La Legge del talento e della diversità

Qualche giorno fa, nel giorno del mio anniversario, mi son chiesto perché tendiamo a dare sempre più enfasi alle feste collettive, come Natale, Capodanno e Pasqua, mentre sottovalutiamo la ricorrenza della nostra nascita. Noto con il passare degli anni che è sempre più sentito il bisogno di scambiarsi gli auguri e di diffondere, più o meno ipocritamente, una specie di fratellanza universale nei giorni che precedono le festività collettive, con persone che poi magari durante l’anno non vediamo più. Il motivo mi sembra abbastanza chiaro seppur molto preoccupante, ed è quello che il bisogno di appartenenza al gruppo colma il vuoto della nostra specificità.

Un altro segno paradossale dei nostri tempi è quello che il ricordare l’account e i vari pin per esistere nel mondo informatico e social ci dà l’illusione di essere diversi e protetti, ma poi quegli stessi codici ci immergono in un mare di uguaglianze, dove vogliamo che tutti sappiano di noi, anche se poi ci assale il dubbio che la vita che stiamo facendo, forse, non rispecchia per nulla ciò che siamo per davvero. L’etimologia della parola “paradosso” è “andare contro (para) l’opinione (doxa)”. Propongo una via per curare i molti paradossi cui siamo sottoposti quotidianamente, quasi una sorta di cura omeopatica, che guarisca la patologia con una sostanza simile (da omeo-simile, pathos-sofferenza): vivere il nostro paradosso per cacciare i paradossi della società.

Lo psicologo Jacques Lacan diceva che dovremmo sempre saper rispondere alla domanda “hai agito in conformtà al desiderio che ti abita?”. Il desiderio che abita la nostra interiorità è rispettare la nostra vocazione e liberare il nostro talento. I talenti degli antichi erano unità di musura per metalli preziosi, e dunque il talento è il nostro bene più prezioso, fonte di felicità e luce della nostra creatività. Nella Repubblica di Platone il mito di Er racconta che, prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi sceglie un destino particolare, unico, personale. Tuttavia, nel venire al mondo, dimentichiamo tutto questo, e sarà un daimon, il nostro “angelo custode”, a ricordarci in vita il nostro vero destino. James Hillman, nel libro Il codice dell’anima, ci ricorda che il nostro “codice identificativo” non è una sterile sequenza di caratteri e cifre che compongono i nostri pin e account informatici, ma è qualcosa di molto più profondo e difficile da trovare: si tratta della nostra vocazione, l’unica vera Legge, il vero e unico motivo per cui siamo stati chiamati (vocati) in questa vita.

La vera colpa, in definitiva, è non rispettare questa Legge, non agire in conformità al nostro desiderio, non ascoltare la voce del daimon. Nel suo libro Il Processo Kafka narra della vicenda di un signore di trent’anni, Joseph K., che una mattina si sveglia trovandosi inspiegabilmente in stato di arresto. Non sa di cosa sia incolpato e dice di non conoscere la Legge. Ma è proprio così – obietta il Tribunale – che ragionano coloro che si limitano a lasciarsi vivere e non si occupano di conoscere la propria Legge, quella arcana e personalizzata che segue le vie del talento individuale. Il capo d’accusa è quindi il “venir meno a se stessi”. Il finale de Il Processo è curioso e significativo; il signor K. giunge davanti alla porta della Legge, che gli darebbe accesso alla libertà, e chiede la chiave al cappellano del carcere. Fra preghiere e lusinghe, attese e tentativi di corruzione, il signor K. rimane davanti alla porta fino a quando muore e, solo in quel momento, il custode la chiude, perché l’accesso a quella porta, da sempre aperta, era riservato solo all’inconsapevole prigioniero.

Quello che ci ha insegnato Kafka con il suo racconto immaginario è che rinunciare alla nostra vita personalizzata significa rinunciare alla libertà. Lo stesso tema è sviluppato nel libro Fuga dalla libertà di Eric Fromm, dove viene magistralmente spiegata la dinamica perversa nelle forme di autoritarismo del Novecento, che hanno condotto l’umanità alla distruzone di massa. Per il singolo individuo sociale è più facile seguire la voce del dittatore che quella del daimon, nel senso che il bisogno di appartenenza alla Legge collettiva è sempre più suadente del bisogno di intraprendere percorsi solitari, diversi da quelli del vile conformismo. Lo stesso avviene a coloro che navigano in mare aperto, che godono inizialmente della libertà di orizzonti infiniti, ma che dopo alcuni giorni vengono inevitabilmente sopraffatti dalla “nostalgia della terra”, che è necessità di approdo in un porto sicuro dove gettare le ancore.

Non è un caso che la parola latina sinus significhi “approdo, baia” e che la terra è l’elemento che più si associa alla figura della Grande Madre nella mitologia antica. Tutto ciò ci riporta alla prima e più importante lotta per la diversità, quella che abbiamo vissuto al momento del parto, quando nascere in un mondo ostile era abbandonare il paradisiaco utero materno, e questa è stata una sofferenza che non potremo mai dimenticare.

Quell’inspiegabile “bisogno di appartenenza” che tanto condiziona la vita delle persone è allora, alla fine, nostalgia di utero e di madre. Ma ognuno di noi ha il diritto, nonché il dovere, di vivere nel pieno della propria diversità, che è desiderio della propria Legge. Il figlio deve avere la forza di vivere il “desiderio della propria differenza”, così come la vera genitorialità è quella di amare il figlio per questa differenza. Il vero genitore deve saper amare il figlio nel suo essere diverso dalle aspettative di famiglia, e così essere figli giusti vuol dire, alla fine, essere figli eretici dell’eredità genitoriale.

Il vero “pin” che apre la porta della nostra vera libertà è un codice alfa numerico difficile da trovare, ma è questo, mi sembra, l’unico segreto che ci permetterebbe di vivere felici e in sintonia con noi stessi, fedeli al nostro destino e non a quello che ci sforziamo di vivere per paura di non essere amati e considerati dagli altri. Festeggiate di più i vostri compleanni, viziatevi quando potete, prendetevi cura di voi, dedicate una parte della giornata al benessere fisico e alla lettura dei vostri libri preferiti, coltivate i talenti, non trascurate i piaceri della vita. Abbiate anche il coraggio di vivere la vera eccentricità, che è vivere fuori dal conformismo (ex- centrum, fuori centro), lontani dal pensare comune, un po’ paradossalmente (contro opinione appunto), quasi sembrando un po’ strani se non addiritttura pazzi. Ma sono i gesti di follia a renderci davvero felici, come gli amori pazzi e sconsiderati. Certo, ci vuole coraggio a vivere la diversità, ma anche coraggio vuol dire “agire col cuore”, “seguire la via del cuore”, come ci consiglia Carlos Castaneda:

Tutte le strade sono uguali, non conducono in nessun posto.
Ci sono vie che passano attraverso la boscaglia, o sotto la boscaglia.
Questa strada ha un cuore?
E’ l’unico interrogativo che conta.
Se ce l’ha, allora è una buona strada.
Se non ce l’ha, è da scartare
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Eternità e tempo connubio possibile?

Quella del tempo è indubbiamente la questione metafisica più discussa e aperta, tanto affascinante quanto misteriosa. Ognuno di noi si sarà chiesto se lo scorrere del tempo ha avuto inizio in un preciso istante oppure, magari nei giorni in cui ci siamo sentiti più romantici o mistici, se può aver senso parlare di eternità. Sant’Agostino non aveva dubbi a proposito, lasciandoci per iscritto nel De civitate Dei che la creazione dell’universo avvenne attorno al 5000 avanti Cristo. Alla domanda “che cosa facesse Dio prima di creare l’universo” Agostino rispose che Dio creò anche il tempo, mentre l’ironia di Stephen Hawking avrebbe suggerito in epoca più recente che stava preparando l’inferno alle persone che fanno domande del genere.

La maggior parte dei filosofi greci credeva invece nell’eternità, e quindi che il mondo umano esistesse da sempre e continuerà sempre ad esistere. In particolare Platone, seguendo le orme di Parmenide, prese in considerazione l’idea di Forme (o Idee) atemporali ed eterne che esistono al di fuori dell’esperienza ordinaria dei sensi. Nella matematica, per esempio, il fatto che ogni numero intero maggiore di due può essere ottenuto come media aritmetica di due numeri primi, oppure che addizionando numeri dispari consecutivi otteniamo la serie dei numeri quadrati, sono realtà inconfutabili a prescindere dalla nostra esistenza e dal nostro volere. Duemila anni più tardi Kant diceva che l’ordine temporale scandito da infinite sequenze “prima-dopo” non è un aspetto del mondo da noi percepito ma semplicemente una categoria intelligibile che precede qualsiasi esperienza umana. Un secolo e mezzo più tardi ci si accorge invece che il tempo è relativo al moto, e che spostandosi a velocità comparabili a quelle della luce il tempo è più breve rispetto a quello di un soggetto che rimane fermo. Nasce il paradosso dei gemelli: il fratello che viaggia nello spazio ritornerà sulla Terra più giovane rispetto all’altro fratello. “La separazione tra passato, presente e futuro – amava dire Einstein – è solo un’illusione per quanto tenace”. La teoria della relatività generale avvalorò anche l’ipotesi del Big Bang, ovvero dell’inizio dell’universo avvenuto circa 14 miliardi di anni fa, e della cui esplosione iniziale vediamo ancor oggi i raggi a microonde del “lampo di luce primordiale” che si espandono uniformemente in tutte le direzioni dello spazio.

Una delle tematiche più dibattute nella fisica moderna, e non solo nella metafisica, è quella che gli addetti ai lavori chiamano freccia del tempo. Il tempo aumenta irreversibilmente, esiste cioè sempre un prima e un dopo, un passato e un futuro, oppure è concepibile per i fenomeni fisici un tempo simmetrico, che può assumere valori positivi e negativi? E’ indubbio che la nostra coscienza agisce secondo il principio “causa-effetto”, che ci dà l’impressione di un tempo che procede sempre in una direzione, da un passato-causa ben definito a un futuro-effetto incerto. La fisica degli ultimi secoli ci narra però una storia diversa, fatta di leggi fondamentali (quelle per esempio di Newton, Maxwell, Einstein, Dirac, Schrodinger) simmetriche rispetto al tempo, dove i fenomeni rimangono inalterati se sostituiamo la variabile temporale t con –t. L’unico settore della fisica in cui il tempo sembra prediligere una sola direzione è quello della termodinamica. Agli inizi dell’Ottocento Carnot e Clausius scoprivano una legge tanto semplice quanto importante, ossia che il calore passa dal caldo al freddo e mai dal freddo al caldo. Boltzmann aggiunse che tale fenomeno era dovuto ad una legge puramente probabilistico-statistica connessa col moto delle particelle. Il calore non era qualcosa di materiale ma veniva determinato indirettamente dall’agitazione microscopica delle molecole: in un tè caldo le molecole si agitano molto, in un tè freddo si agitano di meno, mentre in un tè ghiacciato le molecole sono praticamente ferme. Se una parte delle molecole è ferma, molto probabilmente verrà trascinata dal moto frenetico delle particelle di corpi più caldi, cosicchè il moto comincia ad espandersi diffusamente a tutte le molecole che si urtano tra loro. E’ solo per questo che le cose fredde si scaldano a contatto con le cose calde (e non viceversa). La sorprendente e rivoluzionaria conclusione di Boltzmann poteva estendersi alla coscienza, in quanto il cervello si scalda quando pensiamo, e quindi anche il principio causa-effetto è da ritenersi come conseguenza di una legge statistica.

Non c’è spazio allora per irriducibili idealisti e sognatori che vorrebbero credere nell’eternità? Se abbandoniamo le rigorose leggi della fisica e ci avviciniamo al mondo della psicologia, gli archetipi di Jung ci riconducono alle Idee platoniche e ad un contesto eternamente immutabile fatto di simboli, sogni, visioni, fiabe e miti. Il “c’era una volta” di Cappuccetto Rosso e Cenerentola ci ricorda non a caso che l’epoca del racconto è un “passato indistinto”, che non ha bisogno di un preciso riferimento temporale. Allo stesso modo la ripetizione negli anni di un rito (Santa Messa, festività natalizia o pasquale, matrimonio, compleanno, funerale), così come la lettura di un bel libro o l’ammirazione di una qualsiasi opera artistica, ci dà la sensazione di vivere un momento sconnesso dal quotidiano scorrere del tempo. Anche l’inconscio collettivo junghiano, che rende plausibile l’esistenza autonoma e atemporale di una “storia delle memorie” generata dall’esperienza psichica di molte generazioni passate, non può che rievocare il binomio memoria-eternità di Jorge Luis Borges. Nel suo saggio dal titolo paradossale e provocatorio, Storia dell’Eternità, la passione e il ricordo tendono all’atemporalità. “Noi racchiudiamo – dice lo scrittore argentino – le felicità di un passato in una sola immagine; i tramonti che ammiro ogni sera saranno il ricordo di un unico tramonto…senza somiglianze né ripetizioni. Il tempo, se possiamo intuire questa identità, è un’illusione (Einstein docet, nda): l’indistinzione e l’inseparabilità di un momento del suo apparente ieri e di un altro del suo apparente oggi bastano a disintegrarlo.”

Nell’antichità si usava personificare l’eternità del tempo con il dio Aion, le cui sembianze leonine erano avvolte da un serpente e dai dodici segni zodiacali. Con ciò si voleva dare forma e concretezza al tempo eterno, eonico, quell’unico istante senza possibilità di ripetizioni e di cicli, in cui solo agli déi era permesso di creare. Eraclito diceva che “Aion è un bambino che gioca e che sposta le pedine, un bambino che appartiene alla sovranità”. E forse Einstein, quando in un appassionato diverbio con Bohr sulle stranezze della fisica quantistica, affermò che “Dio non gioca a dadi con l’universo”, non si allontanava tanto dal vero. Il gioco è principio creativo per eccellenza, i bambini non si ricordano di avere fame né sentono le esortazioni delle madri quando sono totalmente immersi nei loro giochi. E’ uno stato di coscienza non contrassegnato dallo sforzo, un flusso naturale o un talento del nostro agire, uno stato di concentrazione così profondo da far perdere il senso del tempo.

Il principio creativo fu però fatale a Ludwig Boltzmann, caratterialmente instabile e nato un martedì di carnevale. La sua vita giunse a fine corso un triste 5 settembre del 1906, quando la sua genialità incompresa causò l’instabilità mentale che lo spinse ad impiccarsi a Duino, nei pressi di Trieste. Solo l’anno prima Einstein scriveva l’articolo sul moto browniano delle particelle, che da lì a poco avrebbe reso giustizia alle teorie di Boltzmann che tanto avevano osato contro il comune pensare, ma destino volle che il tempo irreversibile non maturò a sufficienza e decise in quella circostanza di tradire il suo stesso creatore.

Cristiano Ronaldo in fuga per l’eternità

Le imprese sportive hanno da sempre acceso l’entusiasmo di intere nazioni e stimolato la fantasia di generazioni in uno spirito di emulazione paragonabile ad un sogno. Quanti, fra coloro che hanno avuto in un pallone il gioco preferito dell’infanzia, hanno accarezzato l’emozione dei calciatori che sbucano dal tunnel degli spogliatoi e che entrano accolti dal boato di uno stadio? E’ lo stesso tipo di emozione che prova il toreador nella corrida, o che ha provato in passato il gladiatore nell’arena, un’emozione che scaturisce dalla sensazione di un comune mortale nel sentirsi eroe invincibile ed esempio per il suo popolo.

Gli eroi hanno, di fatto, sostituito le divinità in ogni cultura nella storia millenaria delle civiltà. Lo Zeus dei Greci, immortale e cui tutto era permesso per diritto divino, ha assunto le sembianze del condottiero degli eserciti e, più di recente nell’era moderna, quelle del dittatore e del capo di stato. Ancor oggi chiamiamo “eroi” i divi del cinema, della musica e dello sport. I loro volti e le loro gesta diventano fotogrammi indelebili e immortali della nostra memoria, e come i miti o le fiabe, non possono e non devono cambiare nella nostra mente.

Martedì sera, subito dopo lo spettacolare e incredibile gol in rovesciata di Cristiano Ronaldo, eroe del calcio moderno, c’è stato qualche secondo di assoluto silenzio. Anche il tempo è sembrato fermarsi, assieme ai tifosi dello stadio, il miliardo di telespettatori sparsi nel mondo e Ronaldo stesso, tutti stupiti e incantati da quella meravigliosa mirabilia tecnica al limite del sovrumano. La rovesciata nel calcio evoca un sovvertimento dell’ordine naturale delle cose. E’ anormale, fuori dall’ordinario, si prende beffa dei semplici mortali, sfida e sovverte il comune pensare e agire. E’ irridente anche delle regole stesse di un gioco di squadra come il calcio, ridicolizza le statistiche del numero di passaggi consecutivi, le percentuali del possesso palla, mette in secondo piano le classifiche e gli albi d’oro.

“Ci si ricorda di Maradona o Pelé – ha detto l’argentino Jorge Valdano, campione di calcio degli anni Settanta – perché nella mente si ha un’immagine, un’azione, un gol, e per noi, per tutta la vita, il calcio sarà quel momento.” E così, anche la perla di bellezza che Ronaldo ci ha regalato l’altra sera, sarà “quel momento”, che godrà di immortalità eterna, un gesto da tramandare ai posteri e da raccontare ai nostri figli, il solo capace di rimanere nell’album dei nostri ricordi e di accendere la passione per lo sport più popolare del mondo.

I cronisti sportivi avranno commentato il gol di Ronaldo descrivendolo da cineteca. E destino vuole che nel film “Fuga per la vittoria”, in una partita tra Alleati e Nazisti, il calciatore più forte del mondo, allora il brasiliano Pelé, entra in campo negli ultimi minuti nonostante un braccio rotto e decide da solo la partita, suggellando un’azione solitaria con una rovesciata praticamente identica a quella del portoghese ed effettuata dalla stessa zona di campo.

Come non ricordare infine un’altra fuga leggendaria dello sport, quella nella terzultima tappa del giro d’Italia del 1949, la Cuneo-Pinerolo. Il giornalista Mario Ferretti apriva la sua radiocronaca con una frase che farà epoca: “Un uomo solo è al comando, la sua maglia è bianco-celeste, il suo nome è Fausto Coppi”. Il campionissimo percorrerà in fuga solitaria 192 chilometri, nonostante un vantaggio in classifica rispetto al secondo, l’eterno rivale Bartali, di 23’47”. Ma l’eroe, nello sport e nella storia, non fa calcoli e non ama le statistiche, perché la sua immortale invincibilità è sprezzante col tempo, i numeri e le faccende terrene. Il suo habitat naturale è il cielo, “dove osano le aquile”, diventato anche titolo di un romanzo e di un film. E l’aquila, guarda caso, era il simbolo di Zeus re del cielo. Quello stesso cielo, nella cui immensità osavano addentrarsi solo le cime imbiancate di cinque colli alpini, fu l’unico testimone del Coppi leggendario, soprannominato l’airone dai suoi tifosi. E in quello stesso cielo, al minuto 64 della partita Juve Real di martedì sera, Cristiano Ronaldo è volato per colpire di piede un pallone a due metri e trentotto da terra, là dove solo agli audaci della storia è permesso di osare, là dove solo ai campioni dell’eternità è permesso di volare.

Il profondo legame tra l’astrologia e la psicologia

Onorata in passato da uomini come Paracelso, Giordano Bruno, Keplero e Galileo, considerata fin dagli albori delle civiltà come la regina delle scienze, divenuta poi nel Rinascimento la folle madre dell’astronomia, per essere infine accantonata dal mondo scientifico come una malefica strega o, peggio ancora, come una vecchia prostituta, che valore possiamo dare oggi all’astrologia?

Di recente è stata la psicologia, l’unica tra le scienze moderne, a trovare maggior affinità e condivisione con l’astrologia. Psicologi della fama di Jung e Allendy sono stati impressionati nell’osservare un collegamento diretto tra i complessi psicoanalitici e la carta astrale dei pazienti, constatando con un certo stupore che esiste un nesso indissolubile tra astrologia e psiche.

Già il vecchio adagio latino astra inclinant sed non necessitant ammoniva del fatto che le stelle non determinano il destino degli uomini con influssi astronomici a distanza. Sembra invece più logico e sensato avere dell’astrologia una concezione simbolica e considerarla come matrice dei variegati comportamenti umani. Fu il filosofo Plotino, erede di Platone nonché grande astrologo della Grecia antica, a considerare i pianeti, i segni zodiacali e le varie configurazioni astrali non come causa di eventi ma esclusivamente come “simboli che li indicano”. Egli sosteneva che in un essere vivente l’azione di una parte su un’altra non dipende dalla vicinanza delle parti stesse ma bensì dalla loro somiglianza; se Marte decide sull’aggressività di un individuo, non è perché il pianeta esercita un influsso fisico determinato dai suoi raggi cosmici, ma perché tale astro è simbolo della rabbia che condiziona il comportamento di quest’uomo. E’ pertanto unicamente in virtù dell’azione simpatica tra due entità simili, e in funzione dell’appartenenza cosmica della natura umana, che tra l’astro e l’uomo si stabilisce una simultaneità globale e non una concatenazione di cause ed effetti.

Gli psicologi sono concordi nell’affermare che l’elemento fondamentale della vita psichica è una forma del tutto spontanea e primordiale di attività di derivazione istintuale, ossia la tendenza. Si tratta in sostanza di un asse comune che organizza allo stato potenziale l’azione psichica e fisica di ogni individuo, e con essa una direzione di massima del suo comportamento. Tutti noi “tendiamo” verso certi modi di essere, ma non per questo siamo costretti a uno schema fisso e immutabile, e ciò avviene grazie al principio di plasticità delle tendenze.

I pianeti e i corrispettivi segni zodiacali vanno allora più correttamente interpretati come una famiglia di tendenze, costituita da racconti mitologici, reazioni psichiche, modelli relazionali, costituzioni morfologiche, tipi di mentalità o di sensibilità, funzioni fisiologiche e patologie del corpo umano, che nel suo complesso determina, volontariamente o involontariamente, le diverse attitudini umane. Nel caso di Giove e del Sagittario, per esempio, all’attitudine “espansione” corrisponderà tutta un insieme di tendenze psicofisiche come l’istinto di grandezza, l’altezzosità, la boria, l’ipertrofia narcisistica dell’Io, il bisogno di appartenenze ampie, l’attitudine ad uno stato di benessere e di ricchezza (morale o materiale), l’umore ottimista, le forme corporee dilatate (allungate, arrotondate o elastiche), l’energia cinetica e gli organi che la producono (fegato, muscoli e vasi sanguigni), i problemi di sovrappeso e le patologie del “benessere” (diabete, aterosclerosi, gotta).

L’astrologia è stata opportunamente definita come la scienza di ogni inizio. Che tutto sia scritto già nell’inizio è una delle leggi più importanti dell’universo; la ritroviamo in biologia in ogni forma di patrimonio ereditario, come per esempio la memoria genetica presente nel DNA, il seme di ogni albero e l’uovo per il futuro essere vivente. Già dai tempi antichi si è data grande importanza ad iniziare “nel momento giusto” un intervento bellico o un evento sociale ritenuto di comune interesse per la collettività. Non è quindi una coincidenza fortuita che la parola oroscopo significhi letteralmente guardare nell’ora, l’ora in cui qualcosa prende inizio. Ciò che dunque l’astrologia può fare è offrire a una personalità in via di sviluppo un modo per risalire all’archetipo del suo seme potenziale. Può darsi che un seme non cresca mai fino a diventare una pianta nel suo pieno sviluppo, ma nel caso di crescita il seme diventerà nella realtà solo ciò che contiene in potenzialità. Una ghianda non diventerà mai un albero di mele, così come non si può dire che la stessa ghianda caduta sul suolo possa diventare un domani una quercia. In tal senso l’oroscopo va inteso come una mappa simbolica della psiche umana che, al pari di un seme, contiene le potenzialità esistenti nell’individuo assieme ai periodi di vita in cui queste potenzialità possono venir realizzate. La dottrina induista ci insegna che è fondamentale “diventare ciò che potenzialmente si è” o, come ha più volte scritto Jung nelle sue opere, che “bisogna ritornare ad essere ciò che si è sempre stati”. Più poeticamente, nei suoi Scritti Orfici, Goethe si esprimeva così: “Allo stesso modo in cui nel giorno in cui nascesti il sole si offrì al saluto dei pianeti, così in seguito crescesti in base alla legge di quell’ora. Così dev’essere, sfuggire non puoi. Già lo dissero profeti e sibille, e nessun tempo e nessuna forza può spezzare la forma già coniata che vivendo si evolve.”

Il valore delle nostre origini

Mi siano permesse alcune considerazioni su mio padre nel giorno della sua festa. Ho spesso riflettuto sul significato che diamo, o forse non abbiamo il tempo di dare, alle cose che circondano la nostra quotidianità. Quando per esempio vado a fare la spesa e metto nel carrello il pane, l’olio, la frutta di stagione, probabilmente il mio unico pensiero è quello di fare la somma di quanto vado a pagare (la parte matematica che in me è sempre desta) e magari di non trovare troppa fila alle casse. Qualche volta però mi vien da pensare alla campagna, ai sacrifici dei contadini che quelle cose le hanno pazientemente prodotte assieme alla benevolenza della natura. Così come mi vien da pensare a mio padre, nato in un contesto rurale di povertà in un paesino della Croazia, ma che oggi, proprio grazie a quel contesto, può dire di vivere felicemente i suoi giorni. Come non notare il suo sorriso soddisfatto quando per esempio racconta dei suoi ulivi che crescono rigogliosi (lui stesso li definisce “le mie creature”); oppure quando porta a casa il pesce che il suo amico ha pescato la mattina stessa e che gli ricorda la gioventù, quella di un pescatore con il sogno di abbandonare la terra natia per raggiungere un destino più sicuro in Italia. Dopo trent’anni di onesto lavoro in fabbrica, quel contesto di povertà che l’aveva catapultato quasi con irriverenza oltreconfine in cerca di un’avventurosa ma dignitosa sopravvivenza, oggi l’ha riaccolto con la ricchezza e i doni che solo la natura sa dare. Il messaggio che ogni volta mi giunge attraverso il sorriso di mio padre è allora che il valore delle origini, vissuto direttamente con le passate esperienze o indirettamente con quelle dei nostri genitori, rimane qualcosa di inestimabile che ci ancora al significato stesso della vita e che dà un senso a ciò che abbiamo ereditato. Concludo con una riflessione del grande Rainer Maria Rilke, scritta all’inizio degli anni Venti e contenuta nelle Lettere da Muzot: “Per i nostri avi una casa, una fontana, una torre, un abito posseduto, erano ancora qualcosa di infinitamente di più che per noi, di infinitamente più intimo; quasi ogni cosa era un recipiente in cui rintracciavano e conservavano l’umano. Ora ci incalzano dall’America cose nuove e indifferenti, pseudo-cose, aggeggi per vivere. Una casa nel senso americano, una mela americana, o una vite americana non hanno nulla in comune con la casa, il frutto, il grappolo in cui erano riposte le speranze e la ponderazione dei nostri padri.”

 

L’uomo che cambiò l’universo da una sedia a rotelle

Verso la metà del secolo scorso la psicologa russa Anne Schutzenberger ha riscontrato la presenza di misteriose coincidenze tra date di nascite, matrimoni, incidenti e decessi nei diversi membri dello stesso albero genealogico familiare, al punto da ritenere fondata la presenza di un campo psichico che agisce su due o più generazioni di discendenti. Se allarghiamo il concetto di famiglia ai cosmologi, non dovremmo allora sorprenderci più di tanto che Stephen Hawking nasce l’8 gennaio 1942, trecento anni esatti dopo la morte di Galileo, e muore il 14 marzo, lo stesso giorno in cui nacque Einstein quasi centoquarant’anni or sono. Va detto che Galileo, Einstein e Hawking furono di sicuro imparentati da una comune tempra caratteriale, per essere stati uomini dallo spirito rivoluzionario capaci come pochi altri di sconvolgere le teorie scientifiche dell’era moderna con idee audaci e meravigliose.

Nessuno forse più di loro intuì che l’universo è un unico organismo pulsante, come del resto avvalorato dalla moderna teoria dell’entanglement. Se già Galileo disse che “non si può cogliere un fiore senza turbare una stella” e Einstein immaginò l’intero universo come un gigante mollusco, con regioni più o meno dense capaci di deformare con la gravità spazio e tempo nelle loro vicinanze, anche le ricerche di Hawking furono in sintonia con quella da lui stesso battezzata “teoria del tutto”, divenuto il titolo di un film che narra della sua vita, contrassegnata per oltre 55 anni da una terribile malattia invalidante come la sclerosi laterale amiotrofica.

Per comprendere a fondo la portata delle scoperte dello scienziato di Oxford, dobbiamo andare un pò indietro nel tempo, e precisamente al 5000 avanti Cristo, anno in cui sant’Agostino fa coincidere la creazione divina dell’universo nel De civitate dei. Alla domanda “che cosa facesse Dio prima di creare l’universo” Hawking scherzosamente rispose che “il creatore stava preparando l’inferno per le persone che fanno domande del genere”. In verità l’ipotesi che la vita dell’universo ebbe origine nell’istante di un’enorme esplosione (nota come big bang) è quella che riscuote ancor oggi maggior credito tra i cosmologi. La prova più evidente di tale teoria è costituita dal “lampo di luce primordiale”, riscontrabile nei raggi a microonde che si espandono uniformemente in tutte le direzioni dell’universo.

Le creature universali predilette da Hawking furono senz’altro i buchi neri, condensati di masse stellari a densità elevatissima, capaci di generare campi gravitazionali così forti da cui neppure alla luce è permesso di sfuggire. La cosmologia è sufficientemente concorde nel ritenere che anche la morte dell’universo, così come la sua nascita, avverrà in un unico istante temporale, quando cioè tutte le galassie saranno tanto vicine da gravitare contemporaneamente in un unico buco nero (teoria del big crunch).

In definitiva, la teoria della relatività generale di Einstein ci ha insegnato che è la forza di gravità, con la sua capacità di incurvare lo spazio-tempo, a decidere che l’universo ha un inizio e una fine. Il grosso problema, rimasto tuttora un enigma, è che nelle cosiddette singolarità (come il big bang, il big crunch o gli stessi buchi neri), la relatività generale non è in grado di fare predizioni, per il semplice fatto che anche ogni tipo di informazione visibile viene assorbita dalla densità infinita e dall’infinita curvatura dello spazio-tempo. Per un motivo simile succede che è nota nei minimi dettagli l’evoluzione dell’universo da un decimillesimo di secondo dopo la creazione fino ai successivi tre minuti, mentre regna un profondo mistero su cosa sia accaduto prima di quell’istante infinitesimo.

Per predire con una certa precisione l’inizio e la fine dell’universo, così come la vita dei buchi neri nei loro ultimissimi istanti, bisogna inevitabilmente risolvere il più grande problema rimasto ancora irrisolto nella scienza moderna, e cioè quello di unire due teorie molto diverse tra loro come la relatività generale e la fisica quantistica. Hawking propose una teoria quantistica sulla gravità incentrata sul concetto di “assenza di confine”.

 

La sua idea rivoluzionaria fu quella di immaginare l’evoluzione dell’universo su sezioni orizzontali di una sfera come il globo terrestre: i paralleli costituirebbero i bordi dell’espansione spaziale dell’universo mentre lungo i meridiani scorrerebbe il tempo immaginario, indistinguibile da direzioni nello spazio. Il big bang corrisponderebbe così al Polo Nord, da cui scendendo si raggiungerebbe l’espansione massima assunta all’altezza dell’equatore, fino alla successiva contrazione verso il Polo Sud dove avverrebbe il big crunch. Non esisterebbero dunque confini né all’inizio né alla fine dell’universo, così come non esistono di fatto confini spaziali ai poli terrestri. L’universo sarebbe in tal caso completamente autonomo, autosufficiente e tutto racchiuso in se stesso, senza confini e senza margini, senza inizio e senza fine.

Ironicamente potremmo infine osservare che a Stephen Hawking, il più grande eretico della scienza moderna per aver osato affermare che non può esserci né tempo né spazio per un Dio creatore, la vita ha concesso per lo meno la grazia di non seguire le orme di un suo illustre predecessore, il cosmologo Giordano Bruno, atteso dalla tragica fine del rogo in una cupa e silenziosa alba del 17 febbraio 1600 in piazza Campo dei Fiori a Roma.

 

Parricidio psicologico: atto necessario per crescere?

Dice bene lo psicologo Eric Fromm quando sostiene che “i risvolti psicologici del mito edipico possono essere capiti a fondo solo come simbolo della ribellione del figlio verso il padre autoritario, mentre il matrimonio successivo tra Edipo e Giocasta è solo un elemento secondario”. Così come è stato sottolineato da Freud, l’uccisione di Laio rappresenta il nucleo del mito stesso e può essere interpretato come il terrore filiale della castrazione da parte del padre nel caso in cui venisse scoperta la gelosia assassina che proviene dal desiderio di reclamare la madre.

Nel tentativo di Laio di voler eliminare il figlio per evitare la predizione dell’oracolo (la stessa sorte tra l’altro che capita a déi maschili come Urano, Saturno e Giove) emerge poi la tematica del figlicidio, così tragicamente ricorrente nella storia dell’umanità. Si pensi a Dio che ordina ad Abramo di uccidere il figlio Isacco, o a Gesù che implora sulla croce “Padre, perché mi hai abbandonato”, o ancora al fatto che nell’Impero Romano la “patria potestà” contemplava diritto di vita e di morte sui figli (che potevano essere venduti o sacrificati agli déi). Per non parlare poi del rito iniziatico della circoncisione (che per gli Ebrei sostituiva l’iniziale sacrificio biblico di Isacco e sanciva un patto tra Dio e l’uomo), oppure il costume di trasformare tramite castrazione i bambini maschi in soprani, o ancora il cannibalismo e il commercio della carne dei propri figli permessa nel Medioevo durante i periodi di carestia. E che dire del fenomeno bellico in generale, che dalla preistoria ad oggi ha ricavato una sola costante, e cioè il sacrificio di generazioni di maschi giovani.

Ai giorni nostri una tendenza psicologica al figlicidio può riscontrarsi in un padre che vive la sensazione di essere spodestato affettivamente dal figlio nei confronti della moglie, oppure che teme inconsciamente di sentirsi un fallito nel caso in cui un destino migliore del figlio possa sovvertire tutta l’autorità che lui rappresenta. Il mito di Edipo emerge altresì nel potere psicologico, e in alcuni casi fisico, di rigide educazioni, punizioni e divieti di ogni genere subiti nell’infanzia. Potrà allora succedere che si metta in atto da parte dei figli un processo sistematico di rimozione del Super-Io anziché dell’Es, e da ciò molto probabilmente deriverà quella caratteristica contestazione ottusa verso l’autorità e verso i valori imposti da ogni forma di educazione tradizionale. Ma alla fine quella ribellione generalizzata contro tutto e tutti potrà diventare nel tempo l’unico modus operandi di un individuo che in fondo continua a ribellarsi al padre che non lo ha compreso.

La lotta edipica delle giovani generazioni maschili può essere, in definitiva, quella di un modello comportamentale interessato non all’avvicinamento del genitore del sesso opposto ma piuttosto al capovolgimento del vecchio ordine e l’asserzione dello spirito d’indipendenza. Il soggetto esteriorizzerà allora la sua rabbia verso una sorta di Padre Terribile, poiché sente che vivere all’ombra della sua autorità gli impedirebbe di raggiungere la meta di una libera auto-realizzazione. “Il Padre Terribile – sottolinea Eric Neumann – appare come la forza coesiva dell’antica legge, dell’antica religione, dell’antica moralità e dell’antico ordine, delle convenzioni, della tradizione o di ogni altro fenomeno sociospirituale che, coscientemente, si impadronisce del figlio e impedisce il suo procedere verso il futuro.”

Il confronto con il Padre Terribile, che nel mito edipico giunge sino all’atto estremo del parricidio, si presenta allora come una tappa necessaria per l’evoluzione del figlio maschio, poiché lo costringe a interiorizzare l’autorità e gli impone di incorporare e gestire responsabilmente nella sua personalità quell’entità per la quale ha tanto lottato. Senza questa lotta egli rimarrebbe eternamente figlio di suo padre, l’eterno ribelle che sbatte la porta di casa e che rifiuta in sostanza la sua possibilità di diventare adulto.

   Uno degli esempi più illustri di parricidio artistico è quello di Pablo Picasso. “En arte hay que matar el padre” confidò il pittore andaluso ad un amico quando, nell’autoritratto Yo Picasso del 1901, decise di sostituire definitivamente il cognome paterno con quello della madre. Il padre, don José Ruiz, era un modesto pittore specializzato in quadri da soggiorno in cui i piccioni apparivano come soggetto prevalente. Era anche professore alla scuola di Belle Arti a Barcellona, qualifica che mascherava un fallimento artistico messo ancor più in evidenza dal talento smisurato del figlio. Non deve pertanto stupire l’abbandono della prestigiosa Accademia Reale di Madrid, nella quale Pablo venne iscritto con l’ausilio finanziario dello zio don Salvador Ruiz, medico di Malaga e orgoglioso di dare lustro a quel cognome di famiglia che solo qualche anno dopo il nipote avrebbe rinnegato.

I gesti di rifiuto nei confronti della discendenza paterna e la successiva identificazione con il cognome della madre ci riportano di nuovo al mito di Edipo. Ed è proprio il mito stesso a proporci un’interessante chiave di lettura della cecità, tema ricorrente che ritroviamo nei suoi dipinti tra il 1901 e 1904. La maggior parte dei critici e dei biografi picassiani accomuna la cecità con la tristezza, la malinconia, la povertà e la fame, condizioni umane alle quali il pittore ha associato simbolicamente la freddezza del colore blu. Qualcun altro ha fatto invece notare che don José Ruiz stava perdendo la vista proprio in quegli anni e che quindi l’ipocondriaco Picasso temeva la cecità come un destino personale. In verità il finale tragico di Edipo, che si strappa gli occhi dopo aver appreso la verità dell’uccisione del padre e dell’incesto con la madre, equivale psicologicamente ad un processo obbligato di introspezione che conduce alla conoscenza di se stessi. “L’accecamento di Edipo – dice James Hillman – è l’esito psicologico di un modo di seguire le tracce, interrogare, e cercare la verità su se stessi. Il conosci te stesso equivale qui alla cecità, poiché quando vengo finalmente a sapere chi sono, il risultato non può che essere il non vedere più quello che sono stato prima.”

Il pianto del bambino interiore nella civiltà patriarcale

Lo psicologo cileno Claudio Naranjo, candidato al premio Nobel per la Pace, denuncia in una recente intervista la crisi del patriarcato nella società moderna, delineando le cause che l’hanno generata e proponendo alcune soluzioni per evitare di collassare insieme ad essa.

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Storicamente il patriarcato, o almeno la concezione più comune che abbiamo di esso, nasce come denuncia da parte delle femministe di uno sciovinismo maschile, che in sintesi è stata l’ingiustizia degli uomini nel sottovalutare e sfruttare le donne. In verità Naranjo ci mette in guardia dai pericoli derivati dal patriarcato, e che si sono nel tempo radicati nella società. Il dominio maschile, infatti, ha avuto ripercussioni nocive per tutti, uomini e donne indistintamente. Se la donna è sottovalutata conseguentemente la madre, e con essa la maternità, è sottovalutata. E se la maternità non ha più importanza, anche i bambini soffrono nel sentire la madre che non vale. E se la madre non vale anche il bambino si sente non valere. La sottovalutazione del materno si può estendere poi in ognuno di noi in quello che gli psicologi chiamano bambino interiore ferito, e che a sua volta schiaccia lo spirito di ozio e di gioco, alla base della creatività, della libertà mentale e di ogni forma contemplativa.

Il patriarcato non è dunque solo un dominio del maschile; in parte è autorità che si appoggia alle attività violente e prevaricanti, in parte è lo stato sociale e familiare nel quale c’è mancanza di maternità (cura, compassionevolezza) e, non ultimo, rifiuto della vita istintiva. “Quando c’è la guerra non si mangia molto e non si fa l’amore” dice scherzosamente Naranjo. Questa potrebbe essere una metafora di quel posticipare la natura istintiva e biologica, diventato purtroppo uno stato cronico della civiltà moderna. Ciò non fa che ispirare una morale anticarnale, ossia quella specie di legislazione restrittiva e repressiva che si materializza in un’educazione non attenta al bisogno creativo dei giovani e, più in generale, alla felicità delle persone. Ma la carnalità dovrebbe intendersi come l’equivalente di ogni forma organizzativa del mondo animale e vegetale, ove si nasconde la saggezza della natura e della vita organica. Se la reprimiamo o, peggio ancora, ci diamo delle colpe di presunta malvagità perché distratti dai desideri naturali del corpo, ciò non fa che creare una tensione istintiva che ci fa cadere in uno stato di perenne ansia.

Il rifiuto dell’animalità, già denunciato da Freud all’inizio del Novcento, non è solo rifiuto del lato interiore, ma crea un’infelicità che deve essere sostituita con tutti i vizi e le passioni consumistiche. In altre parole, l’unica soluzione che ci dà l’illusione di completezza personale è il ricorso morboso e ripetitivo a forme edonistiche del vivere, come sembra oggi essere l’uso ossessivo dei cellulari e dei social network, unici strumenti in grado di trasferirci emozioni nell’immediato. Naturalmente una sessualità proibita fa nascere anche l’oscenità e la lussuria, tutte forme aberrate di una necessità istintiva rimossa e che invece può essere disponibile in modi più semplici e naturali.

C’è qualche speranza di cambiare qualcosa e di uscire da questa crisi a livello sociale? Naranjo denuncia esplicitamente la mancanza di una politica della consapevolezza. “In politica è entrata l’ecologia ma non l’educazione della consapevolezza e della conoscenza di sé. Oggi l’educazione è solo una forma di obbedienza; ci siamo dimenticati forse del famoso monito di Socrate conosci te stesso?.” L’educazione delle istituzioni scolastiche, assieme a quella che ci proviene dai messaggi quotidiani dei mass media, si esprime infatti in forma autoritaria, mostrandosi intenta piuttosto a reprimere o a imporre “dogmi” e “diktat” piuttosto che educare nel profondo.

In ogni vita individuale è nella morte dell’ego, con tutte le sue soluzioni infantili ed egoistiche, che sta la speranza della rinascita. Questo processo di morte-rinascita, che le leggende mitologiche chiamano il viaggio dell’eroe, può essere valido anche per la civiltà. La morte della civiltà può portare allora ad una rinascita rigenerazionale, così come si racconta anche nel mito bibblico del diluvio universale. Questo può avvenire unicamente se c’è consapevolezza degli errori commessi, per non ripetere così i fallimenti del passato. L’alternativa al patriarcato non è però il matriarcato, ma il raggiungimento di un’armonia interiore a livello individuale. Naranjo insiste sul fatto che la nostra urgenza è nel far coesistere all’interno di noi una “famiglia psicologica”, composta da padre (intelletto, razionalità), madre (emozioni, compassionevolezza) e figlio (istinto, creatività). E sarà solo una società che valorizza contemporaneamente questa trinità di valori che può avere la possibilità di sopravvivere più a lungo.

Dedicato a quelli del Cancro

Canone cancrizzante è un’opera di Escher, famoso grafico e incisore olandese, il cui stile inconfondibile era quello di raffigurare nel medesimo contesto prospettive surreali e contrastanti (scale e cascate che sembrano scendere ma anche salire, figure che si compenetrano con i loro sfondi, ecc..). Il granchio di Escher avanza e indietreggia allo stesso tempo, cosa che ci ricorda lo strano e goffo andamento del crostaceo in natura. Il titolo dell’opera si ricollega al canone cancrizzante (o inverso) di Bach nell’Offerta Musicale, in cui il tema può essere letto da capo a fine o viceversa, come se si riflettesse allo specchio.

 

Lo stesso avviene nella disposizione cosiddetta “palindrica”dei due filamenti del DNA nel granchio, dove la sequenza dei codici genetici assume una struttura del tutto speculare.

Questa ambiguità tra avanzamento e indietreggiamento è una delle principali caratteristiche del quarto segno dello zodiaco, il Cancro. Potremmo anche definirla come tendenza alla regressione vitale, e nessuno più dei nativi di questo segno è sedotto da quello che in psicologia è noto come richiamo dell’utero materno, che nell’infanzia si trasforma in legami fusionali con la madre e più tardi negli anni diventa complesso materno più o meno accentuato. “Cerca la madre, troverai il Cancro” (o viceversa) potrebbe essere la sintesi estrema per definire questo segno. Regressione all’utero significa in pratica “vivere molto di più il passato che il presente”. Ricordi, nostalgie, relazioni idealizzate e poi vanamente inseguite, legami a schemi familiari, compulsività verso il cibo e ogni bisogno primario (surrogati del seno materno), ecco il mondo dei Cancro, popolato dai fantasmi dell’infanzia e dell’adolescenza, quando l’amore incondizionato della madre era l’unico insostituibile e non poteva essere messo in discussione. Non solo il passato, ma anche il futuro può condizionare e deformare la vita di questi esseri così teneri e sensibili. L’immaginato, l’irreale (o surreale), le fantasie, i voli pindarici, i sogni (un altro motto potrebbe essere “sognerà la sua vita se non può vivere il suo sogno”), insomma tutto pur di evitare la rude e prevedibile realtà o il noioso tran tran della quotidianità.

Consigli per sconfiggere questa inguaribile tentazione di “immaginare la vita”, che in concreto diventa una “pigrizia del fare” e che alla lunga può trasformarsi in “paralisi dell’agire” o, ancor peggio, “paura di vivere”?  Non rimandate mai a un domani imprecisato le cose che dovete fare nell’immediato, rendete attiva e proficua la vostra immaginazione, portate a termine i vostri progetti, viaggiate molto in Paesi stranieri e lontani (per rendervi conto che la casa e la famiglia sono solo mondi che vi limitano), godetevi la quotidianità con la cura e l’attenzione del vostro corpo, con la contemplazione dei suoi tramonti e dei chiari di luna che si riflettono sul mare notturno, gustatevi i buoni vini e i cibi che vi cucina la vostra partner (se li fate voi ancora meglio, ma purchè non corriate ancora a casa da vostra madre a mangiare, poichè convinti che “come lei non cucina nessuno”). In ogni caso, come suggeriva il poeta latino Orazio con il suo “carpe diem”, vivete nel presente e non nel passato o nel futuro. Ma ricordate sempre la parola “coraggio”, che letteralmente significa anche “agire col cuore”. E voi di cuore ne avete tanto, ma non sprecatelo nei labirinti della vostra mente.

Roberto Daris (nato l’8 luglio)

Desiderio di amare o di apparire?

Secondo un’indagine svolta su 1.479 giovani fra i 14 e i 24 anni nel Regno Unito, è emerso che Instagram, nota piattaforma di condivisione foto e video, sarebbe la peggiore in termini di effetti sulla salute mentale e sul benessere psicologico. E’ altresì contraddittorio rilevare che la stessa Instagram abbia raccolto punteggi elevati in termini di promozione della propria identità ma negativi per quanto riguarda ansia e depressione.
Ciò però non dovrebbe più di tanto stupire gli psicologi, ai quali è noto che una caratteristica peculiare del disturbo narcisistico è la rapida e discrepante alternanza tra percezione grandiosa e miserevole di sé. E’ per tale motivo che l’ostentazione di un’immagine volta ad impressionare l’altro, esibendo caratteristiche reali o simulate (fotoshoppate) che incontrino conferme esterne del proprio valore, alla fine va a controbilanciare i valori bassi di stima personale e le ferite narcisistiche derivanti da una non considerazione di se stessi.


L’ipervalutazione dell’immagine e la sovradipendenza dall’ammirazione hanno trovato un humus ideale nel costume collettivo del selfie, con la conseguente quantità di immagini che vengono postate, condivise e girate. L’importanza dei like riflette poi la necessità del “bisogno di piacere agli altri”, e ciò è significativo del trend narcisistico che caratterizza la psiche collettiva contemporanea, in una civiltà che si autodefinisce dell’immagine e dà all’immagine la possibilità di un uso esasperato e distorto di sè.
Gli psicologi sanno anche che chi vuole essere ammirato dal generico ed indistinto occhio dell’Altro, non fa che sottrarsi al confronto e alla responsabilità della relazione singola. Il mito di Narciso, non a caso, ci insegna che il narcisista è refrattario al contatto ravvicinato, e questo indipendentemente dalla bellezza e dall’attrazione che può esercitare. Narciso è strutturalmente incapace di amare e di vivere emozioni, e nulla più di una foto postata o di un tatuaggio che irride l’invecchiamento del corpo rispecchiano il suo cuore congelato.
La società moderna trascura pericolosamente la differenza tra godimento e desiderio, cosicchè il partecipare al “circo delle emozioni mediatiche”, che il cellulare o l’Ipad di ultima generazione sono in grado di garantirci, ci portano in fondo a rinunciare al desiderio del singolo altro (magari per temerne il rifiuto), per preferire invece una vita ipocritamente narcisista che si riduce alla ludica quotidianità del futile.

Dice Massimo Recalcati: “Le depressioni contemporanee non si producono più per un venir meno dell’oggetto d’amore ma da un eccesso di presenza dell’oggetto di godimento. Sono depressioni da confort, da routine, depressioni che scaturiscono all’apice maniacale del divertissement. Ma il loro fondamento sta nell’isolamento autistico, che sembra annullare
ogni iato tra l’essere e il sembiante, consolidando piuttosto l’essere del soggetto nell’identità senza divisioni di una maschera sociale che sembra cancellare la singolarità del desiderio”.