande astrologo della Grecia antica, a considerare pianeti, segni zodiacali e configurazioni astrali non come causa di eventi ma esclusivamente come “simboli che li indicano”. Egli sosteneva che l’azione di una parte su un’altra non dipende dalla vicinanza delle parti stesse ma bensì dalla loro similitudine; ad esempio, Marte decide sui comportamenti aggressivi e rabbiosi di un individuo non per un influsso astronomico diretto,  ma perché tale astro è simbolo di quei comportamenti. E’ pertanto unicamente in virtù dell’azione simpatica tra due entità simili, all’interno di un cosmo unitario e indivisibile, che tra l’astro e l’uomo si stabilisce una simultaneità globale di somiglianza e non una concatenazione di cause ed effetti.

    Gli psicologi sono concordi nell’affermare che l’elemento fondamentale della vita psichica è una forma del tutto spontanea e primordiale di attività di derivazione istintuale, ossia la tendenza. Si tratta in sostanza di un asse comune che organizza allo stato potenziale l’azione psichica e fisica di ogni individuo, e con essa una direzione di massima del suo comportamento. Tutti noi tendiamo verso certi modi di essere, e ciò avviene grazie al principio di plasticità delle tendenze. Per tale motivo, i dodici segni zodiacali possono essere interpretati come famiglie di tendenze – composte da racconti mitologici, psicologie comportamentali, modelli relazionali, tipi di mentalità o di sensibilità, costituzioni morfologiche, funzioni fisiologiche e patologie del corpo umano – che nel loro complesso inclinano alle diverse attitudini umane. Nel caso del Sagittario, per esempio, all’attitudine “espansione” corrisponderà un insieme di tendenze psicofisiche come l’istinto di grandezza, l’altezzosità, la boria, l’ipertrofia narcisistica dell’Io, il bisogno di appartenenze ampie, l’attitudine ad uno stato di benessere e di ricchezza (morale o materiale), l’umore ottimista, le forme corporee dilatate (allungate, arrotondate o elastiche), l’energia cinetica e gli organi che la producono (fegato, muscoli e vasi sanguigni), i problemi di sovrappeso e le cosiddette patologie del benessere (diabete, aterosclerosi, gotta).  

    Più in generale,  un nostro modo peculiare di essere è descritto nell’oroscopo di nascita, che può essere immaginato come la combinazione di due o più segni astrologici, i quali determineranno, sempre con modalità tendenziale, sia il carattere che il destino di ciascun individuo. Fu il poeta romantico tedesco Georg Friedrich Philipp Freiherr von Hardenberg, noto con lo pseudonimo di Novalis, a dire che “il carattere è destino”. Anche Schopenhauer, dal canto suo, si è posto la seguente domanda: “è possibile una completa sproporzione tra il carattere e il destino di un uomo?” Possiamo credere, allora, che gli eventi della vita siano attratti dal carattere di ognuno di noi, come se invocati da qualche entità ultraterrena che si preoccupa segretamente di un singolo destino? La cristianità se la raffigurò come un angelo custode, ma ancor prima fu il genius degli Etruschi, il daimon dei Greci e lo spiritus familiaris dei dotti e dei maghi. Eraclito affermava che “l’indole è per l’uomo il suo daimon”. Lo stesso Platone, alla fine della Repubblica, immaginava che nell’aldilà fossero le anime di ogni mortale a sorteggiare il proprio destino, per poi dimenticarsene dopo aver bevuto l’acqua del fiume Lete. Sarà anche qui un daimon a ridestare la memoria dell’anima dopo la sua discesa sulla terra, risvegliando quel destino assopito dall’antica dimenticanza.

    Dove è possibile ritrovare ciò che la nostra anima non ricorda più? Un modo è quello di risalire alla memoria collettiva dell’umanità, luogo remoto in cui Jung ha scoperto gli archetipi dell’inconscio collettivo e che Hillman ha immaginato come un’antica “sala delle memorie”, metaforica mostra permanente di effigi mitologiche. Gli archetipi, da intendersi in senso strettamente etimologico come “primi modelli”, nella mitologia diventano modi esemplari di comportamento attuati per la prima volta dagli dèi, che gli esseri umani hanno cercato di imitare nel lungo corso della storia. E’ solo imitando gli dèi, invero, che al comune mortale è data la possibilità, come in un sogno o una visione, di eliminare la distanza che separa il tempo profano della quotidianità dalla sacralità del tempo mitico. E’ nella rilettura dei miti, dunque, che sentiamo di appartenere ad una “famiglia mitologica” di tendenze comportamentali, eternamente presenti nella storia dell’umanità. E’ per questo motivo che le azioni di Zeus o Dioniso, di Era o Persefone, riescono ad attrarci misteriosamente in zone confortevoli di accoglienza. La psicologa junghiana Jean Sinoda Bolen diceva che “quando vi accade di interpretare il mito di un dio o di coglierne il significato, razionalmente o intuitivamente, come qualcosa che riguarda la vostra vita, questo può avere la stessa forza d’urto di un sogno, che fa luce su una situazione e sul vostro carattere”. Sembrerà così di entrare in un nobile castello e di attraversare dodici stanze impolverate – se pensiamo all’associazione tra la mitologia e i segni zodiacali – dove qua e là ritroviamo noi stessi, le nostre abitudini, le nostre virtù, ma anche gli scheletri nell’armadio e la messa a nudo di vizi e pudori, che vorremmo tener nascosti e che difficilmente confidiamo in pubblico.

    Ciò significa che ogni carattere individuale va immaginato come un gruppetto prescelto di “dèi interiori” – o, equivalentemente, di archetipi zodiacali  corrispondenti – che al pari di un daimon personale, vegliano sul nostro destino e ne tessono segretamente la trama.  Può succedere che alcuni dèi trovino una certa difficoltà ad esprimersi, poiché ostacolati dal lato cosciente della personalità o da retaggi familiari, stereotipi sociali e condizionamenti ambientali di vario tipo. Ma il “principio di totalità psichica” ci impone di riconoscere e rispettare tutti gli dèi che ospitiamo, e con essi il loro bisogno di recitare la parte di copione previsto dal destino che ci attende. Non a caso, sin dall’antichità, gli dèi sono stati sempre riconosciuti dalla collettività, con riti, tributi e festività in loro onore, poiché solo così si evitavano le punizioni che sarebbero derivate per l’offesa seguita alla dimenticanza. Non riconoscere oggi i nostri dèi vuol dire proiettarli all’esterno, imputando per esempio ad altri le colpe e le ombre delle nostre azioni, oppure, ancor peggio, farli diventare demoni interiori, possessioni, complessi psicologici, malattie del corpo o dissociazioni schizofreniche.   

    Sempre nell’antichità, sul frontone del tempio di Apollo a Delfi, considerato l’oracolo per antonomasia, troneggiava la scritta gnothi sauton (conosci te stesso). Ciò esorta a riconoscere e rimembrare tutte le divinità che ci sono simili e familiari. Ecco il dovere di tutta una vita, il dharma che nei testi vedici equivale a ricordare lo scopo della reincarnazione. Per farlo bisogna ritornare all’illud tempore dei miti, al c’era una volta delle fiabe. Lì troveremo il paradiso perduto e atemporale degli archetipi, dove tutto accadde per la prima volta e iniziarono le infinite imitazioni degli esseri umani. Per capire quali di queste ci sono più affini, si può ricordare un altro inizio, quello della nostra nascita nell’universo, momento in cui la firma divina ha sottoscritto la nostra carta astrale.

    Il compito della moderna astrologia, in definitiva, non è quello di prevedere semplicemente il destino ma di aiutarci a riconoscere, assieme agli dèi che albergano nell’anima, gli archetipi zodiacali che contraddistinguono il carattere velatamente inscritto in ogni oroscopo natale. Questo ci permette anche di immaginare la vita come l’ingrandimento della nascita, e constatare che tutto quello che si verificherà nel destino è stato già in qualche modo anticipato nell’evento in cui emanammo il primo respiro. Più poeticamente, negli Scritti Orfici, Goethe esprimeva così la metafora dell’oroscopo astrologico: “Allo stesso modo in cui nel giorno in cui nascesti il sole si offrì al saluto dei pianeti, così in seguito crescesti in base alla legge di quell’ora. Così dev’essere, sfuggire non puoi. Già lo dissero profeti e sibille, e nessun tempo e nessuna forza può spezzare la forma già coniata che vivendo si evolve.”


Un antico zodiaco numerico per la psicologia moderna: l’enneagramma

Il prossimo fine settimana terrò un seminario, assieme alla preziosa collaborazione di Agnese Ujcich, su uno dei temi più affascinanti e dibattuti della psicologia comportamentale moderna: l’enneagramma. Che cos’è l’enneagramma? Mi piace definirlo “zodiaco numerico”, e in effetti di questo si tratta. I nove enneatipi che formano l’enneagramma, al pari dei dodici segni zodiacali, sono degli archetipi comportamentali o, per usare le parole di Jung, dei “modelli primordiali di comportamento umano”. Nel loro insieme costituiscono un deposito ancestrale dei tipici modi di reagire dell’umanità – indipendentemente da differenziazioni storiche o etniche – in situazioni quali la paura, il pericolo, le relazioni fra i sessi o fra figli e genitori, il bisogno di protezione e di appartenenza, il comportamento di fronte all’odio e all’amore, la dedizione al lavoro o il modo di rapportarsi con gli altri.
Gli archetipi comportamentali li troviamo descritti, fin dai tempi più remoti, nei miti e nelle fiabe di tutte le culture, ma si incontrano anche in epoche più recenti nelle opere letterarie, nei romanzi e nei film delle moderne sale cinematografiche. Viene da chiedersi perché l’umanità ha sempre sentito il bisogno di raccontare i suoi “modi di reagire” alle esperienze di vita. Evidentemente, per conscersi meglio psicologicamente. Allo stesso modo, le conoscenze approfondite dei segni zodiacali o degli enneatipi diventano utili “strumenti psicologici di ricerca interiore”, veri e propri chiavistelli per aprire al senso delle nostre esistenze.
Alcuni anni fa fu un seminario sull’enneagramma, proprio dal titolo “I nove volti dell’anima”, ad attirare la mia curiosità. Inizialmente mi venne da pensare che si trattasse di un modo come altri di classificare in categorie gli esseri umani, ma poi mi resi conto che, dietro quella categorizzazione, si nascondeva qualcosa di molto profondo, e cioè una miscela tra antico esoterismo matematico e psicosociologia moderna. In sostanza, è una sequenza numerica a svelare i segreti di un percorso interiore ottimale nella vita. Ho voluto mantenere quel titolo, un po’ in ricordo della mia esperienza personale ma, soprattutto, perchè la finalità del seminario è di offrire ai partecipanti la possibilità di riconoscere la vera identità dell’ anima.
Ciò che distingue essenzialmente un segno zodiacale da un enneatipo è la modalità di appartenenza. Se nell’astrologia il segno è deciso semplicemente dalla data di nascita, l’appartenenza ad uno specifico enneatipo è stabilita da come è stata vissuta la nostra infanzia. A metà degli anni Cinquanta, Karen Horney disse che “di fronte ad un mondo ostile il bambino, per la sensazione di sentirsi isolato, impotente e non amato, sviluppa un’angoscia di base. Ciò lo porta ad affinare una tattica per far fronte alle forze dell’ambiente che agiscono ai danni della sua sopravvivenza. In seguito, nella sua vita, si svilupperanno inconsciamente dei tratti permanenti del carattere, che poi costituiranno la sua personalità di base”. Karen Horney fu anche pioniere della psicologia della “Gestalt” (forma strutturata dotata di senso), che fa riferimento ad un’attitudine psichica in grado di percepire, elaborare parte di stimoli esterni ed edificare una struttura caratteriale a noi consona e apparentemente soddisfacente. Da questa prospettiva il carattere diventa così una struttura cristallizzata e preformata, che reagisce rigidamente solo a determinate interazioni con l’ambiente.
L’enneatipo va visto allora come una “gabbia dell’agire quotidiano”, assimilabile ad una “prigione del bambino interiore”, che per paura di non essere stato amato e protetto nella prima infanzia, fu costretto a snaturare l’essere autentico pur di garantire la propria sopravvivenza.
Conoscere il proprio enneatipo significa “ritornare consapevolmente alle strategie distorte del passato per smontare gli automatismi del presente e del futuro”. Va anche detto che l’appartenenza ad un enneatipo, così come quella ad un segno zodiacale, non cambia nella vita. Ciò che può servire, sicuramente, per un vivere più autentico, è la consapevolezza di navigare meglio possibile nel “fiume della nostra vita”. E proprio come in un fiume, possiamo scegliere se scendere a valle, seguendo conformisticamente il flusso naturale, come fa la maggior parte delle persone, oppure, come hanno il coraggio di fare solo in pochi, cercare di risalire la corrente e riconoscere la sorgente originaria, per vivere coraggisamente un destino diverso, che ci appartiene nell’intimità più profonda, perchè è quello della nostra anima pura e incontaminata, quello che che ci è stato affidato al momento della nascita.
E’ questo il compito più importante di tutti, come avevano capito bene i nostri antenati. “Gnothi seautón” (conosci te stesso) era scritto a caratteri cubitali sul frontone del tempio di Apollo a Delfi, l’oracolo più famoso dell’antichità che veniva visitato per avere informazioni sul futuro.
Il compito principale nella nostra esistenza è, allora, saper distinguere la vera identità da falsi e nevrotici individualismi. E, come insegna la psicologia moderna, i comportamenti nevrotici si sbloccano solo se portati a livello cosciente. In tal senso, la teoria dell’enneagramma si pone come utile dottrina che, prima ci insegna a riconoscere in quale “gabbia caratteriale” siamo stati imprigionati da piccoli, e poi ci dona la chiave per uscire dalla schiavitù di un falso vivere e riconoscere il volto della nostra anima.

Il senso delle coincidenze nella vita

Verso gli anni Cinquanta fu Jung a definire sincronicità la coincidenza temporale tra eventi fisici e stati psichici con analogo contenuto significativo. Il significato che stabilisce il legame di sincronicità non è né causale, cioè spiegato da una causa, né casuale, ossia dovuto al caso, ma unicamente associativo in termini di senso. Eventi fisici sono gli accadimenti quotidiani osservabili all’esterno, mentre vanno considerati come stati psichici interiori i sogni, le visioni, le intuizioni o i presagi. Esempi tipici di sincronicità sono il sogno premonitore che anticipa un evento oppure l’intuizione divinatoria suggerita dalla procedura mantica.

Jung riteneva che i fenomeni di sincronicità potessero avvenire unicamente in presenza di uno stato emotivo, il solo in grado di stabilire un contatto con gli archetipi dell’inconscio. Se si va dal cartomante o dall’astrologo per avere informazioni sul futuro, una prerogativa essenziale è quella di porre una domanda motivata da una forte carica emozionale o affettiva. Anche   Alberto Magno, filosofo e alchimista tedesco vissuto attorno al 1200, sosteneva che “l’emotività (affectio) dell’anima umana è la radice principale di tutte le cose…chiunque può influenzare magicamente ogni cosa, se cade preda di un grande eccesso emotivo.”

Corre l’anno 1829 quando il piroscafo City of Leeds raccoglie a bordo un centinaio di passeggeri, rimasti miracolosamente illesi dopo l’esperienza di cinque naufragi consecutivi, che nell’arco ristretto di 13 giorni vedono coinvolti una goletta, un veliero, due navi e un vascello lungo la rotta Inghilterra-Australia. Tra i naufraghi c’è Sarah Richley, donna anziana e malata, che ha deciso di intraprendere un viaggio così lungo per ritrovare il figlio Peter, partito per l’Australia 15 anni prima senza lasciar traccia di sè. Impietosito dalla donna morente, che in uno stato di delirio e con la vista ormai annebbiata, continua ad invocare il nome del figlio, il medico del piroscafo chiede a uno dei marinai, vittima anche lui dei cinque naufragi, di fingersi Peter Richeley per alleviare le sofferenze di una madre morente. Sincronicità vuole che quel marinaio sia proprio Peter Richeley, che può finalmente riabbracciare e salvare la madre, vissuta poi altri vent’anni, felice e in buona salute. Verosimilmente fu l’emotività congiunta, di una madre bramosa di incontrare il figlio e di un medico commosso dalle condizioni di una donna che sta per morire, a diventare il magico filo che tesse un fenomeno di sincronicità così articolato e che permette l’incontro tra una madre in Inghilterra e il figlio in Australia che non comunicano da 15 anni.

Nel Simposio platonico è sempre Eros a connettere gli archetipi divini con le singole esperienze degli uomini, l’unico daimon capace di ristabilire l’unità originaria e di ricucire lo strappo tra lo psichico e il materiale. Secondo Platone era nella sfera dell’Eros daimonico che si svolgeva tutta la pratica divinatoria e l’arte dei sacerdoti in relazione ai sacrifici e alle iniziazioni e agli incantesimi e a ogni genere di profezia e di magia. Con i mandala divinatori gli uomini tentarono di afferrare la sincronicità e comprendere i misteriosi nessi tra microcosmo e macrocosmo. Nel tradizionale oroscopo astrologico è un duplice mandala, costituito dalla sovrapposizione della ruota zodiacale sul cerchio delle dodici case astrologiche, a connettere l’inconscio collettivo, rappresentato dai segni-archetipi zodiacali, con la spazio-temporalità delle esperienze umane, insita nei punti cardinali del tema natale (ascendente, discendente, fondo cielo e medio cielo), nelle Case e nei transiti planetari.

Anche nell’antica Cina gli sciamani leggevano il futuro su un doppio mandala. Il rito divinatorio consisteva nel far ruotare due tavolette, una rotonda e l’altra quadrata, su un asse verticale e in senso inverso. Nella prima c’era il mandala con l’ottagono dei trigrammi Ho-t’u, che rappresentava l’ordine eterno e immutabile dell’universo con tutte le sue possibilità archetipiche, mentre nella seconda, che conteneva il mandala con gli otto trigrammi Lo-shu, era iscritto l’ordine ciclico del tempo che scandisce il ritmo della vita animata.

Non a caso fu proprio l’I-Ching a convincere Jung che la teoria sulla sincronicità, pur trasgredendo le regole della causalità, potesse assumere un senso nella sfera dell’esperibile psicologico. Ancor prima di Jung fu Richard Wilhelm, nella sua opera di traduzione del Libro dei Mutamenti, a chiamare sincronicità un concetto diametralmente opposto alla causalità, secondo cui qualunque cosa avvenga in un dato momento possiede inevitabilmente la qualità peculiare di quel momento. E così, ogni esagramma dell’I Ching riflette la qualità dell’universo al momento del lancio delle monete. Sempre Wilhelm, ricalcando la filosofia di Eraclito, suggerì di tradurre il Tao dei Cinesi come “senso del mondo”, che ritorna all’Uno indifferenziato dopo aver sperimentato la legge della polarità Yin-Yang intrinseca in ogni fenomeno. E’ il senso dell’Uno, eternamente nascosto in ogni fenomeno biologico, che si auto organizza con leggi preordinate. Non è un senso creato dall’uomo, ma che ha bisogno della coscienza dell’uomo per essere scoperto e decifrato.

I Cinesi credevano che a riecheggiare con il senso del Tao fossero sempre singolarità evocatrici, che poi stimolavano la coscienza degli uomini a creare immagini, simboli o numeri. Per il loro modo di pensare i singoli indizi e le coincidenze accidentali erano più importanti degli eventi ordinari della vita, poiché era così che si rivelala il sapere di un Tutto ordinato, sensato ed efficace. Bastava solo perseguire la filosofia della meditazione, lasciando che le cose accadessero, come hanno sempre insegnato i maestri cinesi. E, come disse anche Jung, “bisogna essere psichicamente in grado di lasciar accadere”, che significa aprirsi alla via immaginativa e lasciarsi guidare dal daimon della passione e del sentimento, in modo da far accadere gli eventi sincronistici che danno significato e senso al nostro destino.

In verità c’è sempre un senso nelle coincidenze della vita, il problema è saper cogliere i suggerimenti e trascrivere i messaggi che ci inviano. I Celti lanciavano in cielo le rune per captare i sussurri delle divinità, mentre nelle sedute medianiche i Cinesi si affidavano alla planchette, la “matita volante degli spiriti”. Comunque si tenti di avvicinare, di fatto o con l’immaginazione, il regista divino capace di coordinare le trame delle esistenze umane, possiamo condividere l’opinione di Doris Lessing, che vedeva nelle coincidenze “lo stratagemma che Dio utilizza per restare anonimo”.

L’oroscopo di Gesù

Il mistero che avvolge il momento della nascita di Gesù ha appassionato e incuriosito molti teologi, biblici, storici ed astrologi di ogni epoca. Quello che si può dire sicuramente oggi è che la sua nascita non coincide di certo con il 25 dicembre dell’anno zero, anche se questa certezza non modificherà la tradizione di festeggiare il Natale qualche giorno dopo il solstizio d’inverno. Tanto più che è tutta la mitologia, e non solo la religione cristiana, a far coincidere la nascita degli dèi solari al 25 dicembre, giorno in cui il sole riprende astronomicamente a muoversi dopo quattro giorni di arresto (sosltizio deriva dal latino solstitium, composto da sol-sole e sistere-fermarsi)

Molte fonti autorevoli concordano nel delimitare l’evento natale del Messia tra il 7 e il 6 a.C., periodo in cui si verificò per tre volte la congiunzione Giove-Saturno nel segno dei Pesci. Fu questa configurazione astrale, visibile e molto luminosa nei cieli notturni del Mediterraneo, ad essere stata scambiata come la stella cometa di cui si racconta nel Vangelo di Matteo, che brillò nel cielo di Betlemme all’arrivo dei re magi dall’Oriente. Essi provenivano dall’antica Babilonia, luogo in cui l’astrologia era molto diffusa e dove sarebbe stata prevista proprio in quegli anni la nascita del “dominatore del mondo”. Tale ipotesi sembra avvalorata da due versetti nel secondo capitolo di Matteo: “Nato Gesù in Betlemme di Giuda, al tempo di re Erode, ecco dei magi arrivare dall’oriente a Gerusalemme, dicendo:”Dov’è il re dei Giudei? Abbiamo veduto la sua stella in Oriente e siamo venuti ad adorarlo”.

La tentazione di indagare sulla nascita di Gesù non rimase circoscritta nell’ambito esoterico, ma sconfinò  anche nell’erudito mondo scientifico. Pare che il primo ad occuparsene fu Gerolamo Cardano, genio eclettico nato alle soglie del Cinquecento, che nel corso di una vita tribolatissima si occupò di molte cose. Oltre ad essere un medico di professione, inventò il giunto che porta ancora il suo nome e che congiunge lo sterzo delle automobili ai semiassi delle ruote anteriori. Fu anche un grande matematico con la passione del gioco d’azzardo, grazie al quale gettò le basi del calcolo delle probabilità. Ma fu anche astrologo, e una volta si dice che fece l’oroscopo a Gesù Cristo, molto probabilmente facendo fede alla congiunzione Giove-Saturno in Pesci di cui si narra nella Sacra Scrittura. Qualche decennio dopo, nel periodo in cui l’astronomia capovolse coraggiosamente la teoria geocentrica, forse il dogma della Chiesa più duraturo e ostinato, il mistero della nascita di Gesù contagiò un altro grande scienziato dell’era moderna. E’ il mese di dicembre nell’anno 1603 quando il celebre Keplero, che con le sue tre leggi getterà le basi dell’astronomia moderna, osserva nel cielo di Praga la luminosissima congiunzione di Giove e Saturno nella costellazione dei Pesci. I suoi calcoli lo portano a stabilire che lo stesso fenomeno deve essersi verificato anche nel 7 a.C. Sempre Keplero scoprì un antico commentario alla Sacra Scrittura del rabbino Abarbanel, dove si ricorda che, secondo una credenza ebraica, il Messia sarebbe apparso proprio quando Giove e Saturno avessero unito la loro luce in cielo nel segno dei Pesci.

Più di due secoli dopo è il danese Munter a scoprire un commentario ebraico al libro di Daniele, risalente al periodo medioevale, in cui alcuni dotti giudei descrivevano la congiunzione Giove-Saturno nei Pesci come un “segno del cielo” che accompagnava la nascita del Messia. I calcoli di Keplero trovarono un’ulteriore conferma in un antichissimo papiro egizio, conservato ancor oggi a Berlino e pubblicato nel 1902 col nome di Tavola planetaria, dove sono riportati con esattezza i moti dei pianeti osservati dal 17 a.C. al 10 d.C. Qualche anno più tardi, nel 1925, venne ritrovato il Calendario stellare di Sippar, tavoletta in terracotta con scrittura cuneiforme, proveniente dalla città sulle rive dell’Eufrate che fu sede di una famosa scuola di astrologia babilonese. Nel documento sono elencate le date precise della triplice congiunzione di Giove-Saturno nel 7 a.C.: il 29 maggio, il 1° ottobre e il 5 dicembre. Anche la simbologia astrologica usata nell’antica Babilonia pare consolidare l’ipotesi di una nascita del redentore: Giove era il pianeta dei dominatori del mondo, Saturno il pianeta protettore d’Israele, mentre la costellazione dei Pesci era associata alla “Fine dei Tempi”, cui doveva coincidere l’inizio di un’era messianica.

La data e l’ora precisa della nascita di Gesù Cristo (domenica 1 marzo 7 a.C., Betlemme ore 1:21) sono state ipotizzate dal reverendo Don Jacobs (1927-1981), biblista e astrologo americano, studioso che più di ogni altro si è dedicato alla ricostruzione dell’oroscopo virtuale di Gesù. Molto probabilmente si tratta di ipotesi effettuate a posteriori, in modo da far corrispondere le posizioni dei pianeti e il loro significato simbolico con quanto si racconta della vita di Gesù Cristo. Alla congiunzione Gove-Saturno nei Pesci Don Jacobs fa coincidere anche quella di altri pianeti (Sole, Luna, Venere, Urano), ipotizzando tra l’altro la nascita di Gesù in una notte di Luna Nuova, simbolo per antonomasia di un ciclo che si rinnova. Tenuto presente che la congiunzione di questi sei pianeti avviene ogni cinque milioni di anni, ciò potrebbe comprovare l’eccezionalità di un evento come quello che annuncia la nascita di un Messia.

E’ plausibile anche che il reverendo abbia stabilito l’ora di nascita in modo da far cadere l’ascendente nel segno del Sagittario, che spesso viene associato alla spiritualità e alla religiosità. L’inizio di marzo come data di nascita garantisce invece che un cumulo di sei pianeti si trovi nel segno dei Pesci, tra l’altro in opposizione al pianeta Plutone, noto simbolo astrologico di resurrezione.  A rafforzare l’impronta pescina dell’oroscopo c’è poi il trigono (120 gradi, evidenziato dalla riga blu più lunga nell’oroscopo) che Nettuno, governatore di questo segno, forma con lo stellium di pianeti nei Pesci. Perché l’enfasi di un segno come quello dei Pesci potrebbe rendere credibile l’oroscopo di Gesù e quindi, indirettamente, anche l’ipotizzato momento della sua nascita? Autorevoli astrologi, che in epoca recente si sono occupati anche di psicologia, sono concordi nel ritenere i seguenti tratti caratteriali come caratteristici del dodicesimo segno zodiacale: identità plasmata sul collettivo, conflitto altruismo-vittimismo (identità del “martire”), conflitto idealizzazione di sé – autodistruzione, vocazione al sacrificio, spirito di abnegazione, fuga dalla realtà (illusioni, avventure estreme, onirismo, misticismo, alcool, droghe), rassegnazione passiva generalizzata (tendenza all’autolesionismo e al masochismo psicofisico).

Non avremo mai la prova che il reverendo Don Jacobs abbia sollevato definitivamente il lembo su uno dei più grandi misteri della storia dell’umanità. Di certo si continuerà a fantasticare e a giocare con libere associazioni psicologiche e deduzioni a posteriori. E chissà se forse un giorno un dubbio aleggerà sulla nostra fede cristiana e giungeremo a concludere che, al pari di altre divinità solari della mitologia antica, Gesù Cristo non sia mai nato ma ancora eternamente presente tra noi, con le immortali vesti psicologiche  di un archetipo, quello dell’eroe sofferente che redime la collettività dai peccati.

Il tempo del “giusto accadere”

Nell’antichità il tempo, oltre che essere inteso come cronologia di istanti, era anche considerato come sequenza di momenti qualitativi. Oggi è difficile farsi un’idea di cosa sia la qualità del tempo. La teoria del tempo qualitativo afferma che ogni momento del tempo attrae a sè soltanto quegli eventi con qualità a lui simili. Una tale concezione del tempo era tipica soprattutto dell’astrologia, della magia, dell’alchimia e della medicina; ad essa facevano riferimento i saggi e i sapienti, gli unici ritenuti in grado di interpretare il futuro.

Nel mondo antico ci si preoccupava sempre di iniziare “nel momento giusto” una qualsiasi cosa (nuova nascita in una famiglia regnante, celebrazione di nozze regali, possibilità di un intervento bellico, proclamazione di uno Stato), dato che quell’evento sarebbe poi proseguito in base alla qualità del tempo in cui ha avuto inizio. Per questo i sacerdoti facevano l’oroscopo, per “guardare nell’ora” dell’evento (hora-ora, skopein-guardare) e benedire gli sviluppi futuri che ne sarebbero seguiti in base alla posizione planetaria di quel momento.

Jung diceva che “tutto ciò che è generato o fatto in un certo momento del tempo ha le qualità di quel momento del tempo”. Allo stesso modo, Goethe immaginò il momento della nascita come lo stampo di una moneta che vive nel tempo:

Allo stesso modo in cui nel giorno in cui nascesti il sole si offrì al saluto dei pianeti, così in seguito crescesti in base alla legge di quell’ora. Così dev’essere, sfuggire non puoi. Già lo dissero profeti e sibille, e nessun tempo e nessuna forza può spezzare la forma già coniata che vivendo si evolve.

Il marchio di qualità dell’esistenza umana, secondo il drammaturgo tedesco, era dunque impresso nell’oroscopo astrologico, la “legge dell’ora” in cui “il sole si offrì al saluto dei pianeti”. Gli eventi della vita di un individuo tendono ad accadere, dunque, in sintonia con le qualità archetipiche riflesse nella dislocazione dei pianeti al momento della nascita. Il musicista e astrologo Dane Rudhyar sosteneva che “gli eventi non accadono ma siamo noi che accadiamo ad essi”. Per tale motivo, dobbiamo ritenere il libero arbitrio di un essere umano inesorabilmente condizionato dagli eventi che sono a lui peculiari, quelli cioè che possiedono la stessa qualità dell’istante della sua nascita.

C’è senz’altro un tempo uguale per tutti, quello degli orologi che fissano gli appuntamenti delle nostre agende, ma c’è altresì un tempo soggettivo, il cui flusso scorre in conformità alla legge di nascita e ai futuri transiti dei pianeti. Nel suo capolavoro Essere e Tempo Martin Heidegger distingue tra tempo oggettivo-quantitativo, quello della quotidianità e dell’omogeneizzazione, che ci incatena in un “fare inautentico” privo di senso esistenziale, e tempo soggettivo-qualitativo, dove il tempo rispecchia l’essere e dove l’accadere dei nostri eventi è l’unico tempo per agire. E’ questo il tempo autentico del principio d’individuazione, dell’unico destino che ci spetta dall’istante di nascita, in cui non conta quanto vivo e cosa faccio, ma come vivo e chi sono.

Anche i Greci distinguevano tra chronos, il tempo lineare e regolare, del prima e del poi, della vita che conduce alla morte anonima, che Aristotele chiamava tempo “delle azioni imperfette”, e kairos, il tempo del “giusto accadere”, opportuno e propizio, unico e irripetibile, destinato in sorte a chi lo riconosce come proprio. Una scultura in bronzo di Lisippo riproduce Kairos come un giovane di bell’aspetto, che dà l’idea di fugacità giacchè dotato di ali alle spalle e ai piedi. Ha capelli solo sulla parte anteriore del capo, e se lo si vuole acchiappare non c’è possibilità di attesa o ripensamenti, poiché una volta passatoci davanti diventa inafferrabile, dato che la sua nuca è calva. Con la mano sinistra tiene una bilancia, che viene spostata dal suo equilibrio naturale con l’indice della mano destra.

La sua effige sembra ricordarci gli instabili e fuggevoli momenti della giovinezza, in cui si sfida il conformismo degli adulti e si ha il coraggio di vivere l’estasi del momento, come un’equilibrista sospeso ad un filo. Kairos è un demone fugace, un daimon che ci segue come un’ombra, che ci trasporta in una dimensione sovrumana e si manifesta come ispirazione o tentazione. E’ la divinità del carpe diem, che arresta il tempo e che impone la pienezza dell’istante, come quella che sancisce il patto tra Faust e Mefistofele:

Se dirò all’attimo: sei così bello, fermati! Allora tu potrai mettermi in ceppi, allora sarò contento di morire! Allora suoni la campana a morto, allora non dovrai servire più; l’orologio si fermi, la lancetta cada, e sia passato il tempo che mi è dato.