L’eterno ritorno del tempo e dello spazio

Il mitologo rumeno Mircea Eliade ritiene il sacro come innanzitutto qualche cosa di ganz andere, che nella lingua tedesca significa “completamente diverso”. E poiché non assomiglia a nulla di umano e terreno, il sacro può fare a meno di obbedire alle concezioni ordinarie di spazio e tempo. La stessa parola “consacrare”, sinonimo di “rendere immortale”, dà il privilegio a qualcosa o a qualcuno di sopravvivere nel tempo e in ogni luogo del pianeta. Sempre Eliade, distinguendo tra sacro e profano, suggerisce due categorie radicalmente differenti di spazio e di tempo.

    Lo spazio sacro per antonomasia è il luogo in cui è avvenuto l’atto cosmogonico. Tale luogo viene assunto come il naturale Centro (o ombelico) del Mondo, da cui, come in un’esplosione cosmica simile ad un big bang, si sono diradate tutte le possibili molteplicità dei fenomeni. Uno spazio sacro con le medesime caratteristiche di centralità è l’Axis mundi, che collega e sostiene il Cielo e la Terra, e la cui base è conficcata sottoterra sino a raggiungere l’Inferno. Il Centro, qui, è il punto di intersezione della triade Cielo-Terra-Inferno, ed è l’unico luogo spaziale in cui risulta possibile una transizione e una comunicazione tra le tre regioni cosmiche. Da esso, successivamente, irrompono nel Mondo tutte le ierofanie (letteralmente “manifestazioni del sacro”) che si consolidano nel tempo sotto forma di credenze, miti e riti della vita collettiva.

    L’atto di creazione del cosmo, in quanto prima irruzione del sacro nel Mondo, diventa a sua volta l’archetipo di ogni azione creatrice dell’uomo, in primis la consacrazione di un territorio appena conquistato. E’ con tale atto, del resto, come osserva opportunamente Eliade, che l’uomo si rende simile agli dèi, ripetendo, in versione circoscritta, l’opera esemplare della cosmogonia, che è l’atto divino per eccellenza. In più, con la scelta esistenziale di un habitat universale, l’uomo trascende al contempo tempo e spazio profani, giacché la scelta è fatta in eterno e in una fissità spaziale che non prevede più spostamenti in futuro. Il Centro esistenziale, consacrato e prescelto per la costruzione della città-cosmo, si scinde successivamente in una molteplicità di Centri coordinati – il tempio, la chiesa, il campanile, il cimitero, il municipio, la piazza principale – in cui la comunità degli uomini si riunisce periodicamente nel rispetto di rituali prestabiliti.

    Dice Mircea Eliade: “Se qualsiasi territorio abitato è un cosmo, ciò avviene proprio per il fatto che esso è stato innanzitutto consacrato, perché esso, in un modo o nell’altro, è opera degli dèi, ovvero comunica con il loro mondo. Ogni mondo abitato è allora un universo entro il quale il sacro si è già manifestato.” (Il sacro e il profano, p. 24)

   Tutto ciò è reso molto esplicito nel rituale vedico relativo alla conquista di un territorio, che prevedeva l’erezione di un altare del fuoco in onore di Agni. Tale finalità fonda le sue radici nel mito di Prajapati, il creatore del Mondo rimasto senza arti a causa della sua stessa creazione. Mentre tutti gli dèi lo abbandonano, uno spirito vitale a forma di uccello esce da lui e vola ad esortare Agni, il dio del fuoco, affinché si realizzi la ierofania della materializzazione in altare del demiurgo. L’erezione del Centro sacro doveva pertanto replicare la Creazione su un piano microscopico: l’acqua con cui si impastava l’argilla fungeva da Acqua primordiale, l’argilla sulla quale poggiava l’altare era il simbolo della Terra, le pareti laterali rappresentavano l’Atmosfera, ecc. L’altare, peraltro, doveva soddisfare a delle precise regole geometriche, così come era previsto dai Sulvasutra, veri i propri trattati matematici della cultura vedica. La più importante di queste era il principio di invarianza della forma al mutare delle dimensioni, acciocché il divino creatore ricostruito mantenesse qualcosa della sua precedente identità. Lo stesso avviene nel famoso “problema di Delo” degli antichi Greci, risolto dal pitagorico Archita, e che consisiteva nel raddoppiare il volume dell’altare cubico dei sacerdoti di Apollo.   

Con la ripetizione dell’atto cosmogonico, non solo lo spazio profano si riorganizza in uno spazio sacro dotato di uno o più Centri, ma anche il tempo ordinario è proiettato in illo tempore, istante sacro in cui è avvenuta la fondazione del Mondo. Lo stesso principio vale naturalmente per tutti i miti successivi all’atto cosmogonico, che hanno stabilito il tempo mitico dell’inizio, quando cioè l’atto divino è stato compiuto per la prima volta. Ogni mito, compreso l’atto cosmogonico, ci riporta dunque in uno spazio sacro e in un tempo sacro, rispettivamente il Centro e l’Inizio di un atto archetipico compiuto da un dio per la prima volta. I riti e le credenze dei popoli hanno avuto poi il compito di rigenerare i miti per mezzo della ripetizione e dell’imitazione degli archetipi divini, dando la possibilità agli uomini di diventare periodicamente contemporanei degli dèi.

In definitiva, è con l’eterno ritorno al mito archetipico che spazio e tempo profano vengono aboliti per via di una consacrazione. Sacro e archetipo, nella visione antropologica di Eliade, divengono perciò sinonimi. Ed è questa stretta analogia, sempre secondo il mitologo rumeno, a dirci che la storia del cosmo non è una sequenza temporale di eventi umani, ma “storia sacra” conservata e trasmessa dai riti, gli unici in grado di rigenerare indefinitamente le società degli uomini nell’acqua battesimale degli archetipi  

I consigli di Gurdjieff per vivere meglio

Le antiche cosmologie orientali hanno da sempre immaginato la materia che compone l’universo come una danza in uno stato di vibrazione continua. Lo credeva anche Gurdjieff, maestro di danze armene e filosofo mistico noto in Occidente. I suoi insegnamenti, frutto di un mirabile intreccio tra musica pitagorica e tradizione alchemica, ci raccontano di un universo fatto di frequenze (come quelle delle note musicali) e di gradazioni diverse di materialità, che stabiliscono il livello di rarefazione e di condensazione di tutte le sostanze. Frequenza delle vibrazioni e densità della materia risultano poi inversamente proporzionali tra loro, nel senso che minore è la frequenza di una vibrazione (più bassa è una nota) e più densi e pesanti sono gli atomi che compongono la materia.

    Gurdjieff faceva spesso riferimento alla “tavola degli idrogeni”, molto simile per concezione alla tavola periodica degli elementi chimici. In uno e nell’altro caso, idrogeni ed elementi vengono ordinati dall’alto verso il basso all’aumentare del peso atomico. Nella parte bassa della tavola degli idrogeni si trovano, così, le sostanze più pesanti e dense: ferro (idrogeno H3072), legno (H1536), cibo per uomo (H768), acqua (H384), aria (H192), fuoco, gas rarefatti, ormoni, vitamine, magnetismo animale, emanazioni del corpo umano (tutti idrogeni H96). Nella parte più alta della tavola, dall’idrogeno 48 all’idrogeno 6, c’è invece la materia più rarefatta e leggera, che contraddistingue tutti i fenomeni psichici e spirituali. La chimica di Gurdjieff considera pertanto non solo le proprietà ordinarie della materia, quelle cioè che sono note ai fisici e ai chimici, ma tiene conto anche di sostanze invisibili e non direttamente percepibili, come appunto quelle psichiche e spirituali, purtuttavia presenti nel cosmo e a cui va attribuito un ruolo essenziale nell’evoluzione degli esseri umani.

   E’ importante tener presente che gli idrogeni più rarefatti, essendo diffusi ovunque nel cosmo per mezzo di onde che vibrano a determinate frequenze, sono peraltro rintracciabili in ogni individuo in virtù di un doppio principio di relatività: il primo prevede che le materie più fini sono in grado di permeare quelle più grossolane (ad esempio, un gas può pervadere un liquido, che a sua volta può infiltrarsi in un pezzo di legno); il secondo principio è il famoso motto esoterico “come in alto così in basso”, con il quale si stabilisce che il microcosmo-uomo è un macrocosmo in miniatura, dotato delle stesse leggi e degli stessi elementi. L’obiettivo principale per l’evoluzione di ognuno di noi è quello, allora, di saper individuare e conservare gli idrogeni fini. A tal proposito, Gurdjieff fa l’esempio della respirazione. Respiriamo tutti la stessa aria (idrogeno 192), ma sebbene l’aria inspirata da persone diverse sia esattamente la stessa, l’aria espirata può essere molto diversa. Dal momento che gli idrogeni più fini permeano l’aria, possiamo catturarli con una semplice inspirazione, ma poi, con la successiva espirazione, dovremmo essere in grado di trattenere proprio gli idrogeni che sono simili a quelli di cui già disponiamo stabilmente dentro di noi, e che, per un principio di risonanza sonoro, fungono da magneti per le sostanze fini che inspiriamo. Non a caso, un’antica legge alchemica ricordava che “per creare l’oro, occorre avere già una certa quantità di oro dentro noi stessi”. L’alchimia, dunque, diventa per Gurdjieff la descrizione allegorica più appropriata del processo di evoluzione interiore cui è chiamato ogni individuo, e che consiste principalmente nel trasformare la materia prima – equivalente agli idrogeni grossolani della materia ordinaria – nella pietra filosofale, l’elisir di lunga vita costituito dagli idrogeni fini dei processi psichico-spirituali

    Per conservare gli idrogeni fini, sempre secondo il pensiero di Gurdjieff, abbiamo bisogno di due scosse addizionali, che possono arrivare solo da atti consapevoli di volontà. Anche in questo caso, il filosofo armeno ricorre all’analogia musicale di una scala maggiore, formata da sette intervalli con prima e ultima nota distanti un’ottava. Ai musicisti è noto che il terzo e il settimo intervallo della scala sono intervalli di un semitono, a differenza degli altri cinque, che sono invece intervalli di un tono. Per avere una progressione costante di toni, bisognerebbe aggiungere, in prossimità degli intervalli più brevi, due frequenze dell’ordine di un semitono (dette appunto “scosse addizionali”). In modo analogo, per mantenere un controllo costante sulla nostra evoluzione personale, occorre aggiungere due sforzi coscienti: il primo ci esorta ad un lavoro specifico sull’emotività, tale da trasmutare le emozioni negative che intralciano la vita in emozioni positive che elevano spiritualmente; il secondo consiste invece nel conoscere (o ricordare) se stessi, il che equivale a riconoscere gli idrogeni fini presenti stabilmente nella nostra interiorità.

    Un ulteriore compito che ci spetta, sempre in prospettiva di una crescita interiore, è quello di rendersi conto di tutti gli sprechi di energia che possono compromettere la conservazione degli idrogeni fini nel nostro organismo. Per comprenderlo meglio, Gurdjieff invitava i suoi allievi a immaginare l’uomo come una fabbrica chimica composta da tre centri operativi: il centro fisico, composto da intelletto, istinto, emozioni e sessualità; il centro emozionale superiore (o corpo astrale), contenente i daimones e le voci interiori; il centro intellettuale superiore, caratterizzato dagli stati estatici, mistici e di pre-morte. Il lavoro su se stessi dovrebbe principalmente servire per stabilire un contatto tra i centri, ma ciò è reso possibile solo ottimizzando il lavoro della fabbrica chimica. Corretta alimentazione, esercizi specifici sulla respirazione e pratiche spirituali coadiuvate da figure guida possono senz’altro favorire la comunicazione dei centri, ma bisognerà comunque evitare che la fabbrica sprechi le sue preziose risorse, come invece abitualmente accade nei casi di eccessi di rabbia, di emozioni negative e spiacevoli, di preoccupazioni immotivate, di stati di inquietudine, di dubbi e di paure, di parlare logorroico, di eccessivo fantasticare, di sbalzi di umore, di tensioni muscolari inconsce e di posture innaturali.

   Per concludere, non dovremmo mai dimenticare che tutti i processi psichici e spirituali hanno sempre a che fare con la materialità, seppure distinta nei suoi diversi gradi di condensazione e rarefazione. Tutto ciò non fa che avvalorare una volta di più la figura un po’ oscura degli alchimisti, a torto comparati a degli stregoni dall’entourage intellettuale. Un’unica voce fuori dal coro, quella di Carl Gustav Jung, ebbe il coraggio di proseguire la strada tracciata da Gurdjieff, ipotizzando che i criptici simboli alchemici e gli intrugli chimici delle fucine medioevali altro non sono che la testimonianza tangibile di un regno intermedio tra materia e spirito, in cui il fisico e lo psichico si fondono in un’unità indivisibile.      

Conoscenza, oligarchia e controllo di massa

“La conoscenza non può appartenere a tutti poiché è materialmente limitata. Se una certa quantità definita di conoscenza viene distribuita tra milioni di persone, ciascun individuo ne riceverà molto poca. Ma se, al contrario, grandi quantità di conoscenza sono concentrate in un piccolo numero di persone, allora questa conoscenza darà risultati straordinari. Da questo punto di vista, è molto più vantaggioso che la conoscenza sia preservata in un piccolo numero di persone e non dispersa tra le masse.

    Vi sono periodi nella vita dell’umanità, che generalmente coincidono col principio della caduta di culture e civiltà, in cui le masse perdono irrimediabilmente la ragione e cominciano a distruggere tutto ciò che era stato creato da secoli e millenni di cultura. Tali periodi di follia di massa, che spesso coincidono con cataclismi geologici, cambiamenti climatici e fenomeni simili di carattere planetario, rilasciano una grandissima quantità di materia di conoscenza, il che richiede un lavoro di raccolta di questa materia di conoscenza, la quale altrimenti andrebbe perduta. Pertanto il lavoro di raccolta della materia di conoscenza dispersa coincide spesso con il principio della rovina della caduta di culture e civiltà.

  Abbiamo dunque chiarito questo aspetto della questione. La folla non vuole conoscenza né la cerca, e i capi di folla, nel loro proprio interesse, cercano di rafforzare la paura e l’avversione per tutto ciò che è nuovo e sconosciuto. La schiavitù in cui vive l’umanità si basa su questa paura.” Queste sono le riflessioni dal sapore profetico del maestro Gurdjieff, rilasciate a san Pietroburgo nel 1916 e raccolte dal filosofo russo Piotr Demjanovich Uspenskij in un meraviglioso libro dal titolo “Frammenti di un insegnamento sconosciuto”. Si tratta di una visione cinicamente oligarchica e antidemocratica della conoscenza, che per preservarsi e servire all’umanità intera, deve concentrarsi nella mente di pochi uomini illuminati onde evitare una sua distribuzione uniforme, pena il suo inevitabile spreco. Lo stesso principio, perché no, potrebbe giustificare peraltro una distribuzione altrettanto oligarchica della ricchezza, se pensiamo che oggi i 26 uomini più ricchi del pianeta possiedono più reddito che l’insieme di quattro miliardi di poveri. I cambiamenti climatici che stiamo vivendo negli ultimi anni, assieme alla congiunzione planetaria di Giove, Saturno e Plutone in Capricorno del 2019 e del 2020, fanno presagire, secondo le parole di Gurdjieff, un periodo in cui si dovrebbe assistere ad un rilascio considerevole di materiale di conoscenza. Verrebbe dunque da fare un sincero appello agli uomini dotti del pianeta affinché  partecipino a questa preventivata “raccolta di conoscenza”, prima che i “capi folla nel loro proprio interesse”, sotto le mentite spoglie di dotti benefattori – vedi Bill Gates e simili – abbiano la possibilità di orchestrare in futuro un poco auspicabile controllo collettivo di massa. Del resto, sempre seguendo le profezie di Gurdjeff, gli strumenti di manipolazione “che cercano di rafforzare la paura e l’avversione per ciò che è nuovo e sconosciuto” sembrano essere già in atto da tempo. Naturalmente, il nuovo e lo sconosciuto diventano ai giorni nostri una pandemia, un fenomeno migratorio, o comunque, qualsiasi evento sociale in grado di incutere paura. Ciò che il capo di folla vuole, in fondo, è minare la garanzia duratura di un consumismo ipnotico e massivo, che dà a ciascuno di noi l’illusione di un effimero e quotidiano senso dell’esistenza, ma che esime anche da ogni assunzione di responsabilità personale a lungo periodo, che potrebbe configurarsi come un pericoloso allontanamento dal gregge.     

Numeri che resuscitano i morti

    Quante volte ci sarà capitato di rabbrividire al solo pensiero che i defunti possano ancora comunicare con noi. Di certo è nei sogni che essi ci appaiono più di frequente, magari per darci qualche saggio consiglio o per suggerirci dei numeri da giocare al lotto.  Numeri che ci giungono dall’aldilà possono anche avere a che fare con le date di nascita o di morte di persone care ci hanno lasciato. Come ad esempio le cifre 1, 7 e 4, che mi capita spesso di vedere sulle targhe automobilistiche. Per molto tempo la cosa mi risultò curiosa seppur inspiegabile, fin quando un giorno fui invitato alla commemorazione di un evento tragico, il suicidio del mio caro amico Fabio. Il ritrovo tra familiari e amici stretti era previsto il 17 aprile, a dieci anni esatti dalla sua scomparsa. Non ci volle molto a capire che la ricorrenza numerica sulle targhe automobilistiche potesse essere un segnale della presenza di Fabio, che tra l’altro con le automobili aveva molto a che fare. Era infatti un grande appassionato di motori, e per di più, si tolse la vita all’interno della sua macchina inalando il gas di una bombola a uso domestico. Così come mi fu anche più facile capire perché quei numeri apparissero con maggior frequenza nei pressi della stazione, luogo in cui Fabio ebbe un’esperienza di pre-morte subito dopo un grave incidente motociclistico. Ugualmente, i numeri di un evento luttuoso fecero la loro ricomparsa nella vita di Maurizio Battista, attore comico e cabarettista molto amato dal pubblico romano. Il destino lo privò prematuramente della madre quarantenne, la quale ricevette sepoltura il 3 agosto 1980 alle ore 13 e 15. Trentasei anni dopo quel triste evento, all’età di 59 anni, Battista è diventato padre della terzogenita Anna, che oltre a portare lo stesso nome della nonna, è stata partorita, guarda caso, il 3 agosto alle ore 13 e 15. 

    La singolare coincidenza sperimentata da Maurizio Battista rientra in uno dei casi che in psicogenealogia – ambito di ricerca che si occupa del legame psichico esistente tra le generazioni di un medesimo albero genealogico – è noto come “sindrome da anniversario”. Fu Anne Ancelin Schützenberger, sociopsicologa e psicoterapeuta francese, a denominare con tale termine la ripetizione di date o di età negli avvenimenti importanti – in genere nascite, matrimoni, incidenti, malattie o decessi –  che coinvolgono una famiglia e i suoi antenati. Uno degli esempi che la Schützenberger riporta nel libro “La sindrome degli antenati”è quello di una sua studentessa, Cendrine, la cui madre morì di cancro il 12 maggio. Un anno più tardi, sempre il 12 maggio, fu uno zio materno a morire in un incidente mortale. Come se non bastasse, sfogliando i documenti di famiglia, si scoprì che altri due nonni erano morti proprio il 12 maggio e che un prozio, padrino del nonno, era stato ucciso in guerra nella stessa data. La sindrome da anniversario non fa sconti nemmeno alle famiglie più nobili e famose. Nel giorno in cui venne assassinato, il 22 novembre 1963, si disse che John Fitzgerald Kennedy trascurò incautamente di mettere il tettuccio antiproiettile alla sua vettura nonostante le minacce di morte ricevute. Ma c’era un altro dettaglio che avrebbe dovuto allertarlo, e cioè la data di morte del suo bisnonno Patrick, avvenuta il 22 novembre 1858.

    Per quanto concerne la ripetizione di età, uno dei casi più interessanti rilevato dalla Schützenberger è quello di Charles, uomo di 39 anni, operato per un cancro ai testicoli, e che sei mesi dopo ha delle metastasi ai polmoni. Risalendo nel suo albero genealogico, si scopre che suo nonno paterno è morto a 39 anni per un calcio di un cammello nei testicoli, mentre il nonno materno è morto a 39 anni e mezzo per problemi polmonari. A tutto ciò si aggiunga la coincidenza di età tra la figlia e la madre di Charles, che a 9 anni vivono entrambe l’esperienza di malattia o di morte del padre. Semplici coincidenze numeriche o coercizioni familiari nascoste? 

   Lo psichiatra ungherese Ivan Boszormenyi-Nagy sostiene che ogni discendenza consanguinea tende a strutturarsi su legami di lealtà, i quali, come fibre invisibili ma solide, uniscono i comportamenti relazionali della famiglia. Usò il termine “lealtà familiare invisibile” per definire un flusso psicoenergetico di tipo sistemico, che mira a far sopravvivere nel tempo un gruppo familiare e renderlo efficiente in quanto corpo unificante, identificante e protettivo. La sistematicità di tale flusso psichico può esplicarsi attraverso due modalità: la prima garantirebbe la similarità di destini tra i componenti familiari, come accade ad esempio nei casi di sindrome da anniversario; la seconda, invece, avrebbe la funzione di un vero e proprio sistema contabile (Boszormenyi-Nagy lo chiama “Grande libro dei conti di famiglia”), in cui vengono stabiliti i debiti familiari inconsci per le future generazioni. In questa specie di registro akashiko familiare, ad esempio, trasgressioni e colpe dovrebbero bilanciarsi, mentre al credito della nascita e delle attenzioni ricevute nei primi anni di vita corrisponderebbe, in età adulta, il debito del sacrificio nei confronti dei genitori. Parimenti, le morti precoci provocherebbero la sterilità della discendenza femminile, giacché l’informazione del passato familiare suonerebbe come monito del tipo “perché fare dei figli se poi muoiono presto”. Le violenze sessuali subite, dal canto loro, andrebbero ad accentuare la mascolinità delle donne di famiglia, favorendo con ciò il loro accoppiamento con partner effeminati, sui quali, eventualmente, riscattare i torti subiti dalle antenate. La discalculia invece –  ­ disturbo specifico delle abilità aritmetiche, che causa difficoltà nell’eseguire calcoli e nel processare con i numeri (ad esempio leggerli, scriverli, riconoscerne la grandezza, disporli in ordine crescente o decrescente) – potrebbe avere a che fare con i fallimenti economici di uno o più antenati, per cui le cifre dei bilanci in rosso rimarrebbero latenti nel substrato psichico familiare, e in qualità di “fantasmi numerici” del passato, andrebbero a favorire il meccanismo di rimozione nelle generazioni future.

  

L’eterno ritorno dell’amore

   La distanza tra l’amore che dura per l’eternità e il desiderio che brucia in attimi passione è una questione atavica e tuttavia irrisolta del genere umano. All’inizio del secolo scorso fu Freud a sostenere che il destino del desiderio nella vita amorosa è quello di scindersi tra la tenerezza per la propria compagna e la spinta sessuale verso nuove conquiste, e che dunque esiste un rapporto inversamente proporzionale tra la durata del rapporto e l’intensità del desiderio, tra l’amore che vuole durare con lo Stesso e il desiderio che vuole il Nuovo per continuare a desiderare.

    Alle soglie del nuovo millennio fu il sociologo Zygmund Bauman a denunciare il pericolo della mutevolezza e dell’instabilità nelle relazioni amorose. Amore mutevole e instabile, simile ad un liquido che non sa durare nel suo stato di solidità, tipico dell’eroe moderno delle relazioni, una persona senza legami, illusoriamente libera e priva di troppe responsabilità, essere paradossale diviso tra la sicurezza dell’appartenere a relazioni ampie e la paura di rimanere impigliato in legami singoli. L’amore della modernità liquida si prospetta perciò come un amore mercenario, consumistico, bulimico. E’ un amare che è un po’ come fare lo shopping in centro, quando l’ebbrezza del nuovo acquisto dà una temporanea adrenalina, destinata presto a fare la fine della merce scaduta che si usa e getta. L’amore-merce ci riporta di nuovo a Freud, in particolare al suo assunto che vede l’inconciliabilità tra l’amore che ama tutto dell’Altro e il desiderio sessuale per il “feticcio”, localizzato in una parte del corpo (il seno, il sedere, gli addominali, i pettorali). La passione diventa allora anonima, parziale, oggettuale, e come ogni oggetto, suscettibile di una permutazione seriale senza fine.

    Nel suo libro Mantieni il bacio, Massimo Recalcati invita a riconsiderare l’amore che sa durare alla tentazione del Nuovo, l’amore che sa fare dello Stesso il Nuovo. Un amore che sa elevare la persona amata alla dignità di un oggetto non seriale ma insostituibile, impareggiabile, unico, con il suo nome, il suo odore, la sua voce, i suoi occhi, le sue imperfezioni corporee. Un amore che sa perennemente rinnovarsi e ritornare ai suoi momenti iniziali, alla casualità fortuita e fortunata del primo incontro, alle emozioni del primo sguardo che ti chiudono la bocca dello stomaco, ai sapori del primo bacio che resistono in bocca, alle ingenue ma convinte promesse del “ti amerò per sempre”. Ogni amore degno di questo nome sfida sempre il tempo, perché vorrebbe durare per sempre. Ma l’amore che vuole durare per sempre deve saper ritornare al tempo delle sue origini, ritrovando la sua magia iniziale e rendendo eterna la sua fiamma. Dice Recalcati: “Lo scorrere del tempo non implica necessariamente la corruzione e la degradazione dell’origine. Piuttosto – ed è questo il miracolo della durata – rinnova in ogni momento quella stessa origine perché è proprio nel presente, nel nostro presente più quotidiano – nell’adesso – che è sempre presente, la possibilità di altri primi sguardi, in quanto il primo sguardo non è semplicemente lo sguardo che è già stato, al passato, alle mie, alle nostre spalle, dal quale irreversibilmente ci allontaniamo, ma è lo sguardo che non cessa mai di essere il primo sguardo. L’incanto, il miracolo della durata è che questo sguardo – il primo sguardo come il primo bacio – può accadere ancora, ancora un’altra volta ancora.”

    Più di mezzo secolo fa è stato Mircea Eliade a distinguere il tempo profano dal tempo sacro. Il primo è il tempo lineare, il tempo della frenesia quotidiana, il tempo dei Casanova seriali e dell’amore mercenario, dove gli attimi si susseguono tutti uguali, uguali come i corpi e le facce che alimentano il desiderio del Nuovo e soddisfano il godimento acefalo. Il secondo è il tempo ciclico, il tempo dell’eterno ritorno, il tempo dell’uomo primitivo con i riti e i tributi alle divinità della natura, il tempo dei miti, il c’era una volta delle fiabe. E’ solo in esso che facciamo esperienza della sacralità atemporale degli archetipi, dove tutto accadde per la prima volta e iniziarono le infinite imitazioni delle gesta divine da parte degli esseri umani. E così, rinnovando il ricordo del primo sguardo e del primo bacio, noi imitiamo gli amori di Eros e Psiche, di Ares e Afrodite, per ritornare ad un’epoca senza tempo e permettere ai nostri rapporti di durare in una lotta strenua tra caducità ed eternità    

Carattere e destino nei segni zodiacali

Onorata in passato da uomini come Paracelso, Giordano Bruno, Keplero e Galileo, considerata fin dagli albori delle civiltà come la regina delle scienze, divenuta poi nel Rinascimento la folle madre dell’astronomia, per essere infine accantonata dal mondo scientifico come una malefica strega o, peggio ancora, come una vecchia prostituta, che valore possiamo dare oggi all’astrologia?

    Di recente è stata la psicologia, l’unica tra le scienze moderne, a trovare maggior affinità e condivisione con l’astrologia. Psicologi della fama di Jung e Allendy sono stati sorpresi nell’osservare un collegamento diretto tra i complessi psicoanalitici e la carta astrale dei pazienti, constatando l’esistenza di un preciso nesso tra l’astrologia e la psicologia.  Assecondando un vecchio adagio latino, astra inclinant sed non necessitant, il quale ci ricorda che le stelle possono predisporre ma non determinare il destino degli uomini con influssi astronomici a distanza, sembra più logico e sensato avere dell’astrologia una concezione simbolica, immaginandola come matrice qualitativa dei variegati comportamenti umani.

    Fu il filosofo Plotino, erede di Platone nonché grande astrologo della Grecia antica, a considerare pianeti, segni zodiacali e configurazioni astrali non come causa di eventi ma esclusivamente come “simboli che li indicano”. Egli sosteneva che l’azione di una parte su un’altra non dipende dalla vicinanza delle parti stesse ma bensì dalla loro similitudine; ad esempio, Marte decide sui comportamenti aggressivi e rabbiosi di un individuo non per un influsso astronomico diretto,  ma perché tale astro è simbolo di quei comportamenti. E’ pertanto unicamente in virtù dell’azione simpatica tra due entità simili, all’interno di un cosmo unitario e indivisibile, che tra l’astro e l’uomo si stabilisce una simultaneità globale di somiglianza e non una concatenazione di cause ed effetti.

    Gli psicologi sono concordi nell’affermare che l’elemento fondamentale della vita psichica è una forma del tutto spontanea e primordiale di attività di derivazione istintuale, ossia la tendenza. Si tratta in sostanza di un asse comune che organizza allo stato potenziale l’azione psichica e fisica di ogni individuo, e con essa una direzione di massima del suo comportamento. Tutti noi tendiamo verso certi modi di essere, e ciò avviene grazie al principio di plasticità delle tendenze. Per tale motivo, i dodici segni zodiacali possono essere interpretati come famiglie di tendenze – composte da racconti mitologici, psicologie comportamentali, modelli relazionali, tipi di mentalità o di sensibilità, costituzioni morfologiche, funzioni fisiologiche e patologie del corpo umano – che nel loro complesso inclinano alle diverse attitudini umane. Nel caso del Sagittario, per esempio, all’attitudine “espansione” corrisponderà un insieme di tendenze psicofisiche come l’istinto di grandezza, l’altezzosità, la boria, l’ipertrofia narcisistica dell’Io, il bisogno di appartenenze ampie, l’attitudine ad uno stato di benessere e di ricchezza (morale o materiale), l’umore ottimista, le forme corporee dilatate (allungate, arrotondate o elastiche), l’energia cinetica e gli organi che la producono (fegato, muscoli e vasi sanguigni), i problemi di sovrappeso e le cosiddette patologie del benessere (diabete, aterosclerosi, gotta).  

    Più in generale,  un nostro modo peculiare di essere è descritto nell’oroscopo di nascita, che può essere immaginato come la combinazione di due o più segni astrologici, i quali determineranno, sempre con modalità tendenziale, sia il carattere che il destino di ciascun individuo. Fu il poeta romantico tedesco Georg Friedrich Philipp Freiherr von Hardenberg, noto con lo pseudonimo di Novalis, a dire che “il carattere è destino”. Anche Schopenhauer, dal canto suo, si è posto la seguente domanda: “è possibile una completa sproporzione tra il carattere e il destino di un uomo?” Possiamo credere, allora, che gli eventi della vita siano attratti dal carattere di ognuno di noi, come se invocati da qualche entità ultraterrena che si preoccupa segretamente di un singolo destino? La cristianità se la raffigurò come un angelo custode, ma ancor prima fu il genius degli Etruschi, il daimon dei Greci e lo spiritus familiaris dei dotti e dei maghi. Eraclito affermava che “l’indole è per l’uomo il suo daimon”. Lo stesso Platone, alla fine della Repubblica, immaginava che nell’aldilà fossero le anime di ogni mortale a sorteggiare il proprio destino, per poi dimenticarsene dopo aver bevuto l’acqua del fiume Lete. Sarà anche qui un daimon a ridestare la memoria dell’anima dopo la sua discesa sulla terra, risvegliando quel destino assopito dall’antica dimenticanza.

    Dove è possibile ritrovare ciò che la nostra anima non ricorda più? Un modo è quello di risalire alla memoria collettiva dell’umanità, luogo remoto in cui Jung ha scoperto gli archetipi dell’inconscio collettivo e che Hillman ha immaginato come un’antica “sala delle memorie”, metaforica mostra permanente di effigi mitologiche. Gli archetipi, da intendersi in senso strettamente etimologico come “primi modelli”, nella mitologia diventano modi esemplari di comportamento attuati per la prima volta dagli dèi, che gli esseri umani hanno cercato di imitare nel lungo corso della storia. E’ solo imitando gli dèi, invero, che al comune mortale è data la possibilità, come in un sogno o una visione, di eliminare la distanza che separa il tempo profano della quotidianità dalla sacralità del tempo mitico. E’ nella rilettura dei miti, dunque, che sentiamo di appartenere ad una “famiglia mitologica” di tendenze comportamentali, eternamente presenti nella storia dell’umanità. E’ per questo motivo che le azioni di Zeus o Dioniso, di Era o Persefone, riescono ad attrarci misteriosamente in zone confortevoli di accoglienza. La psicologa junghiana Jean Sinoda Bolen diceva che “quando vi accade di interpretare il mito di un dio o di coglierne il significato, razionalmente o intuitivamente, come qualcosa che riguarda la vostra vita, questo può avere la stessa forza d’urto di un sogno, che fa luce su una situazione e sul vostro carattere”. Sembrerà così di entrare in un nobile castello e di attraversare dodici stanze impolverate – se pensiamo all’associazione tra la mitologia e i segni zodiacali – dove qua e là ritroviamo noi stessi, le nostre abitudini, le nostre virtù, ma anche gli scheletri nell’armadio e la messa a nudo di vizi e pudori, che vorremmo tener nascosti e che difficilmente confidiamo in pubblico.

    Ciò significa che ogni carattere individuale va immaginato come un gruppetto prescelto di “dèi interiori” – o, equivalentemente, di archetipi zodiacali  corrispondenti – che al pari di un daimon personale, vegliano sul nostro destino e ne tessono segretamente la trama.  Può succedere che alcuni dèi trovino una certa difficoltà ad esprimersi, poiché ostacolati dal lato cosciente della personalità o da retaggi familiari, stereotipi sociali e condizionamenti ambientali di vario tipo. Ma il “principio di totalità psichica” ci impone di riconoscere e rispettare tutti gli dèi che ospitiamo, e con essi il loro bisogno di recitare la parte di copione previsto dal destino che ci attende. Non a caso, sin dall’antichità, gli dèi sono stati sempre riconosciuti dalla collettività, con riti, tributi e festività in loro onore, poiché solo così si evitavano le punizioni che sarebbero derivate per l’offesa seguita alla dimenticanza. Non riconoscere oggi i nostri dèi vuol dire proiettarli all’esterno, imputando per esempio ad altri le colpe e le ombre delle nostre azioni, oppure, ancor peggio, farli diventare demoni interiori, possessioni, complessi psicologici, malattie del corpo o dissociazioni schizofreniche.   

    Sempre nell’antichità, sul frontone del tempio di Apollo a Delfi, considerato l’oracolo per antonomasia, troneggiava la scritta gnothi sauton (conosci te stesso). Ciò esorta a riconoscere e rimembrare tutte le divinità che ci sono simili e familiari. Ecco il dovere di tutta una vita, il dharma che nei testi vedici equivale a ricordare lo scopo della reincarnazione. Per farlo bisogna ritornare all’illud tempore dei miti, al c’era una volta delle fiabe. Lì troveremo il paradiso perduto e atemporale degli archetipi, dove tutto accadde per la prima volta e iniziarono le infinite imitazioni degli esseri umani. Per capire quali di queste ci sono più affini, si può ricordare un altro inizio, quello della nostra nascita nell’universo, momento in cui la firma divina ha sottoscritto la nostra carta astrale.

    Il compito della moderna astrologia, in definitiva, non è quello di prevedere semplicemente il destino ma di aiutarci a riconoscere, assieme agli dèi che albergano nell’anima, gli archetipi zodiacali che contraddistinguono il carattere velatamente inscritto in ogni oroscopo natale. Questo ci permette anche di immaginare la vita come l’ingrandimento della nascita, e constatare che tutto quello che si verificherà nel destino è stato già in qualche modo anticipato nell’evento in cui emanammo il primo respiro. Più poeticamente, negli Scritti Orfici, Goethe esprimeva così la metafora dell’oroscopo astrologico: “Allo stesso modo in cui nel giorno in cui nascesti il sole si offrì al saluto dei pianeti, così in seguito crescesti in base alla legge di quell’ora. Così dev’essere, sfuggire non puoi. Già lo dissero profeti e sibille, e nessun tempo e nessuna forza può spezzare la forma già coniata che vivendo si evolve.”


Numeri che avvicinano al sapere assoluto

Nel corso della sua storia millenaria l’umanità si è interrogata spesso sull’esistenza di un “sapere trascendente”, che si sottrae ad ogni logica e che sembra coordinare l’accadere degli eventi. L’uomo primitivo attribuiva a questo misterioso sapere un potere magico e soprannaturale. Si pensava, per esempio, che fosse lo spirito di un nemico a causare la malattia o la morte, mentre era uno stregone a mandare il coccodrillo che nel fiume aggrediva qualche malcapitato. Nell’antica Cina la “causalità magica” dei primitivi divenne il senso del Tao, invisibile e impercepibile, che organizza l’ordine universale con la semplice alternanza di due forze complementari, madre-Yin e padre-Yang di tutto ciò che accade. In Occidente fu l’enantiodromia di Eraclito a proporsi come la filosofia più fedele al pensiero taoista. Il sapere assoluto, che conferiva senso e ordine a tutta la realtà conoscibile, era immaginato come un processo unico e invariante di fusione tra mutamenti ed opposti ambivalenti. Un secolo dopo, sempre in Occidente, Platone formulò la sua dottrina delle Idee, che prevedeva l’esistenza di una conoscenza trascendente capace di mettere in contatto il mondo eterno e immutabile delle Idee-archetipi con tutte le cose mutevoli del mondo fisico. Secondo la filosofia di Platone, ogni dettaglio microcosmico del mondo materiale tende ad imitare la perfezione dei modelli-Idee, perché aspira a ritrovare una sua corrispondenza nell’intellegibilità sovraordinata del macrocosmo. La stessa concezione totalitaria è presente nel Tao, dove gli eventi singoli non contano in sé e per sé, ma risuonano sempre con qualcosa di simile nel quadro cosmico generale. Deve pertanto esistere, da qualche parte, un sapere assoluto, che trova la sua manifestazione attraverso un rapporto di similitudine tra microcosmo e macrocosmo. Fu questo il credo esoterico posto a fondamento di tutte le pratiche di alchimia, magia e astrologia.

È vero senza menzogna, certo e verissimo, che ciò che è in basso è come ciò che è in alto e ciò che è in alto è come ciò che è in basso per fare i miracoli di una sola cosa. E poiché tutte le cose sono e provengono da una sola, per la mediazione di una, così tutte le cose sono nate da questa cosa unica mediante adattamento.”

Sono le parole di Ermete Trismegisto, incise su una tavola di smeraldo ritrovata in Egitto prima dell’era cristiana e che costituiscono il compendio dell’antica tradizione ermetica. L’adattamento cui fa riferimento Ermete Trismegisto divenne la “simpatia di tutte le cose” (simpateia ton olon) di Posidonio, filosofo di Rodi vissuto nel primo secolo avanti Cristo. La sua dottrina conferì all’uomo, materiale nel corpo e ultraterreno nell’anima, la funzione intermediaria tra mondo terreno e sfere celesti. Da questa premessa ispiratrice fiorirono la teoria medioevale della corrispondentia e la filosofia neoplatonica del periodo rinascimentale.

Simpateia e corrispondentia furono, nondiméno, concetti imprescindibili nel pensiero di due illustri medici dell’antichità. Ippocrate immaginò la simpatia come “un unico confluire, un unico cospirare sentendo tutto insieme”, mentre Paracelso localizzò nell’essere umano l’unica corrispondenza possibile di tutto ciò che accade in terra e in cielo. Per Keplero, invece, era nel cuore della Terra, dove la temperatura sotterranea si mantiene costante, che andava ricercato il segreto della corrrispondenza. Lì era custodita l’anima terrae, una specie di grembo materno dotato di facultas formatrix, da cui nascevano le geometrie di metalli, minerali, fossili e cristalli, che poi anticipavano nella forma e nella sostanza tutti gli oggetti del mondo esterno. L’anima terrae era anche responsabile dei fenomeni meteorologici; ad esempio, la pioggia eccessiva era considerata come un sintomo di malattia della Terra. Un tale assunto era peraltro in linea con la visione geocentrica dell’astrologia tolemaica, che prevedeva la Terra, e non i pianeti, come sede di sincronicità degli eventi.

Un secolo dopo, ispirato dalla teoria kepleriana, fu Leibniz a sviluppare il suo pensiero filosofico incentrato sul concetto di “monade”. L’atomismo materiale di Democrito venne così rimpiazzato da un atomismo spirituale, una sinfonia di universi in miniatura, indipendenti tra loro ma in grado di accordarsi in virtù di un sapere assoluto e divino. Leibniz chiamò harmonia praestabilita questa conoscenza a priori, per mezzo della quale Dio forma le sostanze individuali in modo così perfetto che esse si accordano per necessità, seguendo ciascuna le sue leggi preordinate.

Nel secolo diciottesimo il fascino di un sapere trascendente, simile ad un regista divino che coordina l’accadere delle cose, fu oscurato definitivamente dal determinismo di Newton, unica possibilità di concepire la materia attraverso la mente. Ma già a metà del diciannovesimo secolo, pur in un clima generale di ostinato materialismo, l’antica credenza di un Tutto intelligentemente connesso riapparve nella filosofia audace e rivoluzionaria di Schopenhauer. Il suo breve trattato Speculazione trascendente dell’apparente disegno intenzionale nel destino dell’individuo, che tanto influenzò sia Freud che Jung, inizia con la citazione di Plotino “il caso non esiste nella vita, ma c’è solo un ordinamento armonico”. Il filosofo di Danzica era convinto che, a fianco della legge di causalità fisica, responsabile solo in parte degli eventi del mondo materiale, agisse una volontà trascendente paragonabile alla divina provvidenza. L’antico motto “sic erat in fatum” andava visto, allora, come un apparente disegno intenzionale, capace di unire la contingenza dei fenomeni con l’intima necessità di ogni individuo. La fervida immaginazione di Schopenhauer vedeva il processo del mondo come un’infinità di singole catene di cause e effetti, assimilate a dei meridiani che scendono dal polo nella direzione del tempo e che risultano connessi reciprocamente tra loro da cerchi paralleli. I caratteri dei singoli individui apparirebbero così legati tra loro da eventi che, pur apparentemente privi di rapporto causa-effetto, poiché appartenenti a meridiani diversi e lontani nello spazio, si troverebbero in un certo istante connessi simultaneamente dai paralleli orizzontali, proprio come avviene nelle coincidenze significative della sincronicità.

Comunque si tenti di dare nome o forma ad un sapere assoluto e numinoso, in grado di legare sensatamente tutti gli eventi del mondo vivente e inanimato, pare che ad esso non sia mai concesso di rivelarsi completamente. E agli esseri umani, di questa conoscenza arcana, non rimane che la copia sbiadita e nebulosa, un sapere apparente che può essere reso al più verosimile o probabile. La verità sulle cose è rimasta così da sempre inaccessibile per i comuni mortali, e solo alle muse dell’Olimpo, come scritto nella Teogonia di Esiodo, era concessa la prerogativa divina di rendere le bugie simili al vero.

Le bugie delle muse possono trapelare dai sogni e dalle narrazioni mitiche, dalle figure allegoriche dell’alchimia e della cartomanzia, da intrecci planetari o da formule magiche. Il loro senso usa rivelarsi per simbolismi analogici e non assecondando i ragionamenti della causalità. Sono questi i cenni criptici di un sapere numinoso, dotato di coscienza sfumata che però si sottrae alla logica della mente umana. E’ un sapere “preconcettuale” e privo di soggetto, simile al sapere delle monadi di Leibniz o alla volontà trascendente di Schopenhauer. Nelle coincidenze della sincronicità è sempre un sapere acausale a coordinare gli archetipi dell’inconscio collettivo. Jung li paragonò a nuvole di conoscenza, che si condensano come nuclei di un campo psichico, da cui scaturiscono immagini, simboli e numeri. Sono nuvole di conoscenza anche le tecniche divinatorie, che generando casualmente eventi sincronistici mediante monete, achillee, dadi, fondi di caffè, carte e altro, creano il fato per sapere “che cosa ne pensi l’inconscio” del futuro.

Le nuvole di conoscenza possono arrivare dal cielo, come quel numero che Prometeo dona all’umanità poiché condensato di suprema saggezza; ma possono anche emergere dalla profondità delle acque, sotto forma di un quadrato magico sul dorso di una tartaruga, per dar origine alla più antica tecnica divinatoria che gioca con i 64 numeri dell’I-Ching. Anche secondo Pitagora il sapere assoluto si rivelava sempre travestito da numero, l’unico daimon possibile tra il divino e i fenomeni manifesti della natura. Fu lui per primo a rimanere estasiato dal sorprendente legame tra alcuni semplici rapporti numerici e le note musicali. Era la prova tangibile di una coscienza numerica in grado di coordinare le leggi naturali, e l’unico privilegio che rimaneva agli esseri umani era quello di scoprire nel tempo il mirabile ordine nascosto in eterno nell’universo. E’ ancora una coscienza numerica a rivelarci le dimensioni frazionarie dei frattali, che tanto estasiarono un incredulo Benoit Mandelbrot in tempi più recenti. Seguendo lo stesso percorso tracciato da Leibniz, il matematico polacco scoprì che era una nuova harmonia praestabilita, l’autosomiglianza, a generare universi in miniatura – alberi, tuoni, nuvole, cristalli di neve, coste, catene montuose – e a modellare la geometria complessa della natura mediante semplici rapporti logaritmici.

La fisica moderna ha ipotizzato che l’universo stesso può essere immaginato come un unico frattale, in cui nessuna parte è più fondamentale di altre e dove ogni particella è in reciproca interdipendenza con tutte le rimanenti. E’ l’ipotesi del bootstrap, secondo la quale esisterebbe un’unica matrice di probabilità (nota come matrice S) in grado di prevedere le possibili interazioni nucleari tra adroni, particelle responsabili di tutte le strutture atomiche e molecolari. L’intero universo di adroni genererebbe così se stesso, autoreggendosi e autodeterminandosi nell’unico modo previsto dalla matrice S, la moderna rete di Indra del buddismo Mahayana.

Il Tao della fisica moderna è allora un universo simile ad un mega intreccio particellare, dove il sapere assoluto è la misteriosa “connessione simultanea a distanza” caratteristica dell’entanglement, traducibile in termini matematici ma che trascende le spiegazioni causali dell’intelletto umano. E’ un sapere dotato di protocoscienza numerica anche quello dei numeri quantici, che conferiscono univocamente ordine e forma alle strutture atomiche di tutti gli elementi presenti in natura. Sono di natura probabilistica, al pari della matrice S, la legge dei grandi numeri, il moto browniano, l’entropia e il principio di indeterminazione quantistica, strumenti matematici che spiegano perché percepiamo lo scorrere del tempo e “cosa e come possiamo osservare” dei fenomeni fisici. Sono le leggi numeriche di un sapere apparente, che rendono approssimativo un sapere assoluto altrimenti inconoscibile, nel cui profondo è nascosta la Verità dei presocratici e “il presente in tutti i suoi dettagli” di Heisenberg. In una lettera indirizzata a Jung e datata 12 dicembre 1950, Pauli paragonò le leggi della fisica agli archetipi delle arti divinatorie e della psicologia, postulando l’esistenza di diversi tipi di ordinamento olistico e acausale in natura, all’interno dei quali agiscono spontaneamente principi ordinatori e formativi di immagini, numeri e formule matematiche.

Esiste dunque un sapere assoluto, inizialmente inconoscibile, che giace in un eterno presente privo di limiti spaziotemporali, ma che può essere avvicinato da un sapere apparente fatto di nuvole di conoscenza. Queste “chiazze” di sapere approssimato sono prodotte da nuclei energetici ordinatori e formativi – gli archetipi – che agiscono olisticamente ad ogni livello di manifestazione della realtà. Se la realtà è quella psichica, saranno gli archetipi dell’inconscio collettivo a rendersi conoscibili attraverso immagini, simboli e numeri; se la realtà è quella dei fenomeni fisici, gli archetipi generano costanti universali, modelli matematici e leggi probabilistiche, rendendo così conoscibile e verosimile, su scala macroscopica, un sapere assoluto distribuito sui dettagli di una fittissima rete microscopica, onnicomprensiva e onnipresente, in cui le nozioni di spazio e tempo, così come concepite dalla coscienza degli esseri umani, vengono a dissolversi.

Sin dai tempi antichi i velieri della conoscenza hanno seguito le mappe numeriche di un sapere apparente pur di non perdersi nelle acque infinite e negli abissi insondabili di un sapere assoluto. Fu da quei mari interminabili e lontani da terre sicure, invero, che evaporarono in cielo nuvole di conoscenza e rotte di navigazione. Filosofi saggi e barbuti, ma anche moderni fisici in camice bianco, riordinarono i pezzi di un puzzle cosmico dalle cui combinazioni emersero sorprese inimmaginabili. Scoprirono, per esempio, strani isomorfismi tra gli esagrammi dell’I-Ching e i codoni del DNA, tra gli arcani maggiori della cartomanzia, le lettere dell’alfabeto ebraico e gli aminoacidi partenogenetici. E’ così, del resto, che amò rivelarsi il senso arcano di un sapere primordiale ed eterno dell’esistenza, dotato di coscienza numerica, che non fa differenza alcuna tra materia e psiche, tra fisica e psicologia, tra biologia e divinazione, tra passato e futuro. E per contemplarne i prodigi, basterebbe imbarcarsi su quei velieri ondeggianti, attendere l’imbrunire e fingerci quel giovinetto, che ascolta Archimede mentre loda l’orbita di Urano in una notte stellata.

“Ciò che tu vedi nel cosmo non è che il riflesso del divino, nella schiera degli Olimpi troneggia il numero eterno.”

Un antico zodiaco numerico per la psicologia moderna: l’enneagramma

Il prossimo fine settimana terrò un seminario, assieme alla preziosa collaborazione di Agnese Ujcich, su uno dei temi più affascinanti e dibattuti della psicologia comportamentale moderna: l’enneagramma. Che cos’è l’enneagramma? Mi piace definirlo “zodiaco numerico”, e in effetti di questo si tratta. I nove enneatipi che formano l’enneagramma, al pari dei dodici segni zodiacali, sono degli archetipi comportamentali o, per usare le parole di Jung, dei “modelli primordiali di comportamento umano”. Nel loro insieme costituiscono un deposito ancestrale dei tipici modi di reagire dell’umanità – indipendentemente da differenziazioni storiche o etniche – in situazioni quali la paura, il pericolo, le relazioni fra i sessi o fra figli e genitori, il bisogno di protezione e di appartenenza, il comportamento di fronte all’odio e all’amore, la dedizione al lavoro o il modo di rapportarsi con gli altri.
Gli archetipi comportamentali li troviamo descritti, fin dai tempi più remoti, nei miti e nelle fiabe di tutte le culture, ma si incontrano anche in epoche più recenti nelle opere letterarie, nei romanzi e nei film delle moderne sale cinematografiche. Viene da chiedersi perché l’umanità ha sempre sentito il bisogno di raccontare i suoi “modi di reagire” alle esperienze di vita. Evidentemente, per conscersi meglio psicologicamente. Allo stesso modo, le conoscenze approfondite dei segni zodiacali o degli enneatipi diventano utili “strumenti psicologici di ricerca interiore”, veri e propri chiavistelli per aprire al senso delle nostre esistenze.
Alcuni anni fa fu un seminario sull’enneagramma, proprio dal titolo “I nove volti dell’anima”, ad attirare la mia curiosità. Inizialmente mi venne da pensare che si trattasse di un modo come altri di classificare in categorie gli esseri umani, ma poi mi resi conto che, dietro quella categorizzazione, si nascondeva qualcosa di molto profondo, e cioè una miscela tra antico esoterismo matematico e psicosociologia moderna. In sostanza, è una sequenza numerica a svelare i segreti di un percorso interiore ottimale nella vita. Ho voluto mantenere quel titolo, un po’ in ricordo della mia esperienza personale ma, soprattutto, perchè la finalità del seminario è di offrire ai partecipanti la possibilità di riconoscere la vera identità dell’ anima.
Ciò che distingue essenzialmente un segno zodiacale da un enneatipo è la modalità di appartenenza. Se nell’astrologia il segno è deciso semplicemente dalla data di nascita, l’appartenenza ad uno specifico enneatipo è stabilita da come è stata vissuta la nostra infanzia. A metà degli anni Cinquanta, Karen Horney disse che “di fronte ad un mondo ostile il bambino, per la sensazione di sentirsi isolato, impotente e non amato, sviluppa un’angoscia di base. Ciò lo porta ad affinare una tattica per far fronte alle forze dell’ambiente che agiscono ai danni della sua sopravvivenza. In seguito, nella sua vita, si svilupperanno inconsciamente dei tratti permanenti del carattere, che poi costituiranno la sua personalità di base”. Karen Horney fu anche pioniere della psicologia della “Gestalt” (forma strutturata dotata di senso), che fa riferimento ad un’attitudine psichica in grado di percepire, elaborare parte di stimoli esterni ed edificare una struttura caratteriale a noi consona e apparentemente soddisfacente. Da questa prospettiva il carattere diventa così una struttura cristallizzata e preformata, che reagisce rigidamente solo a determinate interazioni con l’ambiente.
L’enneatipo va visto allora come una “gabbia dell’agire quotidiano”, assimilabile ad una “prigione del bambino interiore”, che per paura di non essere stato amato e protetto nella prima infanzia, fu costretto a snaturare l’essere autentico pur di garantire la propria sopravvivenza.
Conoscere il proprio enneatipo significa “ritornare consapevolmente alle strategie distorte del passato per smontare gli automatismi del presente e del futuro”. Va anche detto che l’appartenenza ad un enneatipo, così come quella ad un segno zodiacale, non cambia nella vita. Ciò che può servire, sicuramente, per un vivere più autentico, è la consapevolezza di navigare meglio possibile nel “fiume della nostra vita”. E proprio come in un fiume, possiamo scegliere se scendere a valle, seguendo conformisticamente il flusso naturale, come fa la maggior parte delle persone, oppure, come hanno il coraggio di fare solo in pochi, cercare di risalire la corrente e riconoscere la sorgente originaria, per vivere coraggisamente un destino diverso, che ci appartiene nell’intimità più profonda, perchè è quello della nostra anima pura e incontaminata, quello che che ci è stato affidato al momento della nascita.
E’ questo il compito più importante di tutti, come avevano capito bene i nostri antenati. “Gnothi seautón” (conosci te stesso) era scritto a caratteri cubitali sul frontone del tempio di Apollo a Delfi, l’oracolo più famoso dell’antichità che veniva visitato per avere informazioni sul futuro.
Il compito principale nella nostra esistenza è, allora, saper distinguere la vera identità da falsi e nevrotici individualismi. E, come insegna la psicologia moderna, i comportamenti nevrotici si sbloccano solo se portati a livello cosciente. In tal senso, la teoria dell’enneagramma si pone come utile dottrina che, prima ci insegna a riconoscere in quale “gabbia caratteriale” siamo stati imprigionati da piccoli, e poi ci dona la chiave per uscire dalla schiavitù di un falso vivere e riconoscere il volto della nostra anima.

Il senso delle coincidenze nella vita

Verso gli anni Cinquanta fu Jung a definire sincronicità la coincidenza temporale tra eventi fisici e stati psichici con analogo contenuto significativo. Il significato che stabilisce il legame di sincronicità non è né causale, cioè spiegato da una causa, né casuale, ossia dovuto al caso, ma unicamente associativo in termini di senso. Eventi fisici sono gli accadimenti quotidiani osservabili all’esterno, mentre vanno considerati come stati psichici interiori i sogni, le visioni, le intuizioni o i presagi. Esempi tipici di sincronicità sono il sogno premonitore che anticipa un evento oppure l’intuizione divinatoria suggerita dalla procedura mantica.

Jung riteneva che i fenomeni di sincronicità potessero avvenire unicamente in presenza di uno stato emotivo, il solo in grado di stabilire un contatto con gli archetipi dell’inconscio. Se si va dal cartomante o dall’astrologo per avere informazioni sul futuro, una prerogativa essenziale è quella di porre una domanda motivata da una forte carica emozionale o affettiva. Anche   Alberto Magno, filosofo e alchimista tedesco vissuto attorno al 1200, sosteneva che “l’emotività (affectio) dell’anima umana è la radice principale di tutte le cose…chiunque può influenzare magicamente ogni cosa, se cade preda di un grande eccesso emotivo.”

Corre l’anno 1829 quando il piroscafo City of Leeds raccoglie a bordo un centinaio di passeggeri, rimasti miracolosamente illesi dopo l’esperienza di cinque naufragi consecutivi, che nell’arco ristretto di 13 giorni vedono coinvolti una goletta, un veliero, due navi e un vascello lungo la rotta Inghilterra-Australia. Tra i naufraghi c’è Sarah Richley, donna anziana e malata, che ha deciso di intraprendere un viaggio così lungo per ritrovare il figlio Peter, partito per l’Australia 15 anni prima senza lasciar traccia di sè. Impietosito dalla donna morente, che in uno stato di delirio e con la vista ormai annebbiata, continua ad invocare il nome del figlio, il medico del piroscafo chiede a uno dei marinai, vittima anche lui dei cinque naufragi, di fingersi Peter Richeley per alleviare le sofferenze di una madre morente. Sincronicità vuole che quel marinaio sia proprio Peter Richeley, che può finalmente riabbracciare e salvare la madre, vissuta poi altri vent’anni, felice e in buona salute. Verosimilmente fu l’emotività congiunta, di una madre bramosa di incontrare il figlio e di un medico commosso dalle condizioni di una donna che sta per morire, a diventare il magico filo che tesse un fenomeno di sincronicità così articolato e che permette l’incontro tra una madre in Inghilterra e il figlio in Australia che non comunicano da 15 anni.

Nel Simposio platonico è sempre Eros a connettere gli archetipi divini con le singole esperienze degli uomini, l’unico daimon capace di ristabilire l’unità originaria e di ricucire lo strappo tra lo psichico e il materiale. Secondo Platone era nella sfera dell’Eros daimonico che si svolgeva tutta la pratica divinatoria e l’arte dei sacerdoti in relazione ai sacrifici e alle iniziazioni e agli incantesimi e a ogni genere di profezia e di magia. Con i mandala divinatori gli uomini tentarono di afferrare la sincronicità e comprendere i misteriosi nessi tra microcosmo e macrocosmo. Nel tradizionale oroscopo astrologico è un duplice mandala, costituito dalla sovrapposizione della ruota zodiacale sul cerchio delle dodici case astrologiche, a connettere l’inconscio collettivo, rappresentato dai segni-archetipi zodiacali, con la spazio-temporalità delle esperienze umane, insita nei punti cardinali del tema natale (ascendente, discendente, fondo cielo e medio cielo), nelle Case e nei transiti planetari.

Anche nell’antica Cina gli sciamani leggevano il futuro su un doppio mandala. Il rito divinatorio consisteva nel far ruotare due tavolette, una rotonda e l’altra quadrata, su un asse verticale e in senso inverso. Nella prima c’era il mandala con l’ottagono dei trigrammi Ho-t’u, che rappresentava l’ordine eterno e immutabile dell’universo con tutte le sue possibilità archetipiche, mentre nella seconda, che conteneva il mandala con gli otto trigrammi Lo-shu, era iscritto l’ordine ciclico del tempo che scandisce il ritmo della vita animata.

Non a caso fu proprio l’I-Ching a convincere Jung che la teoria sulla sincronicità, pur trasgredendo le regole della causalità, potesse assumere un senso nella sfera dell’esperibile psicologico. Ancor prima di Jung fu Richard Wilhelm, nella sua opera di traduzione del Libro dei Mutamenti, a chiamare sincronicità un concetto diametralmente opposto alla causalità, secondo cui qualunque cosa avvenga in un dato momento possiede inevitabilmente la qualità peculiare di quel momento. E così, ogni esagramma dell’I Ching riflette la qualità dell’universo al momento del lancio delle monete. Sempre Wilhelm, ricalcando la filosofia di Eraclito, suggerì di tradurre il Tao dei Cinesi come “senso del mondo”, che ritorna all’Uno indifferenziato dopo aver sperimentato la legge della polarità Yin-Yang intrinseca in ogni fenomeno. E’ il senso dell’Uno, eternamente nascosto in ogni fenomeno biologico, che si auto organizza con leggi preordinate. Non è un senso creato dall’uomo, ma che ha bisogno della coscienza dell’uomo per essere scoperto e decifrato.

I Cinesi credevano che a riecheggiare con il senso del Tao fossero sempre singolarità evocatrici, che poi stimolavano la coscienza degli uomini a creare immagini, simboli o numeri. Per il loro modo di pensare i singoli indizi e le coincidenze accidentali erano più importanti degli eventi ordinari della vita, poiché era così che si rivelala il sapere di un Tutto ordinato, sensato ed efficace. Bastava solo perseguire la filosofia della meditazione, lasciando che le cose accadessero, come hanno sempre insegnato i maestri cinesi. E, come disse anche Jung, “bisogna essere psichicamente in grado di lasciar accadere”, che significa aprirsi alla via immaginativa e lasciarsi guidare dal daimon della passione e del sentimento, in modo da far accadere gli eventi sincronistici che danno significato e senso al nostro destino.

In verità c’è sempre un senso nelle coincidenze della vita, il problema è saper cogliere i suggerimenti e trascrivere i messaggi che ci inviano. I Celti lanciavano in cielo le rune per captare i sussurri delle divinità, mentre nelle sedute medianiche i Cinesi si affidavano alla planchette, la “matita volante degli spiriti”. Comunque si tenti di avvicinare, di fatto o con l’immaginazione, il regista divino capace di coordinare le trame delle esistenze umane, possiamo condividere l’opinione di Doris Lessing, che vedeva nelle coincidenze “lo stratagemma che Dio utilizza per restare anonimo”.

L’oroscopo di Gesù

Il mistero che avvolge il momento della nascita di Gesù ha appassionato e incuriosito molti teologi, biblici, storici ed astrologi di ogni epoca. Quello che si può dire sicuramente oggi è che la sua nascita non coincide di certo con il 25 dicembre dell’anno zero, anche se questa certezza non modificherà la tradizione di festeggiare il Natale qualche giorno dopo il solstizio d’inverno. Tanto più che è tutta la mitologia, e non solo la religione cristiana, a far coincidere la nascita degli dèi solari al 25 dicembre, giorno in cui il sole riprende astronomicamente a muoversi dopo quattro giorni di arresto (sosltizio deriva dal latino solstitium, composto da sol-sole e sistere-fermarsi)

Molte fonti autorevoli concordano nel delimitare l’evento natale del Messia tra il 7 e il 6 a.C., periodo in cui si verificò per tre volte la congiunzione Giove-Saturno nel segno dei Pesci. Fu questa configurazione astrale, visibile e molto luminosa nei cieli notturni del Mediterraneo, ad essere stata scambiata come la stella cometa di cui si racconta nel Vangelo di Matteo, che brillò nel cielo di Betlemme all’arrivo dei re magi dall’Oriente. Essi provenivano dall’antica Babilonia, luogo in cui l’astrologia era molto diffusa e dove sarebbe stata prevista proprio in quegli anni la nascita del “dominatore del mondo”. Tale ipotesi sembra avvalorata da due versetti nel secondo capitolo di Matteo: “Nato Gesù in Betlemme di Giuda, al tempo di re Erode, ecco dei magi arrivare dall’oriente a Gerusalemme, dicendo:”Dov’è il re dei Giudei? Abbiamo veduto la sua stella in Oriente e siamo venuti ad adorarlo”.

La tentazione di indagare sulla nascita di Gesù non rimase circoscritta nell’ambito esoterico, ma sconfinò  anche nell’erudito mondo scientifico. Pare che il primo ad occuparsene fu Gerolamo Cardano, genio eclettico nato alle soglie del Cinquecento, che nel corso di una vita tribolatissima si occupò di molte cose. Oltre ad essere un medico di professione, inventò il giunto che porta ancora il suo nome e che congiunge lo sterzo delle automobili ai semiassi delle ruote anteriori. Fu anche un grande matematico con la passione del gioco d’azzardo, grazie al quale gettò le basi del calcolo delle probabilità. Ma fu anche astrologo, e una volta si dice che fece l’oroscopo a Gesù Cristo, molto probabilmente facendo fede alla congiunzione Giove-Saturno in Pesci di cui si narra nella Sacra Scrittura. Qualche decennio dopo, nel periodo in cui l’astronomia capovolse coraggiosamente la teoria geocentrica, forse il dogma della Chiesa più duraturo e ostinato, il mistero della nascita di Gesù contagiò un altro grande scienziato dell’era moderna. E’ il mese di dicembre nell’anno 1603 quando il celebre Keplero, che con le sue tre leggi getterà le basi dell’astronomia moderna, osserva nel cielo di Praga la luminosissima congiunzione di Giove e Saturno nella costellazione dei Pesci. I suoi calcoli lo portano a stabilire che lo stesso fenomeno deve essersi verificato anche nel 7 a.C. Sempre Keplero scoprì un antico commentario alla Sacra Scrittura del rabbino Abarbanel, dove si ricorda che, secondo una credenza ebraica, il Messia sarebbe apparso proprio quando Giove e Saturno avessero unito la loro luce in cielo nel segno dei Pesci.

Più di due secoli dopo è il danese Munter a scoprire un commentario ebraico al libro di Daniele, risalente al periodo medioevale, in cui alcuni dotti giudei descrivevano la congiunzione Giove-Saturno nei Pesci come un “segno del cielo” che accompagnava la nascita del Messia. I calcoli di Keplero trovarono un’ulteriore conferma in un antichissimo papiro egizio, conservato ancor oggi a Berlino e pubblicato nel 1902 col nome di Tavola planetaria, dove sono riportati con esattezza i moti dei pianeti osservati dal 17 a.C. al 10 d.C. Qualche anno più tardi, nel 1925, venne ritrovato il Calendario stellare di Sippar, tavoletta in terracotta con scrittura cuneiforme, proveniente dalla città sulle rive dell’Eufrate che fu sede di una famosa scuola di astrologia babilonese. Nel documento sono elencate le date precise della triplice congiunzione di Giove-Saturno nel 7 a.C.: il 29 maggio, il 1° ottobre e il 5 dicembre. Anche la simbologia astrologica usata nell’antica Babilonia pare consolidare l’ipotesi di una nascita del redentore: Giove era il pianeta dei dominatori del mondo, Saturno il pianeta protettore d’Israele, mentre la costellazione dei Pesci era associata alla “Fine dei Tempi”, cui doveva coincidere l’inizio di un’era messianica.

La data e l’ora precisa della nascita di Gesù Cristo (domenica 1 marzo 7 a.C., Betlemme ore 1:21) sono state ipotizzate dal reverendo Don Jacobs (1927-1981), biblista e astrologo americano, studioso che più di ogni altro si è dedicato alla ricostruzione dell’oroscopo virtuale di Gesù. Molto probabilmente si tratta di ipotesi effettuate a posteriori, in modo da far corrispondere le posizioni dei pianeti e il loro significato simbolico con quanto si racconta della vita di Gesù Cristo. Alla congiunzione Gove-Saturno nei Pesci Don Jacobs fa coincidere anche quella di altri pianeti (Sole, Luna, Venere, Urano), ipotizzando tra l’altro la nascita di Gesù in una notte di Luna Nuova, simbolo per antonomasia di un ciclo che si rinnova. Tenuto presente che la congiunzione di questi sei pianeti avviene ogni cinque milioni di anni, ciò potrebbe comprovare l’eccezionalità di un evento come quello che annuncia la nascita di un Messia.

E’ plausibile anche che il reverendo abbia stabilito l’ora di nascita in modo da far cadere l’ascendente nel segno del Sagittario, che spesso viene associato alla spiritualità e alla religiosità. L’inizio di marzo come data di nascita garantisce invece che un cumulo di sei pianeti si trovi nel segno dei Pesci, tra l’altro in opposizione al pianeta Plutone, noto simbolo astrologico di resurrezione.  A rafforzare l’impronta pescina dell’oroscopo c’è poi il trigono (120 gradi, evidenziato dalla riga blu più lunga nell’oroscopo) che Nettuno, governatore di questo segno, forma con lo stellium di pianeti nei Pesci. Perché l’enfasi di un segno come quello dei Pesci potrebbe rendere credibile l’oroscopo di Gesù e quindi, indirettamente, anche l’ipotizzato momento della sua nascita? Autorevoli astrologi, che in epoca recente si sono occupati anche di psicologia, sono concordi nel ritenere i seguenti tratti caratteriali come caratteristici del dodicesimo segno zodiacale: identità plasmata sul collettivo, conflitto altruismo-vittimismo (identità del “martire”), conflitto idealizzazione di sé – autodistruzione, vocazione al sacrificio, spirito di abnegazione, fuga dalla realtà (illusioni, avventure estreme, onirismo, misticismo, alcool, droghe), rassegnazione passiva generalizzata (tendenza all’autolesionismo e al masochismo psicofisico).

Non avremo mai la prova che il reverendo Don Jacobs abbia sollevato definitivamente il lembo su uno dei più grandi misteri della storia dell’umanità. Di certo si continuerà a fantasticare e a giocare con libere associazioni psicologiche e deduzioni a posteriori. E chissà se forse un giorno un dubbio aleggerà sulla nostra fede cristiana e giungeremo a concludere che, al pari di altre divinità solari della mitologia antica, Gesù Cristo non sia mai nato ma ancora eternamente presente tra noi, con le immortali vesti psicologiche  di un archetipo, quello dell’eroe sofferente che redime la collettività dai peccati.