L’oroscopo di Gesù

Il mistero che avvolge il momento della nascita di Gesù ha appassionato e incuriosito molti teologi, biblici, storici ed astrologi di ogni epoca. Quello che si può dire sicuramente oggi è che la sua nascita non coincide di certo con il 25 dicembre dell’anno zero, anche se questa certezza non modificherà la tradizione di festeggiare il Natale qualche giorno dopo il solstizio d’inverno. Tanto più che è tutta la mitologia, e non solo la religione cristiana, a far coincidere la nascita degli dèi solari al 25 dicembre, giorno in cui il sole riprende astronomicamente a muoversi dopo quattro giorni di arresto (sosltizio deriva dal latino solstitium, composto da sol-sole e sistere-fermarsi)

Molte fonti autorevoli concordano nel delimitare l’evento natale del Messia tra il 7 e il 6 a.C., periodo in cui si verificò per tre volte la congiunzione Giove-Saturno nel segno dei Pesci. Fu questa configurazione astrale, visibile e molto luminosa nei cieli notturni del Mediterraneo, ad essere stata scambiata come la stella cometa di cui si racconta nel Vangelo di Matteo, che brillò nel cielo di Betlemme all’arrivo dei re magi dall’Oriente. Essi provenivano dall’antica Babilonia, luogo in cui l’astrologia era molto diffusa e dove sarebbe stata prevista proprio in quegli anni la nascita del “dominatore del mondo”. Tale ipotesi sembra avvalorata da due versetti nel secondo capitolo di Matteo: “Nato Gesù in Betlemme di Giuda, al tempo di re Erode, ecco dei magi arrivare dall’oriente a Gerusalemme, dicendo:”Dov’è il re dei Giudei? Abbiamo veduto la sua stella in Oriente e siamo venuti ad adorarlo”.

La tentazione di indagare sulla nascita di Gesù non rimase circoscritta nell’ambito esoterico, ma sconfinò  anche nell’erudito mondo scientifico. Pare che il primo ad occuparsene fu Gerolamo Cardano, genio eclettico nato alle soglie del Cinquecento, che nel corso di una vita tribolatissima si occupò di molte cose. Oltre ad essere un medico di professione, inventò il giunto che porta ancora il suo nome e che congiunge lo sterzo delle automobili ai semiassi delle ruote anteriori. Fu anche un grande matematico con la passione del gioco d’azzardo, grazie al quale gettò le basi del calcolo delle probabilità. Ma fu anche astrologo, e una volta si dice che fece l’oroscopo a Gesù Cristo, molto probabilmente facendo fede alla congiunzione Giove-Saturno in Pesci di cui si narra nella Sacra Scrittura. Qualche decennio dopo, nel periodo in cui l’astronomia capovolse coraggiosamente la teoria geocentrica, forse il dogma della Chiesa più duraturo e ostinato, il mistero della nascita di Gesù contagiò un altro grande scienziato dell’era moderna. E’ il mese di dicembre nell’anno 1603 quando il celebre Keplero, che con le sue tre leggi getterà le basi dell’astronomia moderna, osserva nel cielo di Praga la luminosissima congiunzione di Giove e Saturno nella costellazione dei Pesci. I suoi calcoli lo portano a stabilire che lo stesso fenomeno deve essersi verificato anche nel 7 a.C. Sempre Keplero scoprì un antico commentario alla Sacra Scrittura del rabbino Abarbanel, dove si ricorda che, secondo una credenza ebraica, il Messia sarebbe apparso proprio quando Giove e Saturno avessero unito la loro luce in cielo nel segno dei Pesci.

Più di due secoli dopo è il danese Munter a scoprire un commentario ebraico al libro di Daniele, risalente al periodo medioevale, in cui alcuni dotti giudei descrivevano la congiunzione Giove-Saturno nei Pesci come un “segno del cielo” che accompagnava la nascita del Messia. I calcoli di Keplero trovarono un’ulteriore conferma in un antichissimo papiro egizio, conservato ancor oggi a Berlino e pubblicato nel 1902 col nome di Tavola planetaria, dove sono riportati con esattezza i moti dei pianeti osservati dal 17 a.C. al 10 d.C. Qualche anno più tardi, nel 1925, venne ritrovato il Calendario stellare di Sippar, tavoletta in terracotta con scrittura cuneiforme, proveniente dalla città sulle rive dell’Eufrate che fu sede di una famosa scuola di astrologia babilonese. Nel documento sono elencate le date precise della triplice congiunzione di Giove-Saturno nel 7 a.C.: il 29 maggio, il 1° ottobre e il 5 dicembre. Anche la simbologia astrologica usata nell’antica Babilonia pare consolidare l’ipotesi di una nascita del redentore: Giove era il pianeta dei dominatori del mondo, Saturno il pianeta protettore d’Israele, mentre la costellazione dei Pesci era associata alla “Fine dei Tempi”, cui doveva coincidere l’inizio di un’era messianica.

La data e l’ora precisa della nascita di Gesù Cristo (domenica 1 marzo 7 a.C., Betlemme ore 1:21) sono state ipotizzate dal reverendo Don Jacobs (1927-1981), biblista e astrologo americano, studioso che più di ogni altro si è dedicato alla ricostruzione dell’oroscopo virtuale di Gesù. Molto probabilmente si tratta di ipotesi effettuate a posteriori, in modo da far corrispondere le posizioni dei pianeti e il loro significato simbolico con quanto si racconta della vita di Gesù Cristo. Alla congiunzione Gove-Saturno nei Pesci Don Jacobs fa coincidere anche quella di altri pianeti (Sole, Luna, Venere, Urano), ipotizzando tra l’altro la nascita di Gesù in una notte di Luna Nuova, simbolo per antonomasia di un ciclo che si rinnova. Tenuto presente che la congiunzione di questi sei pianeti avviene ogni cinque milioni di anni, ciò potrebbe comprovare l’eccezionalità di un evento come quello che annuncia la nascita di un Messia.

E’ plausibile anche che il reverendo abbia stabilito l’ora di nascita in modo da far cadere l’ascendente nel segno del Sagittario, che spesso viene associato alla spiritualità e alla religiosità. L’inizio di marzo come data di nascita garantisce invece che un cumulo di sei pianeti si trovi nel segno dei Pesci, tra l’altro in opposizione al pianeta Plutone, noto simbolo astrologico di resurrezione.  A rafforzare l’impronta pescina dell’oroscopo c’è poi il trigono (120 gradi, evidenziato dalla riga blu più lunga nell’oroscopo) che Nettuno, governatore di questo segno, forma con lo stellium di pianeti nei Pesci. Perché l’enfasi di un segno come quello dei Pesci potrebbe rendere credibile l’oroscopo di Gesù e quindi, indirettamente, anche l’ipotizzato momento della sua nascita? Autorevoli astrologi, che in epoca recente si sono occupati anche di psicologia, sono concordi nel ritenere i seguenti tratti caratteriali come caratteristici del dodicesimo segno zodiacale: identità plasmata sul collettivo, conflitto altruismo-vittimismo (identità del “martire”), conflitto idealizzazione di sé – autodistruzione, vocazione al sacrificio, spirito di abnegazione, fuga dalla realtà (illusioni, avventure estreme, onirismo, misticismo, alcool, droghe), rassegnazione passiva generalizzata (tendenza all’autolesionismo e al masochismo psicofisico).

Non avremo mai la prova che il reverendo Don Jacobs abbia sollevato definitivamente il lembo su uno dei più grandi misteri della storia dell’umanità. Di certo si continuerà a fantasticare e a giocare con libere associazioni psicologiche e deduzioni a posteriori. E chissà se forse un giorno un dubbio aleggerà sulla nostra fede cristiana e giungeremo a concludere che, al pari di altre divinità solari della mitologia antica, Gesù Cristo non sia mai nato ma ancora eternamente presente tra noi, con le immortali vesti psicologiche  di un archetipo, quello dell’eroe sofferente che redime la collettività dai peccati.

Il tempo del “giusto accadere”

Nell’antichità il tempo, oltre che essere inteso come cronologia di istanti, era anche considerato come sequenza di momenti qualitativi. Oggi è difficile farsi un’idea di cosa sia la qualità del tempo. La teoria del tempo qualitativo afferma che ogni momento del tempo attrae a sè soltanto quegli eventi con qualità a lui simili. Una tale concezione del tempo era tipica soprattutto dell’astrologia, della magia, dell’alchimia e della medicina; ad essa facevano riferimento i saggi e i sapienti, gli unici ritenuti in grado di interpretare il futuro.

Nel mondo antico ci si preoccupava sempre di iniziare “nel momento giusto” una qualsiasi cosa (nuova nascita in una famiglia regnante, celebrazione di nozze regali, possibilità di un intervento bellico, proclamazione di uno Stato), dato che quell’evento sarebbe poi proseguito in base alla qualità del tempo in cui ha avuto inizio. Per questo i sacerdoti facevano l’oroscopo, per “guardare nell’ora” dell’evento (hora-ora, skopein-guardare) e benedire gli sviluppi futuri che ne sarebbero seguiti in base alla posizione planetaria di quel momento.

Jung diceva che “tutto ciò che è generato o fatto in un certo momento del tempo ha le qualità di quel momento del tempo”. Allo stesso modo, Goethe immaginò il momento della nascita come lo stampo di una moneta che vive nel tempo:

Allo stesso modo in cui nel giorno in cui nascesti il sole si offrì al saluto dei pianeti, così in seguito crescesti in base alla legge di quell’ora. Così dev’essere, sfuggire non puoi. Già lo dissero profeti e sibille, e nessun tempo e nessuna forza può spezzare la forma già coniata che vivendo si evolve.

Il marchio di qualità dell’esistenza umana, secondo il drammaturgo tedesco, era dunque impresso nell’oroscopo astrologico, la “legge dell’ora” in cui “il sole si offrì al saluto dei pianeti”. Gli eventi della vita di un individuo tendono ad accadere, dunque, in sintonia con le qualità archetipiche riflesse nella dislocazione dei pianeti al momento della nascita. Il musicista e astrologo Dane Rudhyar sosteneva che “gli eventi non accadono ma siamo noi che accadiamo ad essi”. Per tale motivo, dobbiamo ritenere il libero arbitrio di un essere umano inesorabilmente condizionato dagli eventi che sono a lui peculiari, quelli cioè che possiedono la stessa qualità dell’istante della sua nascita.

C’è senz’altro un tempo uguale per tutti, quello degli orologi che fissano gli appuntamenti delle nostre agende, ma c’è altresì un tempo soggettivo, il cui flusso scorre in conformità alla legge di nascita e ai futuri transiti dei pianeti. Nel suo capolavoro Essere e Tempo Martin Heidegger distingue tra tempo oggettivo-quantitativo, quello della quotidianità e dell’omogeneizzazione, che ci incatena in un “fare inautentico” privo di senso esistenziale, e tempo soggettivo-qualitativo, dove il tempo rispecchia l’essere e dove l’accadere dei nostri eventi è l’unico tempo per agire. E’ questo il tempo autentico del principio d’individuazione, dell’unico destino che ci spetta dall’istante di nascita, in cui non conta quanto vivo e cosa faccio, ma come vivo e chi sono.

Anche i Greci distinguevano tra chronos, il tempo lineare e regolare, del prima e del poi, della vita che conduce alla morte anonima, che Aristotele chiamava tempo “delle azioni imperfette”, e kairos, il tempo del “giusto accadere”, opportuno e propizio, unico e irripetibile, destinato in sorte a chi lo riconosce come proprio. Una scultura in bronzo di Lisippo riproduce Kairos come un giovane di bell’aspetto, che dà l’idea di fugacità giacchè dotato di ali alle spalle e ai piedi. Ha capelli solo sulla parte anteriore del capo, e se lo si vuole acchiappare non c’è possibilità di attesa o ripensamenti, poiché una volta passatoci davanti diventa inafferrabile, dato che la sua nuca è calva. Con la mano sinistra tiene una bilancia, che viene spostata dal suo equilibrio naturale con l’indice della mano destra.

La sua effige sembra ricordarci gli instabili e fuggevoli momenti della giovinezza, in cui si sfida il conformismo degli adulti e si ha il coraggio di vivere l’estasi del momento, come un’equilibrista sospeso ad un filo. Kairos è un demone fugace, un daimon che ci segue come un’ombra, che ci trasporta in una dimensione sovrumana e si manifesta come ispirazione o tentazione. E’ la divinità del carpe diem, che arresta il tempo e che impone la pienezza dell’istante, come quella che sancisce il patto tra Faust e Mefistofele:

Se dirò all’attimo: sei così bello, fermati! Allora tu potrai mettermi in ceppi, allora sarò contento di morire! Allora suoni la campana a morto, allora non dovrai servire più; l’orologio si fermi, la lancetta cada, e sia passato il tempo che mi è dato.

Parricidio artistico di un genio del Novecento nato 137 anni fa

“En arte hay que matar el padre” confidò ad un amico il futuro inventore del cubismo quando, nell’autoritratto Yo Picasso del 1901, decise di togliere definitivamente il cognome paterno dalla firma dei suoi quadri. Il padre, don José Ruiz, era un modesto pittore specializzato in quadri da soggiorno in cui i piccioni apparivano come soggetto prevalente. Era anche professore alla scuola di Belle Arti a Barcellona, qualifica che mascherava un fallimento artistico messo ancor più in evidenza dal talento smisurato del figlio.

Pablo Picasso, nato nel segno dello Scorpione il 25 ottobre di 137 anni fa, non poteva che essere animato dalla passione della controtendenza e per tutto ciò che rompe le abitudini tradizionali. I gesti di rifiuto nei confronti della discendenza paterna e la successiva identificazione con il cognome della madre ci riportano metaforicamente al mito di Edipo. Pablo nutrì sempre una certa indifferenza per i sentimenti del padre, con il quale non sentiva alcuna affinità, né fisica né tantomeno artistica; si sentiva invece molto legato alla madre, dalla quale aveva ereditato un fisico non alto ma robusto, gli occhi neri dallo sguardo perforante e la forma esile ma raffinata delle mani. Sarà questo il motivo principale per cui, in molti dei suoi quadri, non trascurerà mai i particolari degli sguardi e delle mani. E’ proprio il mito stesso a proporci un’interessante chiave di lettura della cecità, tema ricorrente che ritroviamo nei suoi dipinti tra il 1901 e 1904. La maggior parte dei critici e dei biografi picassiani accomuna la cecità con la tristezza, la malinconia, la povertà e la fame, condizioni umane alle quali il pittore ha associato simbolicamente la freddezza del colore blu. Qualcun altro ha fatto invece notare che don José Ruiz stava perdendo la vista proprio in quegli anni e che quindi l’ipocondriaco Picasso temeva la cecità come un destino personale. In verità il finale tragico di Edipo, che si strappa gli occhi dopo aver appreso la verità dell’uccisione del padre e dell’incesto con la madre, equivale psicologicamente ad un processo obbligato di introspezione che conduce alla conoscenza di se stessi.

Nel dipinto Vecchio cieco e ragazzo è probabile che Picasso faccia riferimento al profeta cieco Tiresia, interpellato da Edipo per svelare l’identità dell’uccisore di Laio. James Hillman dice: “L’accecamento di Edipo alla fine è l’esito del suo modo di procedere-seguire le tracce, interrogare, cercare la verità su se stessi, discoprimento di sé. Il conosci te stesso equivale qui alla cecità: quando, seguendo il metodo edipico, finalmente vengo a sapere chi sono, il risultato è l’accecamento, la cecità.”

In quegli anni stava germogliando l’opera più innovatrice dal periodo del rinascimento, che ebbe il coraggio di sfidare e distruggere secoli di tradizione. ”Le mie opere sono somme di distruzioni” usava dire Picasso in perfetta sintonia con la sua natura scorpionica; e forse il vero padre ucciso dall’artista andaluso è stato un certo canone di bellezza, a cui andava opposta resistenza per rinascere secondo i dettami di una musa interiore.

Il 1907 sarà l’anno di svolta della sua carriera artistica. E’ Matisse a farlo avvicinare alla scultura africana, nella quale scopre un esempio di semplificazione delle forme totalmente svincolato dalle leggi della prospettiva rinascimentale. Con il quadro Les Demoiselles d’Avignon Picasso elimina ogni elemento ornamentale e virtuosistico, diventando per la prima volta se stesso e dando origine a quel movimento artistico rivoluzionario che verrà denominato cubismo. I corpi nudi delle cinque “signorine” (nome eufemistico con cui i borghesi francesi chiamavano le prostitute) non si rifanno al concetto convenzionale di bellezza, ma hanno forme essenziali e quasi mascoline nel profilo tagliente che le definisce. Si materializza così una nekyia artistica, che in un saggio dedicato espressamente a Picasso Carl Gustav Jung definisce “una discesa nella grotta dell’iniziazione e della conoscenza mistica”.

Il Sole in Scorpione ci rivela, dunque, che le vere origini dell’artista Picasso non possono che trovarsi nella profondità di Ade-Plutone, pianeta che governa il suo segno, in quell’abisso che separa l’incantevole fascino del suo periodo rosa dalle mostruose proporzioni del primitivismo, le cui orrende asimmetrie disprezzano l’estetica bidimensionale ma acquistano volume e nuova vita. Il processo di occultamento è caratteristico nello Scorpione, segno governato da quell’Ade mitologico che nascondeva l’identità sotto il suo elmo che lo rendeva invisibile. Picasso faceva spesso ricorso all’uso del travestimento personale, che lo portò ad immaginarsi nei suoi quadri in ruoli diversi (Arlecchino, Pierrot, scimmia, Minotauro, cavallo, civetta, colomba).

Nelle opere di un pittore dello Scorpione non potevano comunque mancare due temi come l’amore e il sesso. Diceva che “dipingere è come fare l’amore” e, in effetti, ogni relazione importante riuscì a condizionare lo stile dei suoi quadri. Per lui il dipingere una donna fu come un atto di fedeltà alla vita, un diario passionale che ci ha raccontato il mondo delle sue emozioni, oscillanti tra attrazione, innamoramento, tenerezza, gelosia, ossessione e cinica spietatezza. All’inizio degli anni Trenta, per esempio, nel periodo in cui doveva nascondere alla moglie Olga la relazione con la diciassettenne Marie-Therese, scelse come travestimento personale la figura mitologica del Minotauro, simbolo del caotico istinto e della trasgressione di ogni moralità e razionalità, che ha bisogno di una riconciliazione con la parte più pura e incontaminata dell’anima junghiana (come avviene nel Minotauro cieco guidato dalla bambina).

Nella vita privata Picasso generò arte sublime ma seminò anche dolore e distruzione. Il primogenito Paulo morì a cinquant’anni drogato e alcolizzato, il nipote Pablito si tolse la vita il giorno del funerale del nonno per avere ingerito candeggina, Olga perse il senno e morì nel 1955, Marie-Therese si impiccò nel 1977, Jacqueline si sparò un colpo di pistola alla tempia nel 1986, Dora subì diverse crisi depressive dopo essere stata da lui ripetutamente picchiata. Picasso ha distrutto le muse entrate nella sua orbita vitale ma in cambio le ha rese immortali con le sue opere. Morte-rinascita, compromesso scorpionico accettabile?

Leggere il futuro per distrarre la mente

Gli uomini dell’antichità hanno a lungo immaginato il futuro come l’ombra minacciosa di un oscuro nemico, impossibile da sconfiggere con il solo colpo di un arma, specie quando appariva nella veste impersonale di una maledizione, un sortilegio, una malattia, un’abitazione distrutta o un raccolto danneggiato. Gli stessi termini “fato” e “oracolo” rimandano ad un responso irrevocabile e incontrovertibile, e ad ogni essere mortale non rimaneva che una rassegnata e ineluttabile attesa. Predire il futuro è divenuta così una pratica ricorrente nelle civiltà più o meno organizzate, l’unico modo per convivere con un’ostilità indefinibile, che vedeva l’uomo così impotente e privo di difese.

Fin da tempi remoti gli uomini hanno interpretato gli eventi come un cenno degli dèi. Lo stesso termine ”numinoso”, coniato dal teologo Rudolf Otto per indicare qualcosa di invisibile ma maestoso, che suscita terrore ma capace di attirare con fascinosa potenza, deriva dal verbo latino nuere, che vuol dire “accennare”. E così, quando Zeus faceva un cenno, accadeva sempre qualcosa di numinoso, perché era il cenno della divinità a stabilire il volere del destino. Il cenno degli dèi celesti poteva essere sussurrato, come nelle profezie delle rune celtiche, su cui gli antichi germani intagliarono misteriosi simboli risalenti al mito di Odino. Era loro tradizione gettarle in aria affinché potessero penetrare il cielo e sentire il sussurro degli dèi sui misteri del futuro.

Il futuro poteva essere letto in un segno, motivo per cui ancor oggi si usano le espressioni “destino segnato” o “segno del destino”. Era per esempio il segno che si manifestava attraverso il sapere magico e assoluto della natura, come nell’aruspicina (da ar, fegato e spicio, guardare), pratica divinatoria etrusca che traeva gli auspici divini dall’interpretazione delle viscere di animali sacrificati. Spettava invece agli àuguri, sacerdoti dell’antica Etruria e poi dell’Impero romano, interpretare la volontà degli dèi scrutando il volo degli uccelli in particolari regioni del cielo

Il segno poteva anche proteggere da un destino nefasto, come avveniva nella pratica degli scongiuri. Nella religiosità cristiana si credeva che bastasse pronunciare il nome di Dio, oppure semplicemente fare il segno della croce, per fugare il demonio. Uno scongiuro molto diffuso ancor oggi è il gesto delle corna con la mano sinistra, segno che troviamo immortalato in centinaia di urne cinerarie etrusche. Era credenza per quel popolo che questo segno armasse il defunto nel viaggio nel mondo delle ombre, dove avrebbe potuto affrontare l’oscurità e tenere a bada gli spiriti maligni.

In alcune pratiche divinatorie il segno del destino prende la forma di un disegno caotico. Guardare nella sfera di cristallo, diventato poi anche il sinonimo più usato di previsione del futuro, significa ricomporre con l’immaginazione i riflessi caotici di molteplici effetti luminosi. Nei Balcani e nell’Europa centrale è molto diffusa la caffeomanzia, ossia la lettura dei fondi del caffè non filtrato, come per esempio il caffè turco o greco. Una divinazione africana prevede invece l’interpretazione del disegno ottenuto con il lancio a terra degli ossi di un pollo appena mangiato. Sempre in Africa, è diffuso l’oracolo di leggere la traccia lasciata da un ragno su un terreno in precedenza cosparso di sabbia.

Nel 1921 Hermann Rorschach propose un test di psicodiagnostica per prevedere la personalità di un individuo in base alle interpretazioni di dieci macchie simmetriche d’inchiostro.

Come negli oracoli descritti in precedenza, anche nel test di Rorschach si guarda un disegno caotico e, mentre il disordine della forma distrae la mente cosciente, s’immagina qualcosa di figurativamente simile. Se pensiamo al cervello umano, è come se il disordine nascosto in tali immagini fosse uno stratagemma per distrarre l’emisfero sinistro della corteccia cerebrale, in modo da liberare e intensificare il lavoro creativo dell’emisfero destro. Serve, in termini psicologici, un abaissement du niveau mental (abbassamento del livello mentale) per entrare in una sorta di trance, uno stato simile al sonno, per far emergere le conoscenze dell’inconscio.

L’invenzione umana dei giochi oracolari, in definitiva, è stato un modo per distrarre i limiti della mente e intravedere le risposte del futuro nell’illimiatezza dell’inconscio. Del resto, tutto ciò che si aspira a conoscere deriva da un gioco tra illimitato e limitato, come ci è stato tramandato dai riti orfici e dai misteri di Eleusi. La contrapposizione illimitato-limitato è presente in modo esplicito nel Merindilogun, oracolo yoruba noto anche come jogo de búzios. E’ una tecnica divinatoria utilizzata in Brasile negli ambienti religiosi, nella quale il destino è deciso dal lancio di sedici conchiglie in un vassoio circolare o all’interno di un cerchio di collane sacre. Le conchiglie sono un chiaro riferimento all’illimitatezza del mare, mentre la circolarità dei contenitori non può che alludere al limite del temenos, il recinto sacro e inviolabile che impediva l’ingresso agli spiriti malvagi. La pratica oracolare è riservata solamente a un medium, che dopo aver realizzato un lungo processo di evoluzione spirituale, giunge alla conoscenza di simboli, miti e leggende. Si tratta di una vera e propria iniziazione, basata sullo studio, la curiosità e l’amore per il sapere, che permette di sviluppare al meglio una delle vie privilegiate per scendere nelle profondità della psiche umana. Quanto maggiore è la conoscenza del medium tanto più potente sarà il flusso dell’inconscio. Ciò dovrebbe aiutare a distinguere i chiaroveggenti improvvisati dai veri divinatori, e comprendere che ai secondi soltanto è dato il privilegio di sentire il responso degli dèi sul futuro.

 

La Legge del talento e della diversità

Qualche giorno fa, nel giorno del mio anniversario, mi son chiesto perché tendiamo a dare sempre più enfasi alle feste collettive, come Natale, Capodanno e Pasqua, mentre sottovalutiamo la ricorrenza della nostra nascita. Noto con il passare degli anni che è sempre più sentito il bisogno di scambiarsi gli auguri e di diffondere, più o meno ipocritamente, una specie di fratellanza universale nei giorni che precedono le festività collettive, con persone che poi magari durante l’anno non vediamo più. Il motivo mi sembra abbastanza chiaro seppur molto preoccupante, ed è quello che il bisogno di appartenenza al gruppo colma il vuoto della nostra specificità.

Un altro segno paradossale dei nostri tempi è quello che il ricordare l’account e i vari pin per esistere nel mondo informatico e social ci dà l’illusione di essere diversi e protetti, ma poi quegli stessi codici ci immergono in un mare di uguaglianze, dove vogliamo che tutti sappiano di noi, anche se poi ci assale il dubbio che la vita che stiamo facendo, forse, non rispecchia per nulla ciò che siamo per davvero. L’etimologia della parola “paradosso” è “andare contro (para) l’opinione (doxa)”. Propongo una via per curare i molti paradossi cui siamo sottoposti quotidianamente, quasi una sorta di cura omeopatica, che guarisca la patologia con una sostanza simile (da omeo-simile, pathos-sofferenza): vivere il nostro paradosso per cacciare i paradossi della società.

Lo psicologo Jacques Lacan diceva che dovremmo sempre saper rispondere alla domanda “hai agito in conformtà al desiderio che ti abita?”. Il desiderio che abita la nostra interiorità è rispettare la nostra vocazione e liberare il nostro talento. I talenti degli antichi erano unità di misura per metalli preziosi, e dunque il talento è il nostro bene più prezioso, fonte di felicità e luce della nostra creatività. Nella Repubblica di Platone il mito di Er racconta che, prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi sceglie un destino particolare, unico, personale. Tuttavia, nel venire al mondo, dimentichiamo tutto questo, e sarà un daimon, il nostro “angelo custode”, a ricordarci in vita il nostro vero destino. James Hillman, nel libro Il codice dell’anima, ci ricorda che il nostro “codice identificativo” non è una sterile sequenza di caratteri e cifre che compongono i nostri pin e account informatici, ma è qualcosa di molto più profondo e difficile da trovare: si tratta della nostra vocazione, l’unica vera Legge, il vero e unico motivo per cui siamo stati chiamati (vocati) in questa vita.

La vera colpa, in definitiva, è non rispettare questa Legge, non agire in conformità al nostro desiderio, non ascoltare la voce del daimon. Nel suo libro Il Processo Kafka narra della vicenda di un signore di trent’anni, Joseph K., che una mattina si sveglia trovandosi inspiegabilmente in stato di arresto. Non sa di cosa sia incolpato e dice di non conoscere la Legge. Ma è proprio così – obietta il Tribunale – che ragionano coloro che si limitano a lasciarsi vivere e non si occupano di conoscere la propria Legge, quella arcana e personalizzata che segue le vie del talento individuale. Il capo d’accusa è quindi il “venir meno a se stessi”. Il finale de Il Processo è curioso e significativo; il signor K. giunge davanti alla porta della Legge, che gli darebbe accesso alla libertà, e chiede la chiave al cappellano del carcere. Fra preghiere e lusinghe, attese e tentativi di corruzione, il signor K. rimane davanti alla porta fino a quando muore e, solo in quel momento, il custode la chiude, perché l’accesso a quella porta, da sempre aperta, era riservato solo all’inconsapevole prigioniero.

Quello che ci ha insegnato Kafka con il suo racconto immaginario è che rinunciare alla nostra vita personalizzata significa rinunciare alla libertà. Lo stesso tema è sviluppato nel libro Fuga dalla libertà di Eric Fromm, dove viene magistralmente spiegata la dinamica perversa nelle forme di autoritarismo del Novecento, che hanno condotto l’umanità alla distruzone di massa. Per il singolo individuo sociale è più facile seguire la voce del dittatore che quella del daimon, nel senso che il bisogno di appartenenza alla Legge collettiva è sempre più suadente del bisogno di intraprendere percorsi solitari, diversi da quelli del vile conformismo. Lo stesso avviene a coloro che navigano in mare aperto, che godono inizialmente della libertà di orizzonti infiniti, ma che dopo alcuni giorni vengono inevitabilmente sopraffatti dalla “nostalgia della terra”, che è necessità di approdo in un porto sicuro dove gettare le ancore.

Non è un caso che la parola latina sinus significhi “approdo, baia” e che la terra è l’elemento che più si associa alla figura della Grande Madre nella mitologia antica. Tutto ciò ci riporta alla prima e più importante lotta per la diversità, quella che abbiamo vissuto al momento del parto, quando nascere in un mondo ostile era abbandonare il paradisiaco utero materno, e questa è stata una sofferenza che non potremo mai dimenticare.

Quell’inspiegabile “bisogno di appartenenza” che tanto condiziona la vita delle persone è allora, alla fine, nostalgia di utero e di madre. Ma ognuno di noi ha il diritto, nonché il dovere, di vivere nel pieno della propria diversità, che è desiderio della propria Legge. Il figlio deve avere la forza di vivere il “desiderio della propria differenza”, così come la vera genitorialità è quella di amare il figlio per questa differenza. Il vero genitore deve saper amare il figlio nel suo essere diverso dalle aspettative di famiglia, e così essere figli giusti vuol dire, alla fine, essere figli eretici dell’eredità genitoriale.

Il vero “pin” che apre la porta della nostra vera libertà è un codice alfa numerico difficile da trovare, ma è questo, mi sembra, l’unico segreto che ci permetterebbe di vivere felici e in sintonia con noi stessi, fedeli al nostro destino e non a quello che ci sforziamo di vivere per paura di non essere amati e considerati dagli altri. Festeggiate di più i vostri compleanni, viziatevi quando potete, prendetevi cura di voi, dedicate una parte della giornata al benessere fisico e alla lettura dei vostri libri preferiti, coltivate i talenti, non trascurate i piaceri della vita. Abbiate anche il coraggio di vivere la vera eccentricità, che è vivere fuori dal conformismo (ex- centrum, fuori centro), lontani dal pensare comune, un po’ paradossalmente (contro opinione appunto), quasi sembrando un po’ strani se non addiritttura pazzi. Ma sono i gesti di follia a renderci davvero felici, come gli amori pazzi e sconsiderati. Certo, ci vuole coraggio a vivere la diversità, ma anche coraggio vuol dire “agire col cuore”, “seguire la via del cuore”, come ci consiglia Carlos Castaneda:

Tutte le strade sono uguali, non conducono in nessun posto.
Ci sono vie che passano attraverso la boscaglia, o sotto la boscaglia.
Questa strada ha un cuore?
E’ l’unico interrogativo che conta.
Se ce l’ha, allora è una buona strada.
Se non ce l’ha, è da scartare
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Eternità e tempo connubio possibile?

Quella del tempo è indubbiamente la questione metafisica più discussa e aperta, tanto affascinante quanto misteriosa. Ognuno di noi si sarà chiesto se lo scorrere del tempo ha avuto inizio in un preciso istante oppure, magari nei giorni in cui ci siamo sentiti più romantici o mistici, se può aver senso parlare di eternità. Sant’Agostino non aveva dubbi a proposito, lasciandoci per iscritto nel De civitate Dei che la creazione dell’universo avvenne attorno al 5000 avanti Cristo. Alla domanda “che cosa facesse Dio prima di creare l’universo” Agostino rispose che Dio creò anche il tempo, mentre l’ironia di Stephen Hawking avrebbe suggerito in epoca più recente che stava preparando l’inferno alle persone che fanno domande del genere.

La maggior parte dei filosofi greci credeva invece nell’eternità, e quindi che il mondo umano esistesse da sempre e continuerà sempre ad esistere. In particolare Platone, seguendo le orme di Parmenide, prese in considerazione l’idea di Forme (o Idee) atemporali ed eterne che esistono al di fuori dell’esperienza ordinaria dei sensi. Nella matematica, per esempio, il fatto che ogni numero intero maggiore di due può essere ottenuto come media aritmetica di due numeri primi, oppure che addizionando numeri dispari consecutivi otteniamo la serie dei numeri quadrati, sono realtà inconfutabili a prescindere dalla nostra esistenza e dal nostro volere. Duemila anni più tardi Kant diceva che l’ordine temporale scandito da infinite sequenze “prima-dopo” non è un aspetto del mondo da noi percepito ma semplicemente una categoria intelligibile che precede qualsiasi esperienza umana. Un secolo e mezzo più tardi ci si accorge invece che il tempo è relativo al moto, e che spostandosi a velocità comparabili a quelle della luce il tempo è più breve rispetto a quello di un soggetto che rimane fermo. Nasce il paradosso dei gemelli: il fratello che viaggia nello spazio ritornerà sulla Terra più giovane rispetto all’altro fratello. “La separazione tra passato, presente e futuro – amava dire Einstein – è solo un’illusione per quanto tenace”. La teoria della relatività generale avvalorò anche l’ipotesi del Big Bang, ovvero dell’inizio dell’universo avvenuto circa 14 miliardi di anni fa, e della cui esplosione iniziale vediamo ancor oggi i raggi a microonde del “lampo di luce primordiale” che si espandono uniformemente in tutte le direzioni dello spazio.

Una delle tematiche più dibattute nella fisica moderna, e non solo nella metafisica, è quella che gli addetti ai lavori chiamano freccia del tempo. Il tempo aumenta irreversibilmente, esiste cioè sempre un prima e un dopo, un passato e un futuro, oppure è concepibile per i fenomeni fisici un tempo simmetrico, che può assumere valori positivi e negativi? E’ indubbio che la nostra coscienza agisce secondo il principio “causa-effetto”, che ci dà l’impressione di un tempo che procede sempre in una direzione, da un passato-causa ben definito a un futuro-effetto incerto. La fisica degli ultimi secoli ci narra però una storia diversa, fatta di leggi fondamentali (quelle per esempio di Newton, Maxwell, Einstein, Dirac, Schrodinger) simmetriche rispetto al tempo, dove i fenomeni rimangono inalterati se sostituiamo la variabile temporale t con –t. L’unico settore della fisica in cui il tempo sembra prediligere una sola direzione è quello della termodinamica. Agli inizi dell’Ottocento Carnot e Clausius scoprivano una legge tanto semplice quanto importante, ossia che il calore passa dal caldo al freddo e mai dal freddo al caldo. Boltzmann aggiunse che tale fenomeno era dovuto ad una legge puramente probabilistico-statistica connessa col moto delle particelle. Il calore non era qualcosa di materiale ma veniva determinato indirettamente dall’agitazione microscopica delle molecole: in un tè caldo le molecole si agitano molto, in un tè freddo si agitano di meno, mentre in un tè ghiacciato le molecole sono praticamente ferme. Se una parte delle molecole è ferma, molto probabilmente verrà trascinata dal moto frenetico delle particelle di corpi più caldi, cosicchè il moto comincia ad espandersi diffusamente a tutte le molecole che si urtano tra loro. E’ solo per questo che le cose fredde si scaldano a contatto con le cose calde (e non viceversa). La sorprendente e rivoluzionaria conclusione di Boltzmann poteva estendersi alla coscienza, in quanto il cervello si scalda quando pensiamo, e quindi anche il principio causa-effetto è da ritenersi come conseguenza di una legge statistica.

Non c’è spazio allora per irriducibili idealisti e sognatori che vorrebbero credere nell’eternità? Se abbandoniamo le rigorose leggi della fisica e ci avviciniamo al mondo della psicologia, gli archetipi di Jung ci riconducono alle Idee platoniche e ad un contesto eternamente immutabile fatto di simboli, sogni, visioni, fiabe e miti. Il “c’era una volta” di Cappuccetto Rosso e Cenerentola ci ricorda non a caso che l’epoca del racconto è un “passato indistinto”, che non ha bisogno di un preciso riferimento temporale. Allo stesso modo la ripetizione negli anni di un rito (Santa Messa, festività natalizia o pasquale, matrimonio, compleanno, funerale), così come la lettura di un bel libro o l’ammirazione di una qualsiasi opera artistica, ci dà la sensazione di vivere un momento sconnesso dal quotidiano scorrere del tempo. Anche l’inconscio collettivo junghiano, che rende plausibile l’esistenza autonoma e atemporale di una “storia delle memorie” generata dall’esperienza psichica di molte generazioni passate, non può che rievocare il binomio memoria-eternità di Jorge Luis Borges. Nel suo saggio dal titolo paradossale e provocatorio, Storia dell’Eternità, la passione e il ricordo tendono all’atemporalità. “Noi racchiudiamo – dice lo scrittore argentino – le felicità di un passato in una sola immagine; i tramonti che ammiro ogni sera saranno il ricordo di un unico tramonto…senza somiglianze né ripetizioni. Il tempo, se possiamo intuire questa identità, è un’illusione (Einstein docet, nda): l’indistinzione e l’inseparabilità di un momento del suo apparente ieri e di un altro del suo apparente oggi bastano a disintegrarlo.”

Nell’antichità si usava personificare l’eternità del tempo con il dio Aion, le cui sembianze leonine erano avvolte da un serpente e dai dodici segni zodiacali. Con ciò si voleva dare forma e concretezza al tempo eterno, eonico, quell’unico istante senza possibilità di ripetizioni e di cicli, in cui solo agli déi era permesso di creare. Eraclito diceva che “Aion è un bambino che gioca e che sposta le pedine, un bambino che appartiene alla sovranità”. E forse Einstein, quando in un appassionato diverbio con Bohr sulle stranezze della fisica quantistica, affermò che “Dio non gioca a dadi con l’universo”, non si allontanava tanto dal vero. Il gioco è principio creativo per eccellenza, i bambini non si ricordano di avere fame né sentono le esortazioni delle madri quando sono totalmente immersi nei loro giochi. E’ uno stato di coscienza non contrassegnato dallo sforzo, un flusso naturale o un talento del nostro agire, uno stato di concentrazione così profondo da far perdere il senso del tempo.

Il principio creativo fu però fatale a Ludwig Boltzmann, caratterialmente instabile e nato un martedì di carnevale. La sua vita giunse a fine corso un triste 5 settembre del 1906, quando la sua genialità incompresa causò l’instabilità mentale che lo spinse ad impiccarsi a Duino, nei pressi di Trieste. Solo l’anno prima Einstein scriveva l’articolo sul moto browniano delle particelle, che da lì a poco avrebbe reso giustizia alle teorie di Boltzmann che tanto avevano osato contro il comune pensare, ma destino volle che il tempo irreversibile non maturò a sufficienza e decise in quella circostanza di tradire il suo stesso creatore.

Cristiano Ronaldo in fuga per l’eternità

Le imprese sportive hanno da sempre acceso l’entusiasmo di intere nazioni e stimolato la fantasia di generazioni in uno spirito di emulazione paragonabile ad un sogno. Quanti, fra coloro che hanno avuto in un pallone il gioco preferito dell’infanzia, hanno accarezzato l’emozione dei calciatori che sbucano dal tunnel degli spogliatoi e che entrano accolti dal boato di uno stadio? E’ lo stesso tipo di emozione che prova il toreador nella corrida, o che ha provato in passato il gladiatore nell’arena, un’emozione che scaturisce dalla sensazione di un comune mortale nel sentirsi eroe invincibile ed esempio per il suo popolo.

Gli eroi hanno, di fatto, sostituito le divinità in ogni cultura nella storia millenaria delle civiltà. Lo Zeus dei Greci, immortale e cui tutto era permesso per diritto divino, ha assunto le sembianze del condottiero degli eserciti e, più di recente nell’era moderna, quelle del dittatore e del capo di stato. Ancor oggi chiamiamo “eroi” i divi del cinema, della musica e dello sport. I loro volti e le loro gesta diventano fotogrammi indelebili e immortali della nostra memoria, e come i miti o le fiabe, non possono e non devono cambiare nella nostra mente.

Martedì sera, subito dopo lo spettacolare e incredibile gol in rovesciata di Cristiano Ronaldo, eroe del calcio moderno, c’è stato qualche secondo di assoluto silenzio. Anche il tempo è sembrato fermarsi, assieme ai tifosi dello stadio, il miliardo di telespettatori sparsi nel mondo e Ronaldo stesso, tutti stupiti e incantati da quella meravigliosa mirabilia tecnica al limite del sovrumano. La rovesciata nel calcio evoca un sovvertimento dell’ordine naturale delle cose. E’ anormale, fuori dall’ordinario, si prende beffa dei semplici mortali, sfida e sovverte il comune pensare e agire. E’ irridente anche delle regole stesse di un gioco di squadra come il calcio, ridicolizza le statistiche del numero di passaggi consecutivi, le percentuali del possesso palla, mette in secondo piano le classifiche e gli albi d’oro.

“Ci si ricorda di Maradona o Pelé – ha detto l’argentino Jorge Valdano, campione di calcio degli anni Settanta – perché nella mente si ha un’immagine, un’azione, un gol, e per noi, per tutta la vita, il calcio sarà quel momento.” E così, anche la perla di bellezza che Ronaldo ci ha regalato l’altra sera, sarà “quel momento”, che godrà di immortalità eterna, un gesto da tramandare ai posteri e da raccontare ai nostri figli, il solo capace di rimanere nell’album dei nostri ricordi e di accendere la passione per lo sport più popolare del mondo.

I cronisti sportivi avranno commentato il gol di Ronaldo descrivendolo da cineteca. E destino vuole che nel film “Fuga per la vittoria”, in una partita tra Alleati e Nazisti, il calciatore più forte del mondo, allora il brasiliano Pelé, entra in campo negli ultimi minuti nonostante un braccio rotto e decide da solo la partita, suggellando un’azione solitaria con una rovesciata praticamente identica a quella del portoghese ed effettuata dalla stessa zona di campo.

Come non ricordare infine un’altra fuga leggendaria dello sport, quella nella terzultima tappa del giro d’Italia del 1949, la Cuneo-Pinerolo. Il giornalista Mario Ferretti apriva la sua radiocronaca con una frase che farà epoca: “Un uomo solo è al comando, la sua maglia è bianco-celeste, il suo nome è Fausto Coppi”. Il campionissimo percorrerà in fuga solitaria 192 chilometri, nonostante un vantaggio in classifica rispetto al secondo, l’eterno rivale Bartali, di 23’47”. Ma l’eroe, nello sport e nella storia, non fa calcoli e non ama le statistiche, perché la sua immortale invincibilità è sprezzante col tempo, i numeri e le faccende terrene. Il suo habitat naturale è il cielo, “dove osano le aquile”, diventato anche titolo di un romanzo e di un film. E l’aquila, guarda caso, era il simbolo di Zeus re del cielo. Quello stesso cielo, nella cui immensità osavano addentrarsi solo le cime imbiancate di cinque colli alpini, fu l’unico testimone del Coppi leggendario, soprannominato l’airone dai suoi tifosi. E in quello stesso cielo, al minuto 64 della partita Juve Real di martedì sera, Cristiano Ronaldo è volato per colpire di piede un pallone a due metri e trentotto da terra, là dove solo agli audaci della storia è permesso di osare, là dove solo ai campioni dell’eternità è permesso di volare.

Il profondo legame tra l’astrologia e la psicologia

Onorata in passato da uomini come Paracelso, Giordano Bruno, Keplero e Galileo, considerata fin dagli albori delle civiltà come la regina delle scienze, divenuta poi nel Rinascimento la folle madre dell’astronomia, per essere infine accantonata dal mondo scientifico come una malefica strega o, peggio ancora, come una vecchia prostituta, che valore possiamo dare oggi all’astrologia?

Di recente è stata la psicologia, l’unica tra le scienze moderne, a trovare maggior affinità e condivisione con l’astrologia. Psicologi della fama di Jung e Allendy sono stati impressionati nell’osservare un collegamento diretto tra i complessi psicoanalitici e la carta astrale dei pazienti, constatando con un certo stupore che esiste un nesso indissolubile tra astrologia e psiche.

Già il vecchio adagio latino astra inclinant sed non necessitant ammoniva del fatto che le stelle non determinano il destino degli uomini con influssi astronomici a distanza. Sembra invece più logico e sensato avere dell’astrologia una concezione simbolica e considerarla come matrice dei variegati comportamenti umani. Fu il filosofo Plotino, erede di Platone nonché grande astrologo della Grecia antica, a considerare i pianeti, i segni zodiacali e le varie configurazioni astrali non come causa di eventi ma esclusivamente come “simboli che li indicano”. Egli sosteneva che in un essere vivente l’azione di una parte su un’altra non dipende dalla vicinanza delle parti stesse ma bensì dalla loro somiglianza; se Marte decide sull’aggressività di un individuo, non è perché il pianeta esercita un influsso fisico determinato dai suoi raggi cosmici, ma perché tale astro è simbolo della rabbia che condiziona il comportamento di quest’uomo. E’ pertanto unicamente in virtù dell’azione simpatica tra due entità simili, e in funzione dell’appartenenza cosmica della natura umana, che tra l’astro e l’uomo si stabilisce una simultaneità globale e non una concatenazione di cause ed effetti.

Gli psicologi sono concordi nell’affermare che l’elemento fondamentale della vita psichica è una forma del tutto spontanea e primordiale di attività di derivazione istintuale, ossia la tendenza. Si tratta in sostanza di un asse comune che organizza allo stato potenziale l’azione psichica e fisica di ogni individuo, e con essa una direzione di massima del suo comportamento. Tutti noi “tendiamo” verso certi modi di essere, ma non per questo siamo costretti a uno schema fisso e immutabile, e ciò avviene grazie al principio di plasticità delle tendenze.

I pianeti e i corrispettivi segni zodiacali vanno allora più correttamente interpretati come una famiglia di tendenze, costituita da racconti mitologici, reazioni psichiche, modelli relazionali, costituzioni morfologiche, tipi di mentalità o di sensibilità, funzioni fisiologiche e patologie del corpo umano, che nel suo complesso determina, volontariamente o involontariamente, le diverse attitudini umane. Nel caso di Giove e del Sagittario, per esempio, all’attitudine “espansione” corrisponderà tutta un insieme di tendenze psicofisiche come l’istinto di grandezza, l’altezzosità, la boria, l’ipertrofia narcisistica dell’Io, il bisogno di appartenenze ampie, l’attitudine ad uno stato di benessere e di ricchezza (morale o materiale), l’umore ottimista, le forme corporee dilatate (allungate, arrotondate o elastiche), l’energia cinetica e gli organi che la producono (fegato, muscoli e vasi sanguigni), i problemi di sovrappeso e le patologie del “benessere” (diabete, aterosclerosi, gotta).

L’astrologia è stata opportunamente definita come la scienza di ogni inizio. Che tutto sia scritto già nell’inizio è una delle leggi più importanti dell’universo; la ritroviamo in biologia in ogni forma di patrimonio ereditario, come per esempio la memoria genetica presente nel DNA, il seme di ogni albero e l’uovo per il futuro essere vivente. Già dai tempi antichi si è data grande importanza ad iniziare “nel momento giusto” un intervento bellico o un evento sociale ritenuto di comune interesse per la collettività. Non è quindi una coincidenza fortuita che la parola oroscopo significhi letteralmente guardare nell’ora, l’ora in cui qualcosa prende inizio. Ciò che dunque l’astrologia può fare è offrire a una personalità in via di sviluppo un modo per risalire all’archetipo del suo seme potenziale. Può darsi che un seme non cresca mai fino a diventare una pianta nel suo pieno sviluppo, ma nel caso di crescita il seme diventerà nella realtà solo ciò che contiene in potenzialità. Una ghianda non diventerà mai un albero di mele, così come non si può dire che la stessa ghianda caduta sul suolo possa diventare un domani una quercia. In tal senso l’oroscopo va inteso come una mappa simbolica della psiche umana che, al pari di un seme, contiene le potenzialità esistenti nell’individuo assieme ai periodi di vita in cui queste potenzialità possono venir realizzate. La dottrina induista ci insegna che è fondamentale “diventare ciò che potenzialmente si è” o, come ha più volte scritto Jung nelle sue opere, che “bisogna ritornare ad essere ciò che si è sempre stati”. Più poeticamente, nei suoi Scritti Orfici, Goethe si esprimeva così: “Allo stesso modo in cui nel giorno in cui nascesti il sole si offrì al saluto dei pianeti, così in seguito crescesti in base alla legge di quell’ora. Così dev’essere, sfuggire non puoi. Già lo dissero profeti e sibille, e nessun tempo e nessuna forza può spezzare la forma già coniata che vivendo si evolve.”

Il valore delle nostre origini

Mi siano permesse alcune considerazioni su mio padre nel giorno della sua festa. Ho spesso riflettuto sul significato che diamo, o forse non abbiamo il tempo di dare, alle cose che circondano la nostra quotidianità. Quando per esempio vado a fare la spesa e metto nel carrello il pane, l’olio, la frutta di stagione, probabilmente il mio unico pensiero è quello di fare la somma di quanto vado a pagare (la parte matematica che in me è sempre desta) e magari di non trovare troppa fila alle casse. Qualche volta però mi vien da pensare alla campagna, ai sacrifici dei contadini che quelle cose le hanno pazientemente prodotte assieme alla benevolenza della natura. Così come mi vien da pensare a mio padre, nato in un contesto rurale di povertà in un paesino della Croazia, ma che oggi, proprio grazie a quel contesto, può dire di vivere felicemente i suoi giorni. Come non notare il suo sorriso soddisfatto quando per esempio racconta dei suoi ulivi che crescono rigogliosi (lui stesso li definisce “le mie creature”); oppure quando porta a casa il pesce che il suo amico ha pescato la mattina stessa e che gli ricorda la gioventù, quella di un pescatore con il sogno di abbandonare la terra natia per raggiungere un destino più sicuro in Italia. Dopo trent’anni di onesto lavoro in fabbrica, quel contesto di povertà che l’aveva catapultato quasi con irriverenza oltreconfine in cerca di un’avventurosa ma dignitosa sopravvivenza, oggi l’ha riaccolto con la ricchezza e i doni che solo la natura sa dare. Il messaggio che ogni volta mi giunge attraverso il sorriso di mio padre è allora che il valore delle origini, vissuto direttamente con le passate esperienze o indirettamente con quelle dei nostri genitori, rimane qualcosa di inestimabile che ci ancora al significato stesso della vita e che dà un senso a ciò che abbiamo ereditato. Concludo con una riflessione del grande Rainer Maria Rilke, scritta all’inizio degli anni Venti e contenuta nelle Lettere da Muzot: “Per i nostri avi una casa, una fontana, una torre, un abito posseduto, erano ancora qualcosa di infinitamente di più che per noi, di infinitamente più intimo; quasi ogni cosa era un recipiente in cui rintracciavano e conservavano l’umano. Ora ci incalzano dall’America cose nuove e indifferenti, pseudo-cose, aggeggi per vivere. Una casa nel senso americano, una mela americana, o una vite americana non hanno nulla in comune con la casa, il frutto, il grappolo in cui erano riposte le speranze e la ponderazione dei nostri padri.”

 

L’uomo che cambiò l’universo da una sedia a rotelle

Verso la metà del secolo scorso la psicologa russa Anne Schutzenberger ha riscontrato la presenza di misteriose coincidenze tra date di nascite, matrimoni, incidenti e decessi nei diversi membri dello stesso albero genealogico familiare, al punto da ritenere fondata la presenza di un campo psichico che agisce su due o più generazioni di discendenti. Se allarghiamo il concetto di famiglia ai cosmologi, non dovremmo allora sorprenderci più di tanto che Stephen Hawking nasce l’8 gennaio 1942, trecento anni esatti dopo la morte di Galileo, e muore il 14 marzo, lo stesso giorno in cui nacque Einstein quasi centoquarant’anni or sono. Va detto che Galileo, Einstein e Hawking furono di sicuro imparentati da una comune tempra caratteriale, per essere stati uomini dallo spirito rivoluzionario capaci come pochi altri di sconvolgere le teorie scientifiche dell’era moderna con idee audaci e meravigliose.

Nessuno forse più di loro intuì che l’universo è un unico organismo pulsante, come del resto avvalorato dalla moderna teoria dell’entanglement. Se già Galileo disse che “non si può cogliere un fiore senza turbare una stella” e Einstein immaginò l’intero universo come un gigante mollusco, con regioni più o meno dense capaci di deformare con la gravità spazio e tempo nelle loro vicinanze, anche le ricerche di Hawking furono in sintonia con quella da lui stesso battezzata “teoria del tutto”, divenuto il titolo di un film che narra della sua vita, contrassegnata per oltre 55 anni da una terribile malattia invalidante come la sclerosi laterale amiotrofica.

Per comprendere a fondo la portata delle scoperte dello scienziato di Oxford, dobbiamo andare un pò indietro nel tempo, e precisamente al 5000 avanti Cristo, anno in cui sant’Agostino fa coincidere la creazione divina dell’universo nel De civitate dei. Alla domanda “che cosa facesse Dio prima di creare l’universo” Hawking scherzosamente rispose che “il creatore stava preparando l’inferno per le persone che fanno domande del genere”. In verità l’ipotesi che la vita dell’universo ebbe origine nell’istante di un’enorme esplosione (nota come big bang) è quella che riscuote ancor oggi maggior credito tra i cosmologi. La prova più evidente di tale teoria è costituita dal “lampo di luce primordiale”, riscontrabile nei raggi a microonde che si espandono uniformemente in tutte le direzioni dell’universo.

Le creature universali predilette da Hawking furono senz’altro i buchi neri, condensati di masse stellari a densità elevatissima, capaci di generare campi gravitazionali così forti da cui neppure alla luce è permesso di sfuggire. La cosmologia è sufficientemente concorde nel ritenere che anche la morte dell’universo, così come la sua nascita, avverrà in un unico istante temporale, quando cioè tutte le galassie saranno tanto vicine da gravitare contemporaneamente in un unico buco nero (teoria del big crunch).

In definitiva, la teoria della relatività generale di Einstein ci ha insegnato che è la forza di gravità, con la sua capacità di incurvare lo spazio-tempo, a decidere che l’universo ha un inizio e una fine. Il grosso problema, rimasto tuttora un enigma, è che nelle cosiddette singolarità (come il big bang, il big crunch o gli stessi buchi neri), la relatività generale non è in grado di fare predizioni, per il semplice fatto che anche ogni tipo di informazione visibile viene assorbita dalla densità infinita e dall’infinita curvatura dello spazio-tempo. Per un motivo simile succede che è nota nei minimi dettagli l’evoluzione dell’universo da un decimillesimo di secondo dopo la creazione fino ai successivi tre minuti, mentre regna un profondo mistero su cosa sia accaduto prima di quell’istante infinitesimo.

Per predire con una certa precisione l’inizio e la fine dell’universo, così come la vita dei buchi neri nei loro ultimissimi istanti, bisogna inevitabilmente risolvere il più grande problema rimasto ancora irrisolto nella scienza moderna, e cioè quello di unire due teorie molto diverse tra loro come la relatività generale e la fisica quantistica. Hawking propose una teoria quantistica sulla gravità incentrata sul concetto di “assenza di confine”.

 

La sua idea rivoluzionaria fu quella di immaginare l’evoluzione dell’universo su sezioni orizzontali di una sfera come il globo terrestre: i paralleli costituirebbero i bordi dell’espansione spaziale dell’universo mentre lungo i meridiani scorrerebbe il tempo immaginario, indistinguibile da direzioni nello spazio. Il big bang corrisponderebbe così al Polo Nord, da cui scendendo si raggiungerebbe l’espansione massima assunta all’altezza dell’equatore, fino alla successiva contrazione verso il Polo Sud dove avverrebbe il big crunch. Non esisterebbero dunque confini né all’inizio né alla fine dell’universo, così come non esistono di fatto confini spaziali ai poli terrestri. L’universo sarebbe in tal caso completamente autonomo, autosufficiente e tutto racchiuso in se stesso, senza confini e senza margini, senza inizio e senza fine.

Ironicamente potremmo infine osservare che a Stephen Hawking, il più grande eretico della scienza moderna per aver osato affermare che non può esserci né tempo né spazio per un Dio creatore, la vita ha concesso per lo meno la grazia di non seguire le orme di un suo illustre predecessore, il cosmologo Giordano Bruno, atteso dalla tragica fine del rogo in una cupa e silenziosa alba del 17 febbraio 1600 in piazza Campo dei Fiori a Roma.