Parricidio psicologico: atto necessario per crescere?

Dice bene lo psicologo Eric Fromm quando sostiene che “i risvolti psicologici del mito edipico possono essere capiti a fondo solo come simbolo della ribellione del figlio verso il padre autoritario, mentre il matrimonio successivo tra Edipo e Giocasta è solo un elemento secondario”. Così come è stato sottolineato da Freud, l’uccisione di Laio rappresenta il nucleo del mito stesso e può essere interpretato come il terrore filiale della castrazione da parte del padre nel caso in cui venisse scoperta la gelosia assassina che proviene dal desiderio di reclamare la madre.

Nel tentativo di Laio di voler eliminare il figlio per evitare la predizione dell’oracolo (la stessa sorte tra l’altro che capita a déi maschili come Urano, Saturno e Giove) emerge poi la tematica del figlicidio, così tragicamente ricorrente nella storia dell’umanità. Si pensi a Dio che ordina ad Abramo di uccidere il figlio Isacco, o a Gesù che implora sulla croce “Padre, perché mi hai abbandonato”, o ancora al fatto che nell’Impero Romano la “patria potestà” contemplava diritto di vita e di morte sui figli (che potevano essere venduti o sacrificati agli déi). Per non parlare poi del rito iniziatico della circoncisione (che per gli Ebrei sostituiva l’iniziale sacrificio biblico di Isacco e sanciva un patto tra Dio e l’uomo), oppure il costume di trasformare tramite castrazione i bambini maschi in soprani, o ancora il cannibalismo e il commercio della carne dei propri figli permessa nel Medioevo durante i periodi di carestia. E che dire del fenomeno bellico in generale, che dalla preistoria ad oggi ha ricavato una sola costante, e cioè il sacrificio di generazioni di maschi giovani.

Ai giorni nostri una tendenza psicologica al figlicidio può riscontrarsi in un padre che vive la sensazione di essere spodestato affettivamente dal figlio nei confronti della moglie, oppure che teme inconsciamente di sentirsi un fallito nel caso in cui un destino migliore del figlio possa sovvertire tutta l’autorità che lui rappresenta. Il mito di Edipo emerge altresì nel potere psicologico, e in alcuni casi fisico, di rigide educazioni, punizioni e divieti di ogni genere subiti nell’infanzia. Potrà allora succedere che si metta in atto da parte dei figli un processo sistematico di rimozione del Super-Io anziché dell’Es, e da ciò molto probabilmente deriverà quella caratteristica contestazione ottusa verso l’autorità e verso i valori imposti da ogni forma di educazione tradizionale. Ma alla fine quella ribellione generalizzata contro tutto e tutti potrà diventare nel tempo l’unico modus operandi di un individuo che in fondo continua a ribellarsi al padre che non lo ha compreso.

La lotta edipica delle giovani generazioni maschili può essere, in definitiva, quella di un modello comportamentale interessato non all’avvicinamento del genitore del sesso opposto ma piuttosto al capovolgimento del vecchio ordine e l’asserzione dello spirito d’indipendenza. Il soggetto esteriorizzerà allora la sua rabbia verso una sorta di Padre Terribile, poiché sente che vivere all’ombra della sua autorità gli impedirebbe di raggiungere la meta di una libera auto-realizzazione. “Il Padre Terribile – sottolinea Eric Neumann – appare come la forza coesiva dell’antica legge, dell’antica religione, dell’antica moralità e dell’antico ordine, delle convenzioni, della tradizione o di ogni altro fenomeno sociospirituale che, coscientemente, si impadronisce del figlio e impedisce il suo procedere verso il futuro.”

Il confronto con il Padre Terribile, che nel mito edipico giunge sino all’atto estremo del parricidio, si presenta allora come una tappa necessaria per l’evoluzione del figlio maschio, poiché lo costringe a interiorizzare l’autorità e gli impone di incorporare e gestire responsabilmente nella sua personalità quell’entità per la quale ha tanto lottato. Senza questa lotta egli rimarrebbe eternamente figlio di suo padre, l’eterno ribelle che sbatte la porta di casa e che rifiuta in sostanza la sua possibilità di diventare adulto.

   Uno degli esempi più illustri di parricidio artistico è quello di Pablo Picasso. “En arte hay que matar el padre” confidò il pittore andaluso ad un amico quando, nell’autoritratto Yo Picasso del 1901, decise di sostituire definitivamente il cognome paterno con quello della madre. Il padre, don José Ruiz, era un modesto pittore specializzato in quadri da soggiorno in cui i piccioni apparivano come soggetto prevalente. Era anche professore alla scuola di Belle Arti a Barcellona, qualifica che mascherava un fallimento artistico messo ancor più in evidenza dal talento smisurato del figlio. Non deve pertanto stupire l’abbandono della prestigiosa Accademia Reale di Madrid, nella quale Pablo venne iscritto con l’ausilio finanziario dello zio don Salvador Ruiz, medico di Malaga e orgoglioso di dare lustro a quel cognome di famiglia che solo qualche anno dopo il nipote avrebbe rinnegato.

I gesti di rifiuto nei confronti della discendenza paterna e la successiva identificazione con il cognome della madre ci riportano di nuovo al mito di Edipo. Ed è proprio il mito stesso a proporci un’interessante chiave di lettura della cecità, tema ricorrente che ritroviamo nei suoi dipinti tra il 1901 e 1904. La maggior parte dei critici e dei biografi picassiani accomuna la cecità con la tristezza, la malinconia, la povertà e la fame, condizioni umane alle quali il pittore ha associato simbolicamente la freddezza del colore blu. Qualcun altro ha fatto invece notare che don José Ruiz stava perdendo la vista proprio in quegli anni e che quindi l’ipocondriaco Picasso temeva la cecità come un destino personale. In verità il finale tragico di Edipo, che si strappa gli occhi dopo aver appreso la verità dell’uccisione del padre e dell’incesto con la madre, equivale psicologicamente ad un processo obbligato di introspezione che conduce alla conoscenza di se stessi. “L’accecamento di Edipo – dice James Hillman – è l’esito psicologico di un modo di seguire le tracce, interrogare, e cercare la verità su se stessi. Il conosci te stesso equivale qui alla cecità, poiché quando vengo finalmente a sapere chi sono, il risultato non può che essere il non vedere più quello che sono stato prima.”

Il pianto del bambino interiore nella civiltà patriarcale

Lo psicologo cileno Claudio Naranjo, candidato al premio Nobel per la Pace, denuncia in una recente intervista la crisi del patriarcato nella società moderna, delineando le cause che l’hanno generata e proponendo alcune soluzioni per evitare di collassare insieme ad essa.

https://www.youtube.com/watch?v=L6CNf59mk3o

Storicamente il patriarcato, o almeno la concezione più comune che abbiamo di esso, nasce come denuncia da parte delle femministe di uno sciovinismo maschile, che in sintesi è stata l’ingiustizia degli uomini nel sottovalutare e sfruttare le donne. In verità Naranjo ci mette in guardia dai pericoli derivati dal patriarcato, e che si sono nel tempo radicati nella società. Il dominio maschile, infatti, ha avuto ripercussioni nocive per tutti, uomini e donne indistintamente. Se la donna è sottovalutata conseguentemente la madre, e con essa la maternità, è sottovalutata. E se la maternità non ha più importanza, anche i bambini soffrono nel sentire la madre che non vale. E se la madre non vale anche il bambino si sente non valere. La sottovalutazione del materno si può estendere poi in ognuno di noi in quello che gli psicologi chiamano bambino interiore ferito, e che a sua volta schiaccia lo spirito di ozio e di gioco, alla base della creatività, della libertà mentale e di ogni forma contemplativa.

Il patriarcato non è dunque solo un dominio del maschile; in parte è autorità che si appoggia alle attività violente e prevaricanti, in parte è lo stato sociale e familiare nel quale c’è mancanza di maternità (cura, compassionevolezza) e, non ultimo, rifiuto della vita istintiva. “Quando c’è la guerra non si mangia molto e non si fa l’amore” dice scherzosamente Naranjo. Questa potrebbe essere una metafora di quel posticipare la natura istintiva e biologica, diventato purtroppo uno stato cronico della civiltà moderna. Ciò non fa che ispirare una morale anticarnale, ossia quella specie di legislazione restrittiva e repressiva che si materializza in un’educazione non attenta al bisogno creativo dei giovani e, più in generale, alla felicità delle persone. Ma la carnalità dovrebbe intendersi come l’equivalente di ogni forma organizzativa del mondo animale e vegetale, ove si nasconde la saggezza della natura e della vita organica. Se la reprimiamo o, peggio ancora, ci diamo delle colpe di presunta malvagità perché distratti dai desideri naturali del corpo, ciò non fa che creare una tensione istintiva che ci fa cadere in uno stato di perenne ansia.

Il rifiuto dell’animalità, già denunciato da Freud all’inizio del Novcento, non è solo rifiuto del lato interiore, ma crea un’infelicità che deve essere sostituita con tutti i vizi e le passioni consumistiche. In altre parole, l’unica soluzione che ci dà l’illusione di completezza personale è il ricorso morboso e ripetitivo a forme edonistiche del vivere, come sembra oggi essere l’uso ossessivo dei cellulari e dei social network, unici strumenti in grado di trasferirci emozioni nell’immediato. Naturalmente una sessualità proibita fa nascere anche l’oscenità e la lussuria, tutte forme aberrate di una necessità istintiva rimossa e che invece può essere disponibile in modi più semplici e naturali.

C’è qualche speranza di cambiare qualcosa e di uscire da questa crisi a livello sociale? Naranjo denuncia esplicitamente la mancanza di una politica della consapevolezza. “In politica è entrata l’ecologia ma non l’educazione della consapevolezza e della conoscenza di sé. Oggi l’educazione è solo una forma di obbedienza; ci siamo dimenticati forse del famoso monito di Socrate conosci te stesso?.” L’educazione delle istituzioni scolastiche, assieme a quella che ci proviene dai messaggi quotidiani dei mass media, si esprime infatti in forma autoritaria, mostrandosi intenta piuttosto a reprimere o a imporre “dogmi” e “diktat” piuttosto che educare nel profondo.

In ogni vita individuale è nella morte dell’ego, con tutte le sue soluzioni infantili ed egoistiche, che sta la speranza della rinascita. Questo processo di morte-rinascita, che le leggende mitologiche chiamano il viaggio dell’eroe, può essere valido anche per la civiltà. La morte della civiltà può portare allora ad una rinascita rigenerazionale, così come si racconta anche nel mito bibblico del diluvio universale. Questo può avvenire unicamente se c’è consapevolezza degli errori commessi, per non ripetere così i fallimenti del passato. L’alternativa al patriarcato non è però il matriarcato, ma il raggiungimento di un’armonia interiore a livello individuale. Naranjo insiste sul fatto che la nostra urgenza è nel far coesistere all’interno di noi una “famiglia psicologica”, composta da padre (intelletto, razionalità), madre (emozioni, compassionevolezza) e figlio (istinto, creatività). E sarà solo una società che valorizza contemporaneamente questa trinità di valori che può avere la possibilità di sopravvivere più a lungo.

Dedicato a quelli del Cancro

Canone cancrizzante è un’opera di Escher, famoso grafico e incisore olandese, il cui stile inconfondibile era quello di raffigurare nel medesimo contesto prospettive surreali e contrastanti (scale e cascate che sembrano scendere ma anche salire, figure che si compenetrano con i loro sfondi, ecc..). Il granchio di Escher avanza e indietreggia allo stesso tempo, cosa che ci ricorda lo strano e goffo andamento del crostaceo in natura. Il titolo dell’opera si ricollega al canone cancrizzante (o inverso) di Bach nell’Offerta Musicale, in cui il tema può essere letto da capo a fine o viceversa, come se si riflettesse allo specchio.

 

Lo stesso avviene nella disposizione cosiddetta “palindrica”dei due filamenti del DNA nel granchio, dove la sequenza dei codici genetici assume una struttura del tutto speculare.

Questa ambiguità tra avanzamento e indietreggiamento è una delle principali caratteristiche del quarto segno dello zodiaco, il Cancro. Potremmo anche definirla come tendenza alla regressione vitale, e nessuno più dei nativi di questo segno è sedotto da quello che in psicologia è noto come richiamo dell’utero materno, che nell’infanzia si trasforma in legami fusionali con la madre e più tardi negli anni diventa complesso materno più o meno accentuato. “Cerca la madre, troverai il Cancro” (o viceversa) potrebbe essere la sintesi estrema per definire questo segno. Regressione all’utero significa in pratica “vivere molto di più il passato che il presente”. Ricordi, nostalgie, relazioni idealizzate e poi vanamente inseguite, legami a schemi familiari, compulsività verso il cibo e ogni bisogno primario (surrogati del seno materno), ecco il mondo dei Cancro, popolato dai fantasmi dell’infanzia e dell’adolescenza, quando l’amore incondizionato della madre era l’unico insostituibile e non poteva essere messo in discussione. Non solo il passato, ma anche il futuro può condizionare e deformare la vita di questi esseri così teneri e sensibili. L’immaginato, l’irreale (o surreale), le fantasie, i voli pindarici, i sogni (un altro motto potrebbe essere “sognerà la sua vita se non può vivere il suo sogno”), insomma tutto pur di evitare la rude e prevedibile realtà o il noioso tran tran della quotidianità.

Consigli per sconfiggere questa inguaribile tentazione di “immaginare la vita”, che in concreto diventa una “pigrizia del fare” e che alla lunga può trasformarsi in “paralisi dell’agire” o, ancor peggio, “paura di vivere”?  Non rimandate mai a un domani imprecisato le cose che dovete fare nell’immediato, rendete attiva e proficua la vostra immaginazione, portate a termine i vostri progetti, viaggiate molto in Paesi stranieri e lontani (per rendervi conto che la casa e la famiglia sono solo mondi che vi limitano), godetevi la quotidianità con la cura e l’attenzione del vostro corpo, con la contemplazione dei suoi tramonti e dei chiari di luna che si riflettono sul mare notturno, gustatevi i buoni vini e i cibi che vi cucina la vostra partner (se li fate voi ancora meglio, ma purchè non corriate ancora a casa da vostra madre a mangiare, poichè convinti che “come lei non cucina nessuno”). In ogni caso, come suggeriva il poeta latino Orazio con il suo “carpe diem”, vivete nel presente e non nel passato o nel futuro. Ma ricordate sempre la parola “coraggio”, che letteralmente significa anche “agire col cuore”. E voi di cuore ne avete tanto, ma non sprecatelo nei labirinti della vostra mente.

Roberto Daris (nato l’8 luglio)

Desiderio di amare o di apparire?

Secondo un’indagine svolta su 1.479 giovani fra i 14 e i 24 anni nel Regno Unito, è emerso che Instagram, nota piattaforma di condivisione foto e video, sarebbe la peggiore in termini di effetti sulla salute mentale e sul benessere psicologico. E’ altresì contraddittorio rilevare che la stessa Instagram abbia raccolto punteggi elevati in termini di promozione della propria identità ma negativi per quanto riguarda ansia e depressione.
Ciò però non dovrebbe più di tanto stupire gli psicologi, ai quali è noto che una caratteristica peculiare del disturbo narcisistico è la rapida e discrepante alternanza tra percezione grandiosa e miserevole di sé. E’ per tale motivo che l’ostentazione di un’immagine volta ad impressionare l’altro, esibendo caratteristiche reali o simulate (fotoshoppate) che incontrino conferme esterne del proprio valore, alla fine va a controbilanciare i valori bassi di stima personale e le ferite narcisistiche derivanti da una non considerazione di se stessi.


L’ipervalutazione dell’immagine e la sovradipendenza dall’ammirazione hanno trovato un humus ideale nel costume collettivo del selfie, con la conseguente quantità di immagini che vengono postate, condivise e girate. L’importanza dei like riflette poi la necessità del “bisogno di piacere agli altri”, e ciò è significativo del trend narcisistico che caratterizza la psiche collettiva contemporanea, in una civiltà che si autodefinisce dell’immagine e dà all’immagine la possibilità di un uso esasperato e distorto di sè.
Gli psicologi sanno anche che chi vuole essere ammirato dal generico ed indistinto occhio dell’Altro, non fa che sottrarsi al confronto e alla responsabilità della relazione singola. Il mito di Narciso, non a caso, ci insegna che il narcisista è refrattario al contatto ravvicinato, e questo indipendentemente dalla bellezza e dall’attrazione che può esercitare. Narciso è strutturalmente incapace di amare e di vivere emozioni, e nulla più di una foto postata o di un tatuaggio che irride l’invecchiamento del corpo rispecchiano il suo cuore congelato.
La società moderna trascura pericolosamente la differenza tra godimento e desiderio, cosicchè il partecipare al “circo delle emozioni mediatiche”, che il cellulare o l’Ipad di ultima generazione sono in grado di garantirci, ci portano in fondo a rinunciare al desiderio del singolo altro (magari per temerne il rifiuto), per preferire invece una vita ipocritamente narcisista che si riduce alla ludica quotidianità del futile.

Dice Massimo Recalcati: “Le depressioni contemporanee non si producono più per un venir meno dell’oggetto d’amore ma da un eccesso di presenza dell’oggetto di godimento. Sono depressioni da confort, da routine, depressioni che scaturiscono all’apice maniacale del divertissement. Ma il loro fondamento sta nell’isolamento autistico, che sembra annullare
ogni iato tra l’essere e il sembiante, consolidando piuttosto l’essere del soggetto nell’identità senza divisioni di una maschera sociale che sembra cancellare la singolarità del desiderio”.

Il diavolo dentro di noi

Nei tarocchi il Diavolo è l’arcano che più di ogni altro rappresenta il “rimosso psichico” freudiano, con il quale si identifica nella psicoanalisi l’insieme dei contenuti rifiutati dalla coscienza. Si tratta degli istinti primitivi (animaleschi e grossolani), delle pulsioni aggressive (grezze e incontrollate), delle funzioni psichiche inferiori (irrazionali e anticonvenzionali), in cui l’Io cosciente si sente goffo e inadatto agli occhi della società. Non sarà peraltro un caso che la parola “diavolo” derivi da “dia-ballein”, che significa appunto “separare” (cioè rimuovere) quello da cui l’aspetto cosciente prende le distanze. In termini psicologici è dunque l’avversario principale della coscienza, il “satanico” avversario dell’Io, quello che Jung ha definito come “ombra” (la parola ebraica satán significa avversario in guerra).

L’Arcano del Diavolo ricorda molto da vicino il dio Pan mitologico, potente e selvaggio, raffigurato con busto umano, volto barbuto, gambe e corna caprine. Pan era un dio terrestre, amante della natura e dei piaceri della carne; il suo habitat erano le oscure caverne e i boschi, dove inseguiva le ninfe per soddisfare i suoi istinti sessuali. Possiamo perciò associare il dio Pan e l’Arcano del Diavolo alla “materia”: piaceri immediati del corpo, sensorialità, fisicità, schiavitù delle ambizioni materiali, passioni volgari, lussuria, seduzione dei sensi, vizi, sessualità indiscriminata e priva di identità (il Diavolo, in molte versioni dei tarocchi, ha mammelle e pene contemporaneamente), sessualità compulsiva e mastubatoria (finalizzata al piacere e non creativa), forme di perversione e di stupro (fisico e morale).

Nel suo memorabile Saggio su Pan James Hillman dice: “Nel Pan fallico che insegue e nella ninfa in fuga nel panico sono contenuti i due fuochi dell’ambivalenza dell’istinto. Quando Pan insegue le ninfe, lo stupro ha come obiettivo una forma di coscienza indefinita ancora ubicata nella natura ma non ancora incarnata personalmente (essendo la ninfa ancora attaccata ad alberi, fonti, caverne, esili fantasmi, foschia, e quindi natura casta, intatta e vergine). Il corpo di Pan è caprino, e ciò impone alla realtà sessuale una struttura di coscienza che non ha una vita fisica personale, ma è tutta là fuori nella natura impersonale. Pan lo stupratore verrà evocato da quegli aspetti verginali della coscienza che non sono fisicamente reali, privi di contatto e distanti dai sensi. Sono i sentimenti e i pensieri che rimangono nebulosi e sfuggenti, freddi, remoti e riflessivi che richiamano su di sé lo stupro. Lo stupratore che insegue la vergine è un modo di esprimere il comportamento in cerca della fantasia che acquieti la sua coazione. La repulsione della vergine è un altro modo invece di esprimere la paura che la fantasia ha del comportamento fisico. Ma la violazione della vergine è inevitabile in tutti i casi in cui ci siano confini eccessivamente rigidi tra fantasmi troppo remoti del corpo e fantasmi totalmente immersi nel corpo. E’ allora che la metafora concreta della forzata giustapposizione genitale viene costellata, ri-unendo fantasia e comportamento: il “concreto” ci viene addosso per mettere a disagio una coscienza che è troppo eterea ed effimera. La via di Pan può essere allora il lasciati guidare dalla natura, dove è il nostro corpo in definitiva a dire sì o no alle esperienze”.

Hillman fa notare anche che la penetrazione trasgressiva di Pan non è dissimile da quella dei contenuti inconsci, che penetrano a forza nella coscienza, destabilizzando lo status quo ma alimentando le autentiche trasformazioni della psiche. Innumerevoli volte passaggi cruciali per l’evoluzione dell’individuo si concretizzano grazie all’intervento dell’ombra, che penetra e irrompe nella vita concreta in forma di una dimenticanza, di un errore o di un sms dell’amante (dove, come si usa dire, “il diavolo ci mette lo zampino”). L’ombra è diabolica nella sua risolutezza e demoniaca nella sua potenza. Ma, grazie a queste caratteristiche, fa quelle cose che l’Io non ha il coraggio di fare o prende quelle decisioni che l’Io non ha la forza di prendere. L’ombra-Diavolo, in fondo, è la componente della psiche laddove non arriva l’Io, quella che interviene a fare il “lavoro sporco della coscienza”, ma alla fine, come disse Mephisto a Faust, “è una forza che vuole sempre il male e sempre opera per il bene”.

Matematica e amore

E’ ormai vent’anni che insegno matematica, una disciplina che possiamo tutti ritenere, anche senza particolari competenze, come quella scienza che è logica e ragionamento per antonomasia. Così come, forse perchè si è giunti a un’età sufficiente per essersi disillusoriamente convinti che la donna (o l’uomo) ideale non esistono, possiamo definire l’amore come la cosa più irrazionale e imprevedibile, e quindi in un certo senso antitetica alla matematica.

Negli ultimi anni della mia vita, dopo reiterati “fallimenti” amorosi, mi sono appassionato di psicologia, sperando probabilmente di trovare, da matematico ottimista quale sono, una soluzione ai miei problemi relazionali. Ho scoperto così la teoria di Jung, che non mi ha dato le soluzioni che cercavo ma, perlomeno, mi ha fatto capire che, se ci imbattiamo sempre nello stesso tipo di partner, la colpa non è del destino ma di uno strano riflesso della nostra psiche.

Le leggi dell’amore non seguono dunque i percorsi razionali delle leggi matematiche. Qualora cercassimo una logica nell’amore, non faremmo altro che aggiungere probabilmente un altro errore che, per ironia della sorte, si andrebbe a sommare a quelli relazionali. Se l’amore appartiene al regno della psiche e la psiche appartiene al regno ambiguo e ambivalente dei dualismi, l’unica cosa che possiamo asserire con certezza (applicando la regola matematica della transitività) è che “l’amore è ambiguo e ambivalente”. E questo non potrà mai conciliarsi con il principio “causa-effetto” dei ragionamenti logici, e neppure con i teoremi della matematica in cui ad un’ipotesi segue sempre una tesi. L’innamoramento invece è convivenza di opposti dentro di noi, di istinti ambivalenti, di amore e odio che si inseguono e che, nella loro danza, decidono cinicamente delle nostre sofferenze ma anche necessariamente della nostra evoluzione personale. L’amore è allora più simile alla fisica, quella quantistica però, che ci ha spiegato agli inizi del secolo scorso che tutta la natura è ambivalente, così come ci ha mostrato in modo sorprendente e bizzarro che un’onda luminosa potrà anche essere di natura particellare (basti pensare ai chirurgici raggi laser o ai penetranti raggi X).

Se l’amore non è logico possiamo però sperare, passando magari per pazzi e illusi della vita, che ogni ragione logica dell’esistenza umana è nascosta nel mistero dell’amore. Così la pensava anche John Nash, matematico americano reso celebre dal film A Beautiful Mind. Malato di schizofrenia ma insignito del Nobel per l’Economia all’età di 66 anni, la sera della consegna del premio pronunciò le seguenti commoventi parole: “Ho sempre creduto nei numeri, nelle equazioni e nella logica che conduce al ragionamento, ma dopo una vita spesa nell’ambito di questi studi, io mi chiedo cos’è veramente la logica, chi decide la ragione. La mia ricerca mi ha spinto attraverso la fisica, la metafisica, l’illusione, e mi ha riportato indietro. Così ho fatto la più importante scoperta della mia carriera, e anche la più importante scoperta delal mia vita: è soltanto nelle misteriose equazioni dell’amore che si può trovare ogni ragione logica. Io sono qui stasera solo grazie a te (riferendosi alla moglie Alicia, seduta in sala, l’unica donna della sua vita, quella che tanti anni prima fu la studentessa di fisica che, appena diciassettenne, si innamorò di lui). Tu sei la ragione per cui io esisto, tu sei tutte le mie ragioni.”

Eccentricità di massa in facebook

Uno tra i fenomeni sociali più frequente degli ultimi anni è quello che potremmo definire come neoanticonformismo di massa, che si caratterizza principalmente per la ricerca coatta di “originalità personale condivisa”. L’esempio più diffuso in cui ciò avviene quotidianamente è Facebook, social network che si basa sul paradosso di una ricerca di unicità che attende la legittimazione consensuale di un gruppo di persone. Il tipico fruitore di Facebook assomiglia oggi a quello che Italo Borrello definisce il “dandy della porta accanto”, e cioè l’uomo medio (o mediocre) scarsamente dotato di gusto e cultura, che aspira a elevarsi socialmente attraverso atteggiamenti e scelte da finto intenditore. Finto intenditore per esempio che presume di conoscere uno scrittore solo perchè venuto a conoscenza di un paio di aforismi, trovati casualmente su internet e successivamente condivisi. Ma il finto intenditore genera il finto eccentrico che, intrappolato all’interno di illusori meccanismi di imitazione e di riproduzione, vive nell’ansia di trovare una cassa di risonanza per la sua presunta unicità. I social networks diventano così vetrine utilizzate per esporre o raccontare qualcosa di sé che si ritiene intimamente speciale, nell’attesa di un’approvazione del gruppo scelto come rappresentanza sociale della propria identità. Il neodandy vivrà allora una vita che nulla ha di unico, di inimitabile, stravolgendo la legge fondamentale dell’eccentricità e del dandismo, e cioè quella di vivere “ex-centrum”, che letteralmente significa “fuori dal centro”.

Nel suo libro Esemplarità pubblica Javier Gomá osserva: “Ciò che caratterizza più profondamente la volgarità moderna è, certamente, il sentimento di livellamento di ciascun membro all’interno della massa, ma sempre che si consideri che ciascun io è uguale ad un altro paradossalmente proprio nel desiderio di essere diverso, originale, particolare, ecc…Ecco quindi una massa integrata di un’innumerevole quantità di autocoscienze irripetibili, esteticamente uniche. Il risultato, che conferisce tono alla contemporanea volgarità democratica, è una massa di soggettività ovvero un soggettivismo di massa: tutti identici nella loro pretesa di essere unici. Nel momento in cui pretendono di essere differenti, essi si confermano come appartenenti al mucchio delle mediocrità senza virtù”.

La vera eccentricità, il vero “sentirsi diverso”, ha bisogno di un “coraggio della diversità”. Rischiare di seguire una propria orbita personale significa perdere il riferimento di comodi centri gravitazionali; e spesso, per fare ciò, serve un bagaglio di esperienze e di conoscenze costruite nella solitudine dei nostri sacrifici e delle nostre stanze. Jung diceva che bisogna saper distinguere tra vera individualità e falso individualismo; è questo, senza dubbio, il difficile ma principale compito da svolgere nella nostra esistenza.

La straordinaria esperienza del mistero

Cari amici,

volevo comunicarvi l’apertura del sito www.robertodaris.it. In verità si tratta di un rivoluzionario restyling di un sito precedente con contenuti decisamente diversi. Per usare un noto riferimento dantesco, “nel mezzo del cammin della mia vita” ho sentito la necessità di cambiar pelle, un po’ come un serpente che, guarda caso, nella mitologia è sempre metafora di partenogenesi e autorinnovamento.

Per tanti anni sono stato, per tutti quelli che mi conoscevano, il fisarmonicista Roberto Daris che di lavoro insegna matematica all’università. Anche per me, fino ad una decina di anni fa, il primo pensiero dopo il caffè mattutino era abbracciare la mia cara fisarmonica e fare qualche nota per iniziare bene la giornata. Poi la metamorfosi: l’interesse per l’astrologia, la psicologia, la mitologia, la fisica quantistica, ed ecco che piano piano la mia vita ha preso una strada diversa. I miei compagni di viaggio non erano più Piazzolla, Bartok e Stravinskij ma Platone, Jung e Gurdjieff. Oggi pile disordinate di libri fanno da arredo in ogni angolo della mia casa, ed è così che ogni mattina, dopo il caffè, non posso più iniziare bene la mia giornata se non leggo o scrivo qualcosa. La musica e la fisarmonica? Non posso dire di averle abbandonate, ma di certo non sono più le priorità della mia agenda quotidiana. La cosa strana però è che, pur esercitandomi molto meno, suono meglio di prima. Questo mi fa pensare che, probabilmente, ho trovato la mia strada, quella cioè in sintonia con il “vero me stesso”.

Negli anni, dopo aver approfondito lo studio della psicologia, ho compreso che la musica e i concerti facevano parte più del destino irrealizzato di mio padre che dei miei obiettivi personali. Per lui, quello portato per la musica, che suonava il clarinetto, che balla e che canta in coro ancor oggi, io ero il vanto da esibire. Ho capito che suonare, per me, è stato un modo di stargli vicino, di dimostrargli amore, di non tradire i suoi sogni e le sue aspettative su di me. Di recente mi sono avvicinato a mio padre in un modo diverso, per esempio facendogli capire che deve essere fiero, ed io assieme a lui, delle cose che fa benissimo, come la coltura degli ulivi o la costruzione di recinti in pietra. Ed è così che entrambi possiamo dire oggi di essere felici delle cose che facciamo, liberi da tutte le inutili e dannose proiezioni psicologiche.

Il nuovo sito è stato pensato e organizzato da Alberto Lorusso, vent’anni fa mio studente ad Economia ed oggi carissimo amico che ringrazio infinitamente. L’intento è quello di condividere, con voi e con altri futuri utenti, le mie nuove passioni sugli argomenti elencati nella sezione “pagine”. Periodicamente verrà poi pubblicato un mio articolo, sul quale potremo scambiare opinioni e riflessioni comuni e di cui riceverete notifica se vi aggiungete ai “contatti”.

La mia speranza è duplice: diffondere quelle conoscenze che hanno destato in me tanta meraviglia e divulgare curiosità sui misteri dell’esistenza. Il grande Albert Einstein diceva: “Quella del mistero è la più straordinaria esperienza che ci sia data di vivere. E’ l’emozione fondamentale situata al centro della vera arte e della vera scienza. Da questo punto di vista chi sa e non prova meraviglia, chi non si stupisce più di niente è simile a un morto, a una candela che non fa più luce”.