Un antico zodiaco numerico per la psicologia moderna: l’enneagramma

Il prossimo fine settimana terrò un seminario, assieme alla preziosa collaborazione di Agnese Ujcich, su uno dei temi più affascinanti e dibattuti della psicologia comportamentale moderna: l’enneagramma. Che cos’è l’enneagramma? Mi piace definirlo “zodiaco numerico”, e in effetti di questo si tratta. I nove enneatipi che formano l’enneagramma, al pari dei dodici segni zodiacali, sono degli archetipi comportamentali o, per usare le parole di Jung, dei “modelli primordiali di comportamento umano”. Nel loro insieme costituiscono un deposito ancestrale dei tipici modi di reagire dell’umanità – indipendentemente da differenziazioni storiche o etniche – in situazioni quali la paura, il pericolo, le relazioni fra i sessi o fra figli e genitori, il bisogno di protezione e di appartenenza, il comportamento di fronte all’odio e all’amore, la dedizione al lavoro o il modo di rapportarsi con gli altri.
Gli archetipi comportamentali li troviamo descritti, fin dai tempi più remoti, nei miti e nelle fiabe di tutte le culture, ma si incontrano anche in epoche più recenti nelle opere letterarie, nei romanzi e nei film delle moderne sale cinematografiche. Viene da chiedersi perché l’umanità ha sempre sentito il bisogno di raccontare i suoi “modi di reagire” alle esperienze di vita. Evidentemente, per conscersi meglio psicologicamente. Allo stesso modo, le conoscenze approfondite dei segni zodiacali o degli enneatipi diventano utili “strumenti psicologici di ricerca interiore”, veri e propri chiavistelli per aprire al senso delle nostre esistenze.
Alcuni anni fa fu un seminario sull’enneagramma, proprio dal titolo “I nove volti dell’anima”, ad attirare la mia curiosità. Inizialmente mi venne da pensare che si trattasse di un modo come altri di classificare in categorie gli esseri umani, ma poi mi resi conto che, dietro quella categorizzazione, si nascondeva qualcosa di molto profondo, e cioè una miscela tra antico esoterismo matematico e psicosociologia moderna. In sostanza, è una sequenza numerica a svelare i segreti di un percorso interiore ottimale nella vita. Ho voluto mantenere quel titolo, un po’ in ricordo della mia esperienza personale ma, soprattutto, perchè la finalità del seminario è di offrire ai partecipanti la possibilità di riconoscere la vera identità dell’ anima.
Ciò che distingue essenzialmente un segno zodiacale da un enneatipo è la modalità di appartenenza. Se nell’astrologia il segno è deciso semplicemente dalla data di nascita, l’appartenenza ad uno specifico enneatipo è stabilita da come è stata vissuta la nostra infanzia. A metà degli anni Cinquanta, Karen Horney disse che “di fronte ad un mondo ostile il bambino, per la sensazione di sentirsi isolato, impotente e non amato, sviluppa un’angoscia di base. Ciò lo porta ad affinare una tattica per far fronte alle forze dell’ambiente che agiscono ai danni della sua sopravvivenza. In seguito, nella sua vita, si svilupperanno inconsciamente dei tratti permanenti del carattere, che poi costituiranno la sua personalità di base”. Karen Horney fu anche pioniere della psicologia della “Gestalt” (forma strutturata dotata di senso), che fa riferimento ad un’attitudine psichica in grado di percepire, elaborare parte di stimoli esterni ed edificare una struttura caratteriale a noi consona e apparentemente soddisfacente. Da questa prospettiva il carattere diventa così una struttura cristallizzata e preformata, che reagisce rigidamente solo a determinate interazioni con l’ambiente.
L’enneatipo va visto allora come una “gabbia dell’agire quotidiano”, assimilabile ad una “prigione del bambino interiore”, che per paura di non essere stato amato e protetto nella prima infanzia, fu costretto a snaturare l’essere autentico pur di garantire la propria sopravvivenza.
Conoscere il proprio enneatipo significa “ritornare consapevolmente alle strategie distorte del passato per smontare gli automatismi del presente e del futuro”. Va anche detto che l’appartenenza ad un enneatipo, così come quella ad un segno zodiacale, non cambia nella vita. Ciò che può servire, sicuramente, per un vivere più autentico, è la consapevolezza di navigare meglio possibile nel “fiume della nostra vita”. E proprio come in un fiume, possiamo scegliere se scendere a valle, seguendo conformisticamente il flusso naturale, come fa la maggior parte delle persone, oppure, come hanno il coraggio di fare solo in pochi, cercare di risalire la corrente e riconoscere la sorgente originaria, per vivere coraggisamente un destino diverso, che ci appartiene nell’intimità più profonda, perchè è quello della nostra anima pura e incontaminata, quello che che ci è stato affidato al momento della nascita.
E’ questo il compito più importante di tutti, come avevano capito bene i nostri antenati. “Gnothi seautón” (conosci te stesso) era scritto a caratteri cubitali sul frontone del tempio di Apollo a Delfi, l’oracolo più famoso dell’antichità che veniva visitato per avere informazioni sul futuro.
Il compito principale nella nostra esistenza è, allora, saper distinguere la vera identità da falsi e nevrotici individualismi. E, come insegna la psicologia moderna, i comportamenti nevrotici si sbloccano solo se portati a livello cosciente. In tal senso, la teoria dell’enneagramma si pone come utile dottrina che, prima ci insegna a riconoscere in quale “gabbia caratteriale” siamo stati imprigionati da piccoli, e poi ci dona la chiave per uscire dalla schiavitù di un falso vivere e riconoscere il volto della nostra anima.

Il senso delle coincidenze nella vita

Verso gli anni Cinquanta fu Jung a definire sincronicità la coincidenza temporale tra eventi fisici e stati psichici con analogo contenuto significativo. Il significato che stabilisce il legame di sincronicità non è né causale, cioè spiegato da una causa, né casuale, ossia dovuto al caso, ma unicamente associativo in termini di senso. Eventi fisici sono gli accadimenti quotidiani osservabili all’esterno, mentre vanno considerati come stati psichici interiori i sogni, le visioni, le intuizioni o i presagi. Esempi tipici di sincronicità sono il sogno premonitore che anticipa un evento oppure l’intuizione divinatoria suggerita dalla procedura mantica.

Jung riteneva che i fenomeni di sincronicità potessero avvenire unicamente in presenza di uno stato emotivo, il solo in grado di stabilire un contatto con gli archetipi dell’inconscio. Se si va dal cartomante o dall’astrologo per avere informazioni sul futuro, una prerogativa essenziale è quella di porre una domanda motivata da una forte carica emozionale o affettiva. Anche   Alberto Magno, filosofo e alchimista tedesco vissuto attorno al 1200, sosteneva che “l’emotività (affectio) dell’anima umana è la radice principale di tutte le cose…chiunque può influenzare magicamente ogni cosa, se cade preda di un grande eccesso emotivo.”

Corre l’anno 1829 quando il piroscafo City of Leeds raccoglie a bordo un centinaio di passeggeri, rimasti miracolosamente illesi dopo l’esperienza di cinque naufragi consecutivi, che nell’arco ristretto di 13 giorni vedono coinvolti una goletta, un veliero, due navi e un vascello lungo la rotta Inghilterra-Australia. Tra i naufraghi c’è Sarah Richley, donna anziana e malata, che ha deciso di intraprendere un viaggio così lungo per ritrovare il figlio Peter, partito per l’Australia 15 anni prima senza lasciar traccia di sè. Impietosito dalla donna morente, che in uno stato di delirio e con la vista ormai annebbiata, continua ad invocare il nome del figlio, il medico del piroscafo chiede a uno dei marinai, vittima anche lui dei cinque naufragi, di fingersi Peter Richeley per alleviare le sofferenze di una madre morente. Sincronicità vuole che quel marinaio sia proprio Peter Richeley, che può finalmente riabbracciare e salvare la madre, vissuta poi altri vent’anni, felice e in buona salute. Verosimilmente fu l’emotività congiunta, di una madre bramosa di incontrare il figlio e di un medico commosso dalle condizioni di una donna che sta per morire, a diventare il magico filo che tesse un fenomeno di sincronicità così articolato e che permette l’incontro tra una madre in Inghilterra e il figlio in Australia che non comunicano da 15 anni.

Nel Simposio platonico è sempre Eros a connettere gli archetipi divini con le singole esperienze degli uomini, l’unico daimon capace di ristabilire l’unità originaria e di ricucire lo strappo tra lo psichico e il materiale. Secondo Platone era nella sfera dell’Eros daimonico che si svolgeva tutta la pratica divinatoria e l’arte dei sacerdoti in relazione ai sacrifici e alle iniziazioni e agli incantesimi e a ogni genere di profezia e di magia. Con i mandala divinatori gli uomini tentarono di afferrare la sincronicità e comprendere i misteriosi nessi tra microcosmo e macrocosmo. Nel tradizionale oroscopo astrologico è un duplice mandala, costituito dalla sovrapposizione della ruota zodiacale sul cerchio delle dodici case astrologiche, a connettere l’inconscio collettivo, rappresentato dai segni-archetipi zodiacali, con la spazio-temporalità delle esperienze umane, insita nei punti cardinali del tema natale (ascendente, discendente, fondo cielo e medio cielo), nelle Case e nei transiti planetari.

Anche nell’antica Cina gli sciamani leggevano il futuro su un doppio mandala. Il rito divinatorio consisteva nel far ruotare due tavolette, una rotonda e l’altra quadrata, su un asse verticale e in senso inverso. Nella prima c’era il mandala con l’ottagono dei trigrammi Ho-t’u, che rappresentava l’ordine eterno e immutabile dell’universo con tutte le sue possibilità archetipiche, mentre nella seconda, che conteneva il mandala con gli otto trigrammi Lo-shu, era iscritto l’ordine ciclico del tempo che scandisce il ritmo della vita animata.

Non a caso fu proprio l’I-Ching a convincere Jung che la teoria sulla sincronicità, pur trasgredendo le regole della causalità, potesse assumere un senso nella sfera dell’esperibile psicologico. Ancor prima di Jung fu Richard Wilhelm, nella sua opera di traduzione del Libro dei Mutamenti, a chiamare sincronicità un concetto diametralmente opposto alla causalità, secondo cui qualunque cosa avvenga in un dato momento possiede inevitabilmente la qualità peculiare di quel momento. E così, ogni esagramma dell’I Ching riflette la qualità dell’universo al momento del lancio delle monete. Sempre Wilhelm, ricalcando la filosofia di Eraclito, suggerì di tradurre il Tao dei Cinesi come “senso del mondo”, che ritorna all’Uno indifferenziato dopo aver sperimentato la legge della polarità Yin-Yang intrinseca in ogni fenomeno. E’ il senso dell’Uno, eternamente nascosto in ogni fenomeno biologico, che si auto organizza con leggi preordinate. Non è un senso creato dall’uomo, ma che ha bisogno della coscienza dell’uomo per essere scoperto e decifrato.

I Cinesi credevano che a riecheggiare con il senso del Tao fossero sempre singolarità evocatrici, che poi stimolavano la coscienza degli uomini a creare immagini, simboli o numeri. Per il loro modo di pensare i singoli indizi e le coincidenze accidentali erano più importanti degli eventi ordinari della vita, poiché era così che si rivelala il sapere di un Tutto ordinato, sensato ed efficace. Bastava solo perseguire la filosofia della meditazione, lasciando che le cose accadessero, come hanno sempre insegnato i maestri cinesi. E, come disse anche Jung, “bisogna essere psichicamente in grado di lasciar accadere”, che significa aprirsi alla via immaginativa e lasciarsi guidare dal daimon della passione e del sentimento, in modo da far accadere gli eventi sincronistici che danno significato e senso al nostro destino.

In verità c’è sempre un senso nelle coincidenze della vita, il problema è saper cogliere i suggerimenti e trascrivere i messaggi che ci inviano. I Celti lanciavano in cielo le rune per captare i sussurri delle divinità, mentre nelle sedute medianiche i Cinesi si affidavano alla planchette, la “matita volante degli spiriti”. Comunque si tenti di avvicinare, di fatto o con l’immaginazione, il regista divino capace di coordinare le trame delle esistenze umane, possiamo condividere l’opinione di Doris Lessing, che vedeva nelle coincidenze “lo stratagemma che Dio utilizza per restare anonimo”.

L’oroscopo di Gesù

Il mistero che avvolge il momento della nascita di Gesù ha appassionato e incuriosito molti teologi, biblici, storici ed astrologi di ogni epoca. Quello che si può dire sicuramente oggi è che la sua nascita non coincide di certo con il 25 dicembre dell’anno zero, anche se questa certezza non modificherà la tradizione di festeggiare il Natale qualche giorno dopo il solstizio d’inverno. Tanto più che è tutta la mitologia, e non solo la religione cristiana, a far coincidere la nascita degli dèi solari al 25 dicembre, giorno in cui il sole riprende astronomicamente a muoversi dopo quattro giorni di arresto (sosltizio deriva dal latino solstitium, composto da sol-sole e sistere-fermarsi)

Molte fonti autorevoli concordano nel delimitare l’evento natale del Messia tra il 7 e il 6 a.C., periodo in cui si verificò per tre volte la congiunzione Giove-Saturno nel segno dei Pesci. Fu questa configurazione astrale, visibile e molto luminosa nei cieli notturni del Mediterraneo, ad essere stata scambiata come la stella cometa di cui si racconta nel Vangelo di Matteo, che brillò nel cielo di Betlemme all’arrivo dei re magi dall’Oriente. Essi provenivano dall’antica Babilonia, luogo in cui l’astrologia era molto diffusa e dove sarebbe stata prevista proprio in quegli anni la nascita del “dominatore del mondo”. Tale ipotesi sembra avvalorata da due versetti nel secondo capitolo di Matteo: “Nato Gesù in Betlemme di Giuda, al tempo di re Erode, ecco dei magi arrivare dall’oriente a Gerusalemme, dicendo:”Dov’è il re dei Giudei? Abbiamo veduto la sua stella in Oriente e siamo venuti ad adorarlo”.

La tentazione di indagare sulla nascita di Gesù non rimase circoscritta nell’ambito esoterico, ma sconfinò  anche nell’erudito mondo scientifico. Pare che il primo ad occuparsene fu Gerolamo Cardano, genio eclettico nato alle soglie del Cinquecento, che nel corso di una vita tribolatissima si occupò di molte cose. Oltre ad essere un medico di professione, inventò il giunto che porta ancora il suo nome e che congiunge lo sterzo delle automobili ai semiassi delle ruote anteriori. Fu anche un grande matematico con la passione del gioco d’azzardo, grazie al quale gettò le basi del calcolo delle probabilità. Ma fu anche astrologo, e una volta si dice che fece l’oroscopo a Gesù Cristo, molto probabilmente facendo fede alla congiunzione Giove-Saturno in Pesci di cui si narra nella Sacra Scrittura. Qualche decennio dopo, nel periodo in cui l’astronomia capovolse coraggiosamente la teoria geocentrica, forse il dogma della Chiesa più duraturo e ostinato, il mistero della nascita di Gesù contagiò un altro grande scienziato dell’era moderna. E’ il mese di dicembre nell’anno 1603 quando il celebre Keplero, che con le sue tre leggi getterà le basi dell’astronomia moderna, osserva nel cielo di Praga la luminosissima congiunzione di Giove e Saturno nella costellazione dei Pesci. I suoi calcoli lo portano a stabilire che lo stesso fenomeno deve essersi verificato anche nel 7 a.C. Sempre Keplero scoprì un antico commentario alla Sacra Scrittura del rabbino Abarbanel, dove si ricorda che, secondo una credenza ebraica, il Messia sarebbe apparso proprio quando Giove e Saturno avessero unito la loro luce in cielo nel segno dei Pesci.

Più di due secoli dopo è il danese Munter a scoprire un commentario ebraico al libro di Daniele, risalente al periodo medioevale, in cui alcuni dotti giudei descrivevano la congiunzione Giove-Saturno nei Pesci come un “segno del cielo” che accompagnava la nascita del Messia. I calcoli di Keplero trovarono un’ulteriore conferma in un antichissimo papiro egizio, conservato ancor oggi a Berlino e pubblicato nel 1902 col nome di Tavola planetaria, dove sono riportati con esattezza i moti dei pianeti osservati dal 17 a.C. al 10 d.C. Qualche anno più tardi, nel 1925, venne ritrovato il Calendario stellare di Sippar, tavoletta in terracotta con scrittura cuneiforme, proveniente dalla città sulle rive dell’Eufrate che fu sede di una famosa scuola di astrologia babilonese. Nel documento sono elencate le date precise della triplice congiunzione di Giove-Saturno nel 7 a.C.: il 29 maggio, il 1° ottobre e il 5 dicembre. Anche la simbologia astrologica usata nell’antica Babilonia pare consolidare l’ipotesi di una nascita del redentore: Giove era il pianeta dei dominatori del mondo, Saturno il pianeta protettore d’Israele, mentre la costellazione dei Pesci era associata alla “Fine dei Tempi”, cui doveva coincidere l’inizio di un’era messianica.

La data e l’ora precisa della nascita di Gesù Cristo (domenica 1 marzo 7 a.C., Betlemme ore 1:21) sono state ipotizzate dal reverendo Don Jacobs (1927-1981), biblista e astrologo americano, studioso che più di ogni altro si è dedicato alla ricostruzione dell’oroscopo virtuale di Gesù. Molto probabilmente si tratta di ipotesi effettuate a posteriori, in modo da far corrispondere le posizioni dei pianeti e il loro significato simbolico con quanto si racconta della vita di Gesù Cristo. Alla congiunzione Gove-Saturno nei Pesci Don Jacobs fa coincidere anche quella di altri pianeti (Sole, Luna, Venere, Urano), ipotizzando tra l’altro la nascita di Gesù in una notte di Luna Nuova, simbolo per antonomasia di un ciclo che si rinnova. Tenuto presente che la congiunzione di questi sei pianeti avviene ogni cinque milioni di anni, ciò potrebbe comprovare l’eccezionalità di un evento come quello che annuncia la nascita di un Messia.

E’ plausibile anche che il reverendo abbia stabilito l’ora di nascita in modo da far cadere l’ascendente nel segno del Sagittario, che spesso viene associato alla spiritualità e alla religiosità. L’inizio di marzo come data di nascita garantisce invece che un cumulo di sei pianeti si trovi nel segno dei Pesci, tra l’altro in opposizione al pianeta Plutone, noto simbolo astrologico di resurrezione.  A rafforzare l’impronta pescina dell’oroscopo c’è poi il trigono (120 gradi, evidenziato dalla riga blu più lunga nell’oroscopo) che Nettuno, governatore di questo segno, forma con lo stellium di pianeti nei Pesci. Perché l’enfasi di un segno come quello dei Pesci potrebbe rendere credibile l’oroscopo di Gesù e quindi, indirettamente, anche l’ipotizzato momento della sua nascita? Autorevoli astrologi, che in epoca recente si sono occupati anche di psicologia, sono concordi nel ritenere i seguenti tratti caratteriali come caratteristici del dodicesimo segno zodiacale: identità plasmata sul collettivo, conflitto altruismo-vittimismo (identità del “martire”), conflitto idealizzazione di sé – autodistruzione, vocazione al sacrificio, spirito di abnegazione, fuga dalla realtà (illusioni, avventure estreme, onirismo, misticismo, alcool, droghe), rassegnazione passiva generalizzata (tendenza all’autolesionismo e al masochismo psicofisico).

Non avremo mai la prova che il reverendo Don Jacobs abbia sollevato definitivamente il lembo su uno dei più grandi misteri della storia dell’umanità. Di certo si continuerà a fantasticare e a giocare con libere associazioni psicologiche e deduzioni a posteriori. E chissà se forse un giorno un dubbio aleggerà sulla nostra fede cristiana e giungeremo a concludere che, al pari di altre divinità solari della mitologia antica, Gesù Cristo non sia mai nato ma ancora eternamente presente tra noi, con le immortali vesti psicologiche  di un archetipo, quello dell’eroe sofferente che redime la collettività dai peccati.

Il tempo del “giusto accadere”

Nell’antichità il tempo, oltre che essere inteso come cronologia di istanti, era anche considerato come sequenza di momenti qualitativi. Oggi è difficile farsi un’idea di cosa sia la qualità del tempo. La teoria del tempo qualitativo afferma che ogni momento del tempo attrae a sè soltanto quegli eventi con qualità a lui simili. Una tale concezione del tempo era tipica soprattutto dell’astrologia, della magia, dell’alchimia e della medicina; ad essa facevano riferimento i saggi e i sapienti, gli unici ritenuti in grado di interpretare il futuro.

Nel mondo antico ci si preoccupava sempre di iniziare “nel momento giusto” una qualsiasi cosa (nuova nascita in una famiglia regnante, celebrazione di nozze regali, possibilità di un intervento bellico, proclamazione di uno Stato), dato che quell’evento sarebbe poi proseguito in base alla qualità del tempo in cui ha avuto inizio. Per questo i sacerdoti facevano l’oroscopo, per “guardare nell’ora” dell’evento (hora-ora, skopein-guardare) e benedire gli sviluppi futuri che ne sarebbero seguiti in base alla posizione planetaria di quel momento.

Jung diceva che “tutto ciò che è generato o fatto in un certo momento del tempo ha le qualità di quel momento del tempo”. Allo stesso modo, Goethe immaginò il momento della nascita come lo stampo di una moneta che vive nel tempo:

Allo stesso modo in cui nel giorno in cui nascesti il sole si offrì al saluto dei pianeti, così in seguito crescesti in base alla legge di quell’ora. Così dev’essere, sfuggire non puoi. Già lo dissero profeti e sibille, e nessun tempo e nessuna forza può spezzare la forma già coniata che vivendo si evolve.

Il marchio di qualità dell’esistenza umana, secondo il drammaturgo tedesco, era dunque impresso nell’oroscopo astrologico, la “legge dell’ora” in cui “il sole si offrì al saluto dei pianeti”. Gli eventi della vita di un individuo tendono ad accadere, dunque, in sintonia con le qualità archetipiche riflesse nella dislocazione dei pianeti al momento della nascita. Il musicista e astrologo Dane Rudhyar sosteneva che “gli eventi non accadono ma siamo noi che accadiamo ad essi”. Per tale motivo, dobbiamo ritenere il libero arbitrio di un essere umano inesorabilmente condizionato dagli eventi che sono a lui peculiari, quelli cioè che possiedono la stessa qualità dell’istante della sua nascita.

C’è senz’altro un tempo uguale per tutti, quello degli orologi che fissano gli appuntamenti delle nostre agende, ma c’è altresì un tempo soggettivo, il cui flusso scorre in conformità alla legge di nascita e ai futuri transiti dei pianeti. Nel suo capolavoro Essere e Tempo Martin Heidegger distingue tra tempo oggettivo-quantitativo, quello della quotidianità e dell’omogeneizzazione, che ci incatena in un “fare inautentico” privo di senso esistenziale, e tempo soggettivo-qualitativo, dove il tempo rispecchia l’essere e dove l’accadere dei nostri eventi è l’unico tempo per agire. E’ questo il tempo autentico del principio d’individuazione, dell’unico destino che ci spetta dall’istante di nascita, in cui non conta quanto vivo e cosa faccio, ma come vivo e chi sono.

Anche i Greci distinguevano tra chronos, il tempo lineare e regolare, del prima e del poi, della vita che conduce alla morte anonima, che Aristotele chiamava tempo “delle azioni imperfette”, e kairos, il tempo del “giusto accadere”, opportuno e propizio, unico e irripetibile, destinato in sorte a chi lo riconosce come proprio. Una scultura in bronzo di Lisippo riproduce Kairos come un giovane di bell’aspetto, che dà l’idea di fugacità giacchè dotato di ali alle spalle e ai piedi. Ha capelli solo sulla parte anteriore del capo, e se lo si vuole acchiappare non c’è possibilità di attesa o ripensamenti, poiché una volta passatoci davanti diventa inafferrabile, dato che la sua nuca è calva. Con la mano sinistra tiene una bilancia, che viene spostata dal suo equilibrio naturale con l’indice della mano destra.

La sua effige sembra ricordarci gli instabili e fuggevoli momenti della giovinezza, in cui si sfida il conformismo degli adulti e si ha il coraggio di vivere l’estasi del momento, come un’equilibrista sospeso ad un filo. Kairos è un demone fugace, un daimon che ci segue come un’ombra, che ci trasporta in una dimensione sovrumana e si manifesta come ispirazione o tentazione. E’ la divinità del carpe diem, che arresta il tempo e che impone la pienezza dell’istante, come quella che sancisce il patto tra Faust e Mefistofele:

Se dirò all’attimo: sei così bello, fermati! Allora tu potrai mettermi in ceppi, allora sarò contento di morire! Allora suoni la campana a morto, allora non dovrai servire più; l’orologio si fermi, la lancetta cada, e sia passato il tempo che mi è dato.

Parricidio artistico di un genio del Novecento nato 137 anni fa

“En arte hay que matar el padre” confidò ad un amico il futuro inventore del cubismo quando, nell’autoritratto Yo Picasso del 1901, decise di togliere definitivamente il cognome paterno dalla firma dei suoi quadri. Il padre, don José Ruiz, era un modesto pittore specializzato in quadri da soggiorno in cui i piccioni apparivano come soggetto prevalente. Era anche professore alla scuola di Belle Arti a Barcellona, qualifica che mascherava un fallimento artistico messo ancor più in evidenza dal talento smisurato del figlio.

Pablo Picasso, nato nel segno dello Scorpione il 25 ottobre di 137 anni fa, non poteva che essere animato dalla passione della controtendenza e per tutto ciò che rompe le abitudini tradizionali. I gesti di rifiuto nei confronti della discendenza paterna e la successiva identificazione con il cognome della madre ci riportano metaforicamente al mito di Edipo. Pablo nutrì sempre una certa indifferenza per i sentimenti del padre, con il quale non sentiva alcuna affinità, né fisica né tantomeno artistica; si sentiva invece molto legato alla madre, dalla quale aveva ereditato un fisico non alto ma robusto, gli occhi neri dallo sguardo perforante e la forma esile ma raffinata delle mani. Sarà questo il motivo principale per cui, in molti dei suoi quadri, non trascurerà mai i particolari degli sguardi e delle mani. E’ proprio il mito stesso a proporci un’interessante chiave di lettura della cecità, tema ricorrente che ritroviamo nei suoi dipinti tra il 1901 e 1904. La maggior parte dei critici e dei biografi picassiani accomuna la cecità con la tristezza, la malinconia, la povertà e la fame, condizioni umane alle quali il pittore ha associato simbolicamente la freddezza del colore blu. Qualcun altro ha fatto invece notare che don José Ruiz stava perdendo la vista proprio in quegli anni e che quindi l’ipocondriaco Picasso temeva la cecità come un destino personale. In verità il finale tragico di Edipo, che si strappa gli occhi dopo aver appreso la verità dell’uccisione del padre e dell’incesto con la madre, equivale psicologicamente ad un processo obbligato di introspezione che conduce alla conoscenza di se stessi.

Nel dipinto Vecchio cieco e ragazzo è probabile che Picasso faccia riferimento al profeta cieco Tiresia, interpellato da Edipo per svelare l’identità dell’uccisore di Laio. James Hillman dice: “L’accecamento di Edipo alla fine è l’esito del suo modo di procedere-seguire le tracce, interrogare, cercare la verità su se stessi, discoprimento di sé. Il conosci te stesso equivale qui alla cecità: quando, seguendo il metodo edipico, finalmente vengo a sapere chi sono, il risultato è l’accecamento, la cecità.”

In quegli anni stava germogliando l’opera più innovatrice dal periodo del rinascimento, che ebbe il coraggio di sfidare e distruggere secoli di tradizione. ”Le mie opere sono somme di distruzioni” usava dire Picasso in perfetta sintonia con la sua natura scorpionica; e forse il vero padre ucciso dall’artista andaluso è stato un certo canone di bellezza, a cui andava opposta resistenza per rinascere secondo i dettami di una musa interiore.

Il 1907 sarà l’anno di svolta della sua carriera artistica. E’ Matisse a farlo avvicinare alla scultura africana, nella quale scopre un esempio di semplificazione delle forme totalmente svincolato dalle leggi della prospettiva rinascimentale. Con il quadro Les Demoiselles d’Avignon Picasso elimina ogni elemento ornamentale e virtuosistico, diventando per la prima volta se stesso e dando origine a quel movimento artistico rivoluzionario che verrà denominato cubismo. I corpi nudi delle cinque “signorine” (nome eufemistico con cui i borghesi francesi chiamavano le prostitute) non si rifanno al concetto convenzionale di bellezza, ma hanno forme essenziali e quasi mascoline nel profilo tagliente che le definisce. Si materializza così una nekyia artistica, che in un saggio dedicato espressamente a Picasso Carl Gustav Jung definisce “una discesa nella grotta dell’iniziazione e della conoscenza mistica”.

Il Sole in Scorpione ci rivela, dunque, che le vere origini dell’artista Picasso non possono che trovarsi nella profondità di Ade-Plutone, pianeta che governa il suo segno, in quell’abisso che separa l’incantevole fascino del suo periodo rosa dalle mostruose proporzioni del primitivismo, le cui orrende asimmetrie disprezzano l’estetica bidimensionale ma acquistano volume e nuova vita. Il processo di occultamento è caratteristico nello Scorpione, segno governato da quell’Ade mitologico che nascondeva l’identità sotto il suo elmo che lo rendeva invisibile. Picasso faceva spesso ricorso all’uso del travestimento personale, che lo portò ad immaginarsi nei suoi quadri in ruoli diversi (Arlecchino, Pierrot, scimmia, Minotauro, cavallo, civetta, colomba).

Nelle opere di un pittore dello Scorpione non potevano comunque mancare due temi come l’amore e il sesso. Diceva che “dipingere è come fare l’amore” e, in effetti, ogni relazione importante riuscì a condizionare lo stile dei suoi quadri. Per lui il dipingere una donna fu come un atto di fedeltà alla vita, un diario passionale che ci ha raccontato il mondo delle sue emozioni, oscillanti tra attrazione, innamoramento, tenerezza, gelosia, ossessione e cinica spietatezza. All’inizio degli anni Trenta, per esempio, nel periodo in cui doveva nascondere alla moglie Olga la relazione con la diciassettenne Marie-Therese, scelse come travestimento personale la figura mitologica del Minotauro, simbolo del caotico istinto e della trasgressione di ogni moralità e razionalità, che ha bisogno di una riconciliazione con la parte più pura e incontaminata dell’anima junghiana (come avviene nel Minotauro cieco guidato dalla bambina).

Nella vita privata Picasso generò arte sublime ma seminò anche dolore e distruzione. Il primogenito Paulo morì a cinquant’anni drogato e alcolizzato, il nipote Pablito si tolse la vita il giorno del funerale del nonno per avere ingerito candeggina, Olga perse il senno e morì nel 1955, Marie-Therese si impiccò nel 1977, Jacqueline si sparò un colpo di pistola alla tempia nel 1986, Dora subì diverse crisi depressive dopo essere stata da lui ripetutamente picchiata. Picasso ha distrutto le muse entrate nella sua orbita vitale ma in cambio le ha rese immortali con le sue opere. Morte-rinascita, compromesso scorpionico accettabile?

Il profondo legame tra l’astrologia e la psicologia

Onorata in passato da uomini come Paracelso, Giordano Bruno, Keplero e Galileo, considerata fin dagli albori delle civiltà come la regina delle scienze, divenuta poi nel Rinascimento la folle madre dell’astronomia, per essere infine accantonata dal mondo scientifico come una malefica strega o, peggio ancora, come una vecchia prostituta, che valore possiamo dare oggi all’astrologia?

Di recente è stata la psicologia, l’unica tra le scienze moderne, a trovare maggior affinità e condivisione con l’astrologia. Psicologi della fama di Jung e Allendy sono stati impressionati nell’osservare un collegamento diretto tra i complessi psicoanalitici e la carta astrale dei pazienti, constatando con un certo stupore che esiste un nesso indissolubile tra astrologia e psiche.

Già il vecchio adagio latino astra inclinant sed non necessitant ammoniva del fatto che le stelle non determinano il destino degli uomini con influssi astronomici a distanza. Sembra invece più logico e sensato avere dell’astrologia una concezione simbolica e considerarla come matrice dei variegati comportamenti umani. Fu il filosofo Plotino, erede di Platone nonché grande astrologo della Grecia antica, a considerare i pianeti, i segni zodiacali e le varie configurazioni astrali non come causa di eventi ma esclusivamente come “simboli che li indicano”. Egli sosteneva che in un essere vivente l’azione di una parte su un’altra non dipende dalla vicinanza delle parti stesse ma bensì dalla loro somiglianza; se Marte decide sull’aggressività di un individuo, non è perché il pianeta esercita un influsso fisico determinato dai suoi raggi cosmici, ma perché tale astro è simbolo della rabbia che condiziona il comportamento di quest’uomo. E’ pertanto unicamente in virtù dell’azione simpatica tra due entità simili, e in funzione dell’appartenenza cosmica della natura umana, che tra l’astro e l’uomo si stabilisce una simultaneità globale e non una concatenazione di cause ed effetti.

Gli psicologi sono concordi nell’affermare che l’elemento fondamentale della vita psichica è una forma del tutto spontanea e primordiale di attività di derivazione istintuale, ossia la tendenza. Si tratta in sostanza di un asse comune che organizza allo stato potenziale l’azione psichica e fisica di ogni individuo, e con essa una direzione di massima del suo comportamento. Tutti noi “tendiamo” verso certi modi di essere, ma non per questo siamo costretti a uno schema fisso e immutabile, e ciò avviene grazie al principio di plasticità delle tendenze.

I pianeti e i corrispettivi segni zodiacali vanno allora più correttamente interpretati come una famiglia di tendenze, costituita da racconti mitologici, reazioni psichiche, modelli relazionali, costituzioni morfologiche, tipi di mentalità o di sensibilità, funzioni fisiologiche e patologie del corpo umano, che nel suo complesso determina, volontariamente o involontariamente, le diverse attitudini umane. Nel caso di Giove e del Sagittario, per esempio, all’attitudine “espansione” corrisponderà tutta un insieme di tendenze psicofisiche come l’istinto di grandezza, l’altezzosità, la boria, l’ipertrofia narcisistica dell’Io, il bisogno di appartenenze ampie, l’attitudine ad uno stato di benessere e di ricchezza (morale o materiale), l’umore ottimista, le forme corporee dilatate (allungate, arrotondate o elastiche), l’energia cinetica e gli organi che la producono (fegato, muscoli e vasi sanguigni), i problemi di sovrappeso e le patologie del “benessere” (diabete, aterosclerosi, gotta).

L’astrologia è stata opportunamente definita come la scienza di ogni inizio. Che tutto sia scritto già nell’inizio è una delle leggi più importanti dell’universo; la ritroviamo in biologia in ogni forma di patrimonio ereditario, come per esempio la memoria genetica presente nel DNA, il seme di ogni albero e l’uovo per il futuro essere vivente. Già dai tempi antichi si è data grande importanza ad iniziare “nel momento giusto” un intervento bellico o un evento sociale ritenuto di comune interesse per la collettività. Non è quindi una coincidenza fortuita che la parola oroscopo significhi letteralmente guardare nell’ora, l’ora in cui qualcosa prende inizio. Ciò che dunque l’astrologia può fare è offrire a una personalità in via di sviluppo un modo per risalire all’archetipo del suo seme potenziale. Può darsi che un seme non cresca mai fino a diventare una pianta nel suo pieno sviluppo, ma nel caso di crescita il seme diventerà nella realtà solo ciò che contiene in potenzialità. Una ghianda non diventerà mai un albero di mele, così come non si può dire che la stessa ghianda caduta sul suolo possa diventare un domani una quercia. In tal senso l’oroscopo va inteso come una mappa simbolica della psiche umana che, al pari di un seme, contiene le potenzialità esistenti nell’individuo assieme ai periodi di vita in cui queste potenzialità possono venir realizzate. La dottrina induista ci insegna che è fondamentale “diventare ciò che potenzialmente si è” o, come ha più volte scritto Jung nelle sue opere, che “bisogna ritornare ad essere ciò che si è sempre stati”. Più poeticamente, nei suoi Scritti Orfici, Goethe si esprimeva così: “Allo stesso modo in cui nel giorno in cui nascesti il sole si offrì al saluto dei pianeti, così in seguito crescesti in base alla legge di quell’ora. Così dev’essere, sfuggire non puoi. Già lo dissero profeti e sibille, e nessun tempo e nessuna forza può spezzare la forma già coniata che vivendo si evolve.”

Dedicato a quelli del Cancro

Canone cancrizzante è un’opera di Escher, famoso grafico e incisore olandese, il cui stile inconfondibile era quello di raffigurare nel medesimo contesto prospettive surreali e contrastanti (scale e cascate che sembrano scendere ma anche salire, figure che si compenetrano con i loro sfondi, ecc..). Il granchio di Escher avanza e indietreggia allo stesso tempo, cosa che ci ricorda lo strano e goffo andamento del crostaceo in natura. Il titolo dell’opera si ricollega al canone cancrizzante (o inverso) di Bach nell’Offerta Musicale, in cui il tema può essere letto da capo a fine o viceversa, come se si riflettesse allo specchio.

 

Lo stesso avviene nella disposizione cosiddetta “palindrica”dei due filamenti del DNA nel granchio, dove la sequenza dei codici genetici assume una struttura del tutto speculare.

Questa ambiguità tra avanzamento e indietreggiamento è una delle principali caratteristiche del quarto segno dello zodiaco, il Cancro. Potremmo anche definirla come tendenza alla regressione vitale, e nessuno più dei nativi di questo segno è sedotto da quello che in psicologia è noto come richiamo dell’utero materno, che nell’infanzia si trasforma in legami fusionali con la madre e più tardi negli anni diventa complesso materno più o meno accentuato. “Cerca la madre, troverai il Cancro” (o viceversa) potrebbe essere la sintesi estrema per definire questo segno. Regressione all’utero significa in pratica “vivere molto di più il passato che il presente”. Ricordi, nostalgie, relazioni idealizzate e poi vanamente inseguite, legami a schemi familiari, compulsività verso il cibo e ogni bisogno primario (surrogati del seno materno), ecco il mondo dei Cancro, popolato dai fantasmi dell’infanzia e dell’adolescenza, quando l’amore incondizionato della madre era l’unico insostituibile e non poteva essere messo in discussione. Non solo il passato, ma anche il futuro può condizionare e deformare la vita di questi esseri così teneri e sensibili. L’immaginato, l’irreale (o surreale), le fantasie, i voli pindarici, i sogni (un altro motto potrebbe essere “sognerà la sua vita se non può vivere il suo sogno”), insomma tutto pur di evitare la rude e prevedibile realtà o il noioso tran tran della quotidianità.

Consigli per sconfiggere questa inguaribile tentazione di “immaginare la vita”, che in concreto diventa una “pigrizia del fare” e che alla lunga può trasformarsi in “paralisi dell’agire” o, ancor peggio, “paura di vivere”?  Non rimandate mai a un domani imprecisato le cose che dovete fare nell’immediato, rendete attiva e proficua la vostra immaginazione, portate a termine i vostri progetti, viaggiate molto in Paesi stranieri e lontani (per rendervi conto che la casa e la famiglia sono solo mondi che vi limitano), godetevi la quotidianità con la cura e l’attenzione del vostro corpo, con la contemplazione dei suoi tramonti e dei chiari di luna che si riflettono sul mare notturno, gustatevi i buoni vini e i cibi che vi cucina la vostra partner (se li fate voi ancora meglio, ma purchè non corriate ancora a casa da vostra madre a mangiare, poichè convinti che “come lei non cucina nessuno”). In ogni caso, come suggeriva il poeta latino Orazio con il suo “carpe diem”, vivete nel presente e non nel passato o nel futuro. Ma ricordate sempre la parola “coraggio”, che letteralmente significa anche “agire col cuore”. E voi di cuore ne avete tanto, ma non sprecatelo nei labirinti della vostra mente.

Roberto Daris (nato l’8 luglio)

Astrologia e cartomanzia tabù storici per il Vaticano

Nell’Angelus del 13 agosto 2017 Papa Francesco ha ammonito i suoi fedeli che “quando non ci si aggrappa alla parola del Signore ma si consultano oroscopi e cartomanti, si comincia ad andare a fondo”, parafrasando l’episodio evangelico di San Pietro che tenta di raggiungere Gesù camminando sulle acque del Lago di Galilea, ma poi dubita e affonda.

http://www.repubblica.it/vaticano/2017/08/13/news/il_papa_quando_ci_si_aggrappa_a_oroscopi_e_cartomanti_si_va_a_fondo_-172956019/

Forse è il caso di ricordare al nostro pur simpatico pontefice che l’arte divinatoria non nasce come curiosa e ingenua superstizione, ma si è resa necessaria per prevedere le ostilità della natura onde limitare il danno dei raccolti. Non a caso il riferimento fondamentale di tutta l’arte divinatoria, l’I-Ching cinese, il famoso “Libro dei Mutamenti”in cui si descrivevano tutti i possibili stati di mutamento del cosmo, della natura e della vita umana, era concepito come almanacco dell’agricoltura, della pesca e della caccia. E’ anche opportuno ricordare a Bergoglio che nella cultura Maya erano i sacerdoti a possedere tutte le conoscenze scientifiche, astronomiche, astrologiche e religiose (considerate parti di un’unica disciplina), di cui si servivano per regolare la vita della comunità e prevedere il futuro. Anche presso gli antichi Egizi, Sumeri e Greci spettava al saggio sacerdote fare l’oroscopo (da hora-ora, skopein-guardare), ovvero “guardare la posizione degli astri nell’ora di un particolare evento” (come la nascita di un figlio della famiglia regnante, la possibilità di un intervento bellico, la proclamazione di uno Stato, la celebrazione di nozze regali,…), per poi sancire e benedire le possibilità future che da esso ne sarebbero seguite.

E’ altresì opportuno far osservare al sommo pontefice che il secondo arcano maggiore dei tarocchi, la Papessa, è il simbolo di una madre spirituale che porta in sé la saggezza ancestrale dei cicli della natura, che detiene una conoscenza che si eredita dal vissuto e dalle generazioni passate, fatta di misteri occulti, di sensazioni “di pancia” e di percezioni corporee che non sempre vengono apprese da testi scritti. Non è un caso che in quasi tutte le versioni dei tarocchi la Papessa tiene un libro sulle ginocchia ma non ha bisogno di guardarlo, e così il velo che le cinge il capo vuol significare che la vera conoscenza è arcana, simbolica, velata, che non si lascia svelare facilmente alla razionalità umana. Una versione negativa della Papessa è stata assunta negli anni dalle tante streghe bruciate al rogo dalla Chiesa, in quanto detentrici di un sapere pericoloso come quello della pharmakeia, la scienza dei farmaci che guarisce secondo riti magici e sacrificali.

Il velo della Papessa dovrebbe infine ricordare alla massima autorità ecclesiastica che le scienze occulte (tra cui l’astrologia e la cartomanzia), se comprese a fondo, possono svelarci l’arcano dell’esistenza umana. Denigrarle o, peggio ancora, demonizzarle ed esorcizzarle, significa continuare in quell’obsoleta strategia di oscuramento della verità, che ha raggiunto il suo apice nel rifiuto della teoria eliocentrica durato ben 360 anni, periodo che va dal processo di Galileo Galilei (costretto all’abiura delle sue concezioni astronomiche per evitare il carcere) al riconoscimento da parte di papa Giovanni Paolo II degli “errori commessi” dalla Chiesa.

Ma a preoccupare di più, a mio avviso, è la chiusura dell’Angelus. “La Chiesa – spiega Bergoglio – è una barca che, lungo l’attraversata, deve scontrare anche venti contrari e tempeste, che minacciano di travolgerla. Ciò che la salva non sono il coraggio e le qualità dei suoi uomini: la garanzia contro il naufragio è la fede in Cristo e nella sua parola. Su questa barca siamo al sicuro, nonostante le nostre miserie e debolezze”.

Annullare le singole virtù e rendere l’uomo incapace di autoredimersi ha permesso nei secoli alla Chiesa di proporsi come unica via di salvezza, in grado di donarci quella grazia che ci assolve dai peccati in cambio della fede. Ma virtù e peccati andrebbero considerati come normali fasi di un processo psichico individuale, che ciascun essere umano, col coraggio delle proprie responsabilità, è chiamato ad affrontare se vuole differenziarsi come identità unica e irripetibile pur di non naufragare nelle acque tranquille di un conformismo, che dà sicurezza a “miseri e deboli mortali” (usando le parole di Bergoglio) ma non rende certamente liberi.

Come dimenticare il coraggio di tanti alchimisti, condannati con crudeltà dalla Chiesa nel Medioevo, che nella solitudine dei loro laboratori improvvisati, cercavano di redimere se stessi liberando la prima materia dalla corruzione per trasformarla in pietra filosofale. Come dimenticare anche il coraggio di Giordano Bruno, che qualche anno prima di Galilei ha associato alchimia, eliocentrismo e arti magiche per giungere ad una comprensione olisitica e panteistica dei fenomeni naturali e universali. Ma fu un coraggio troppo rivoluzionario per quei tempi, unico inseparabile compagno in quella cupa e silenziosa alba del 17 febbraio 1600 in piazza Campo dei Fiori a Roma, dove lo attendeva inesorabile la fine tragica del rogo, così come deciso da madre Chiesa per punire quei peccatori così audaci che osano uscire dal gregge obbediente dei fedeli.

 

 

La straordinaria esperienza del mistero

Cari amici,

volevo comunicarvi l’apertura del sito www.robertodaris.it. In verità si tratta di un rivoluzionario restyling di un sito precedente con contenuti decisamente diversi. Per usare un noto riferimento dantesco, “nel mezzo del cammin della mia vita” ho sentito la necessità di cambiar pelle, un po’ come un serpente che, guarda caso, nella mitologia è sempre metafora di partenogenesi e autorinnovamento.

Per tanti anni sono stato, per tutti quelli che mi conoscevano, il fisarmonicista Roberto Daris che di lavoro insegna matematica all’università. Anche per me, fino ad una decina di anni fa, il primo pensiero dopo il caffè mattutino era abbracciare la mia cara fisarmonica e fare qualche nota per iniziare bene la giornata. Poi la metamorfosi: l’interesse per l’astrologia, la psicologia, la mitologia, la fisica quantistica, ed ecco che piano piano la mia vita ha preso una strada diversa. I miei compagni di viaggio non erano più Piazzolla, Bartok e Stravinskij ma Platone, Jung e Gurdjieff. Oggi pile disordinate di libri fanno da arredo in ogni angolo della mia casa, ed è così che ogni mattina, dopo il caffè, non posso più iniziare bene la mia giornata se non leggo o scrivo qualcosa. La musica e la fisarmonica? Non posso dire di averle abbandonate, ma di certo non sono più le priorità della mia agenda quotidiana. La cosa strana però è che, pur esercitandomi molto meno, suono meglio di prima. Questo mi fa pensare che, probabilmente, ho trovato la mia strada, quella cioè in sintonia con il “vero me stesso”.

Negli anni, dopo aver approfondito lo studio della psicologia, ho compreso che la musica e i concerti facevano parte più del destino irrealizzato di mio padre che dei miei obiettivi personali. Per lui, quello portato per la musica, che suonava il clarinetto, che balla e che canta in coro ancor oggi, io ero il vanto da esibire. Ho capito che suonare, per me, è stato un modo di stargli vicino, di dimostrargli amore, di non tradire i suoi sogni e le sue aspettative su di me. Di recente mi sono avvicinato a mio padre in un modo diverso, per esempio facendogli capire che deve essere fiero, ed io assieme a lui, delle cose che fa benissimo, come la coltura degli ulivi o la costruzione di recinti in pietra. Ed è così che entrambi possiamo dire oggi di essere felici delle cose che facciamo, liberi da tutte le inutili e dannose proiezioni psicologiche.

Il nuovo sito è stato pensato e organizzato da Alberto Lorusso, vent’anni fa mio studente ad Economia ed oggi carissimo amico che ringrazio infinitamente. L’intento è quello di condividere, con voi e con altri futuri utenti, le mie nuove passioni sugli argomenti elencati nella sezione “pagine”. Periodicamente verrà poi pubblicato un mio articolo, sul quale potremo scambiare opinioni e riflessioni comuni e di cui riceverete notifica se vi aggiungete ai “contatti”.

La mia speranza è duplice: diffondere quelle conoscenze che hanno destato in me tanta meraviglia e divulgare curiosità sui misteri dell’esistenza. Il grande Albert Einstein diceva: “Quella del mistero è la più straordinaria esperienza che ci sia data di vivere. E’ l’emozione fondamentale situata al centro della vera arte e della vera scienza. Da questo punto di vista chi sa e non prova meraviglia, chi non si stupisce più di niente è simile a un morto, a una candela che non fa più luce”.