Carattere e destino nei segni zodiacali

Onorata in passato da uomini come Paracelso, Giordano Bruno, Keplero e Galileo, considerata fin dagli albori delle civiltà come la regina delle scienze, divenuta poi nel Rinascimento la folle madre dell’astronomia, per essere infine accantonata dal mondo scientifico come una malefica strega o, peggio ancora, come una vecchia prostituta, che valore possiamo dare oggi all’astrologia?

    Di recente è stata la psicologia, l’unica tra le scienze moderne, a trovare maggior affinità e condivisione con l’astrologia. Psicologi della fama di Jung e Allendy sono stati sorpresi nell’osservare un collegamento diretto tra i complessi psicoanalitici e la carta astrale dei pazienti, constatando l’esistenza di un preciso nesso tra l’astrologia e la psicologia.  Assecondando un vecchio adagio latino, astra inclinant sed non necessitant, il quale ci ricorda che le stelle possono predisporre ma non determinare il destino degli uomini con influssi astronomici a distanza, sembra più logico e sensato avere dell’astrologia una concezione simbolica, immaginandola come matrice qualitativa dei variegati comportamenti umani.

    Fu il filosofo Plotino, erede di Platone nonché grande astrologo della Grecia antica, a considerare pianeti, segni zodiacali e configurazioni astrali non come causa di eventi ma esclusivamente come “simboli che li indicano”. Egli sosteneva che l’azione di una parte su un’altra non dipende dalla vicinanza delle parti stesse ma bensì dalla loro similitudine; ad esempio, Marte decide sui comportamenti aggressivi e rabbiosi di un individuo non per un influsso astronomico diretto,  ma perché tale astro è simbolo di quei comportamenti. E’ pertanto unicamente in virtù dell’azione simpatica tra due entità simili, all’interno di un cosmo unitario e indivisibile, che tra l’astro e l’uomo si stabilisce una simultaneità globale di somiglianza e non una concatenazione di cause ed effetti.

    Gli psicologi sono concordi nell’affermare che l’elemento fondamentale della vita psichica è una forma del tutto spontanea e primordiale di attività di derivazione istintuale, ossia la tendenza. Si tratta in sostanza di un asse comune che organizza allo stato potenziale l’azione psichica e fisica di ogni individuo, e con essa una direzione di massima del suo comportamento. Tutti noi tendiamo verso certi modi di essere, e ciò avviene grazie al principio di plasticità delle tendenze. Per tale motivo, i dodici segni zodiacali possono essere interpretati come famiglie di tendenze – composte da racconti mitologici, psicologie comportamentali, modelli relazionali, tipi di mentalità o di sensibilità, costituzioni morfologiche, funzioni fisiologiche e patologie del corpo umano – che nel loro complesso inclinano alle diverse attitudini umane. Nel caso del Sagittario, per esempio, all’attitudine “espansione” corrisponderà un insieme di tendenze psicofisiche come l’istinto di grandezza, l’altezzosità, la boria, l’ipertrofia narcisistica dell’Io, il bisogno di appartenenze ampie, l’attitudine ad uno stato di benessere e di ricchezza (morale o materiale), l’umore ottimista, le forme corporee dilatate (allungate, arrotondate o elastiche), l’energia cinetica e gli organi che la producono (fegato, muscoli e vasi sanguigni), i problemi di sovrappeso e le cosiddette patologie del benessere (diabete, aterosclerosi, gotta).  

    Più in generale,  un nostro modo peculiare di essere è descritto nell’oroscopo di nascita, che può essere immaginato come la combinazione di due o più segni astrologici, i quali determineranno, sempre con modalità tendenziale, sia il carattere che il destino di ciascun individuo. Fu il poeta romantico tedesco Georg Friedrich Philipp Freiherr von Hardenberg, noto con lo pseudonimo di Novalis, a dire che “il carattere è destino”. Anche Schopenhauer, dal canto suo, si è posto la seguente domanda: “è possibile una completa sproporzione tra il carattere e il destino di un uomo?” Possiamo credere, allora, che gli eventi della vita siano attratti dal carattere di ognuno di noi, come se invocati da qualche entità ultraterrena che si preoccupa segretamente di un singolo destino? La cristianità se la raffigurò come un angelo custode, ma ancor prima fu il genius degli Etruschi, il daimon dei Greci e lo spiritus familiaris dei dotti e dei maghi. Eraclito affermava che “l’indole è per l’uomo il suo daimon”. Lo stesso Platone, alla fine della Repubblica, immaginava che nell’aldilà fossero le anime di ogni mortale a sorteggiare il proprio destino, per poi dimenticarsene dopo aver bevuto l’acqua del fiume Lete. Sarà anche qui un daimon a ridestare la memoria dell’anima dopo la sua discesa sulla terra, risvegliando quel destino assopito dall’antica dimenticanza.

    Dove è possibile ritrovare ciò che la nostra anima non ricorda più? Un modo è quello di risalire alla memoria collettiva dell’umanità, luogo remoto in cui Jung ha scoperto gli archetipi dell’inconscio collettivo e che Hillman ha immaginato come un’antica “sala delle memorie”, metaforica mostra permanente di effigi mitologiche. Gli archetipi, da intendersi in senso strettamente etimologico come “primi modelli”, nella mitologia diventano modi esemplari di comportamento attuati per la prima volta dagli dèi, che gli esseri umani hanno cercato di imitare nel lungo corso della storia. E’ solo imitando gli dèi, invero, che al comune mortale è data la possibilità, come in un sogno o una visione, di eliminare la distanza che separa il tempo profano della quotidianità dalla sacralità del tempo mitico. E’ nella rilettura dei miti, dunque, che sentiamo di appartenere ad una “famiglia mitologica” di tendenze comportamentali, eternamente presenti nella storia dell’umanità. E’ per questo motivo che le azioni di Zeus o Dioniso, di Era o Persefone, riescono ad attrarci misteriosamente in zone confortevoli di accoglienza. La psicologa junghiana Jean Sinoda Bolen diceva che “quando vi accade di interpretare il mito di un dio o di coglierne il significato, razionalmente o intuitivamente, come qualcosa che riguarda la vostra vita, questo può avere la stessa forza d’urto di un sogno, che fa luce su una situazione e sul vostro carattere”. Sembrerà così di entrare in un nobile castello e di attraversare dodici stanze impolverate – se pensiamo all’associazione tra la mitologia e i segni zodiacali – dove qua e là ritroviamo noi stessi, le nostre abitudini, le nostre virtù, ma anche gli scheletri nell’armadio e la messa a nudo di vizi e pudori, che vorremmo tener nascosti e che difficilmente confidiamo in pubblico.

    Ciò significa che ogni carattere individuale va immaginato come un gruppetto prescelto di “dèi interiori” – o, equivalentemente, di archetipi zodiacali  corrispondenti – che al pari di un daimon personale, vegliano sul nostro destino e ne tessono segretamente la trama.  Può succedere che alcuni dèi trovino una certa difficoltà ad esprimersi, poiché ostacolati dal lato cosciente della personalità o da retaggi familiari, stereotipi sociali e condizionamenti ambientali di vario tipo. Ma il “principio di totalità psichica” ci impone di riconoscere e rispettare tutti gli dèi che ospitiamo, e con essi il loro bisogno di recitare la parte di copione previsto dal destino che ci attende. Non a caso, sin dall’antichità, gli dèi sono stati sempre riconosciuti dalla collettività, con riti, tributi e festività in loro onore, poiché solo così si evitavano le punizioni che sarebbero derivate per l’offesa seguita alla dimenticanza. Non riconoscere oggi i nostri dèi vuol dire proiettarli all’esterno, imputando per esempio ad altri le colpe e le ombre delle nostre azioni, oppure, ancor peggio, farli diventare demoni interiori, possessioni, complessi psicologici, malattie del corpo o dissociazioni schizofreniche.   

    Sempre nell’antichità, sul frontone del tempio di Apollo a Delfi, considerato l’oracolo per antonomasia, troneggiava la scritta gnothi sauton (conosci te stesso). Ciò esorta a riconoscere e rimembrare tutte le divinità che ci sono simili e familiari. Ecco il dovere di tutta una vita, il dharma che nei testi vedici equivale a ricordare lo scopo della reincarnazione. Per farlo bisogna ritornare all’illud tempore dei miti, al c’era una volta delle fiabe. Lì troveremo il paradiso perduto e atemporale degli archetipi, dove tutto accadde per la prima volta e iniziarono le infinite imitazioni degli esseri umani. Per capire quali di queste ci sono più affini, si può ricordare un altro inizio, quello della nostra nascita nell’universo, momento in cui la firma divina ha sottoscritto la nostra carta astrale.

    Il compito della moderna astrologia, in definitiva, non è quello di prevedere semplicemente il destino ma di aiutarci a riconoscere, assieme agli dèi che albergano nell’anima, gli archetipi zodiacali che contraddistinguono il carattere velatamente inscritto in ogni oroscopo natale. Questo ci permette anche di immaginare la vita come l’ingrandimento della nascita, e constatare che tutto quello che si verificherà nel destino è stato già in qualche modo anticipato nell’evento in cui emanammo il primo respiro. Più poeticamente, negli Scritti Orfici, Goethe esprimeva così la metafora dell’oroscopo astrologico: “Allo stesso modo in cui nel giorno in cui nascesti il sole si offrì al saluto dei pianeti, così in seguito crescesti in base alla legge di quell’ora. Così dev’essere, sfuggire non puoi. Già lo dissero profeti e sibille, e nessun tempo e nessuna forza può spezzare la forma già coniata che vivendo si evolve.”


Numeri che avvicinano al sapere assoluto

Nel corso della sua storia millenaria l’umanità si è interrogata spesso sull’esistenza di un “sapere trascendente”, che si sottrae ad ogni logica e che sembra coordinare l’accadere degli eventi. L’uomo primitivo attribuiva a questo misterioso sapere un potere magico e soprannaturale. Si pensava, per esempio, che fosse lo spirito di un nemico a causare la malattia o la morte, mentre era uno stregone a mandare il coccodrillo che nel fiume aggrediva qualche malcapitato. Nell’antica Cina la “causalità magica” dei primitivi divenne il senso del Tao, invisibile e impercepibile, che organizza l’ordine universale con la semplice alternanza di due forze complementari, madre-Yin e padre-Yang di tutto ciò che accade. In Occidente fu l’enantiodromia di Eraclito a proporsi come la filosofia più fedele al pensiero taoista. Il sapere assoluto, che conferiva senso e ordine a tutta la realtà conoscibile, era immaginato come un processo unico e invariante di fusione tra mutamenti ed opposti ambivalenti. Un secolo dopo, sempre in Occidente, Platone formulò la sua dottrina delle Idee, che prevedeva l’esistenza di una conoscenza trascendente capace di mettere in contatto il mondo eterno e immutabile delle Idee-archetipi con tutte le cose mutevoli del mondo fisico. Secondo la filosofia di Platone, ogni dettaglio microcosmico del mondo materiale tende ad imitare la perfezione dei modelli-Idee, perché aspira a ritrovare una sua corrispondenza nell’intellegibilità sovraordinata del macrocosmo. La stessa concezione totalitaria è presente nel Tao, dove gli eventi singoli non contano in sé e per sé, ma risuonano sempre con qualcosa di simile nel quadro cosmico generale. Deve pertanto esistere, da qualche parte, un sapere assoluto, che trova la sua manifestazione attraverso un rapporto di similitudine tra microcosmo e macrocosmo. Fu questo il credo esoterico posto a fondamento di tutte le pratiche di alchimia, magia e astrologia.

È vero senza menzogna, certo e verissimo, che ciò che è in basso è come ciò che è in alto e ciò che è in alto è come ciò che è in basso per fare i miracoli di una sola cosa. E poiché tutte le cose sono e provengono da una sola, per la mediazione di una, così tutte le cose sono nate da questa cosa unica mediante adattamento.”

Sono le parole di Ermete Trismegisto, incise su una tavola di smeraldo ritrovata in Egitto prima dell’era cristiana e che costituiscono il compendio dell’antica tradizione ermetica. L’adattamento cui fa riferimento Ermete Trismegisto divenne la “simpatia di tutte le cose” (simpateia ton olon) di Posidonio, filosofo di Rodi vissuto nel primo secolo avanti Cristo. La sua dottrina conferì all’uomo, materiale nel corpo e ultraterreno nell’anima, la funzione intermediaria tra mondo terreno e sfere celesti. Da questa premessa ispiratrice fiorirono la teoria medioevale della corrispondentia e la filosofia neoplatonica del periodo rinascimentale.

Simpateia e corrispondentia furono, nondiméno, concetti imprescindibili nel pensiero di due illustri medici dell’antichità. Ippocrate immaginò la simpatia come “un unico confluire, un unico cospirare sentendo tutto insieme”, mentre Paracelso localizzò nell’essere umano l’unica corrispondenza possibile di tutto ciò che accade in terra e in cielo. Per Keplero, invece, era nel cuore della Terra, dove la temperatura sotterranea si mantiene costante, che andava ricercato il segreto della corrrispondenza. Lì era custodita l’anima terrae, una specie di grembo materno dotato di facultas formatrix, da cui nascevano le geometrie di metalli, minerali, fossili e cristalli, che poi anticipavano nella forma e nella sostanza tutti gli oggetti del mondo esterno. L’anima terrae era anche responsabile dei fenomeni meteorologici; ad esempio, la pioggia eccessiva era considerata come un sintomo di malattia della Terra. Un tale assunto era peraltro in linea con la visione geocentrica dell’astrologia tolemaica, che prevedeva la Terra, e non i pianeti, come sede di sincronicità degli eventi.

Un secolo dopo, ispirato dalla teoria kepleriana, fu Leibniz a sviluppare il suo pensiero filosofico incentrato sul concetto di “monade”. L’atomismo materiale di Democrito venne così rimpiazzato da un atomismo spirituale, una sinfonia di universi in miniatura, indipendenti tra loro ma in grado di accordarsi in virtù di un sapere assoluto e divino. Leibniz chiamò harmonia praestabilita questa conoscenza a priori, per mezzo della quale Dio forma le sostanze individuali in modo così perfetto che esse si accordano per necessità, seguendo ciascuna le sue leggi preordinate.

Nel secolo diciottesimo il fascino di un sapere trascendente, simile ad un regista divino che coordina l’accadere delle cose, fu oscurato definitivamente dal determinismo di Newton, unica possibilità di concepire la materia attraverso la mente. Ma già a metà del diciannovesimo secolo, pur in un clima generale di ostinato materialismo, l’antica credenza di un Tutto intelligentemente connesso riapparve nella filosofia audace e rivoluzionaria di Schopenhauer. Il suo breve trattato Speculazione trascendente dell’apparente disegno intenzionale nel destino dell’individuo, che tanto influenzò sia Freud che Jung, inizia con la citazione di Plotino “il caso non esiste nella vita, ma c’è solo un ordinamento armonico”. Il filosofo di Danzica era convinto che, a fianco della legge di causalità fisica, responsabile solo in parte degli eventi del mondo materiale, agisse una volontà trascendente paragonabile alla divina provvidenza. L’antico motto “sic erat in fatum” andava visto, allora, come un apparente disegno intenzionale, capace di unire la contingenza dei fenomeni con l’intima necessità di ogni individuo. La fervida immaginazione di Schopenhauer vedeva il processo del mondo come un’infinità di singole catene di cause e effetti, assimilate a dei meridiani che scendono dal polo nella direzione del tempo e che risultano connessi reciprocamente tra loro da cerchi paralleli. I caratteri dei singoli individui apparirebbero così legati tra loro da eventi che, pur apparentemente privi di rapporto causa-effetto, poiché appartenenti a meridiani diversi e lontani nello spazio, si troverebbero in un certo istante connessi simultaneamente dai paralleli orizzontali, proprio come avviene nelle coincidenze significative della sincronicità.

Comunque si tenti di dare nome o forma ad un sapere assoluto e numinoso, in grado di legare sensatamente tutti gli eventi del mondo vivente e inanimato, pare che ad esso non sia mai concesso di rivelarsi completamente. E agli esseri umani, di questa conoscenza arcana, non rimane che la copia sbiadita e nebulosa, un sapere apparente che può essere reso al più verosimile o probabile. La verità sulle cose è rimasta così da sempre inaccessibile per i comuni mortali, e solo alle muse dell’Olimpo, come scritto nella Teogonia di Esiodo, era concessa la prerogativa divina di rendere le bugie simili al vero.

Le bugie delle muse possono trapelare dai sogni e dalle narrazioni mitiche, dalle figure allegoriche dell’alchimia e della cartomanzia, da intrecci planetari o da formule magiche. Il loro senso usa rivelarsi per simbolismi analogici e non assecondando i ragionamenti della causalità. Sono questi i cenni criptici di un sapere numinoso, dotato di coscienza sfumata che però si sottrae alla logica della mente umana. E’ un sapere “preconcettuale” e privo di soggetto, simile al sapere delle monadi di Leibniz o alla volontà trascendente di Schopenhauer. Nelle coincidenze della sincronicità è sempre un sapere acausale a coordinare gli archetipi dell’inconscio collettivo. Jung li paragonò a nuvole di conoscenza, che si condensano come nuclei di un campo psichico, da cui scaturiscono immagini, simboli e numeri. Sono nuvole di conoscenza anche le tecniche divinatorie, che generando casualmente eventi sincronistici mediante monete, achillee, dadi, fondi di caffè, carte e altro, creano il fato per sapere “che cosa ne pensi l’inconscio” del futuro.

Le nuvole di conoscenza possono arrivare dal cielo, come quel numero che Prometeo dona all’umanità poiché condensato di suprema saggezza; ma possono anche emergere dalla profondità delle acque, sotto forma di un quadrato magico sul dorso di una tartaruga, per dar origine alla più antica tecnica divinatoria che gioca con i 64 numeri dell’I-Ching. Anche secondo Pitagora il sapere assoluto si rivelava sempre travestito da numero, l’unico daimon possibile tra il divino e i fenomeni manifesti della natura. Fu lui per primo a rimanere estasiato dal sorprendente legame tra alcuni semplici rapporti numerici e le note musicali. Era la prova tangibile di una coscienza numerica in grado di coordinare le leggi naturali, e l’unico privilegio che rimaneva agli esseri umani era quello di scoprire nel tempo il mirabile ordine nascosto in eterno nell’universo. E’ ancora una coscienza numerica a rivelarci le dimensioni frazionarie dei frattali, che tanto estasiarono un incredulo Benoit Mandelbrot in tempi più recenti. Seguendo lo stesso percorso tracciato da Leibniz, il matematico polacco scoprì che era una nuova harmonia praestabilita, l’autosomiglianza, a generare universi in miniatura – alberi, tuoni, nuvole, cristalli di neve, coste, catene montuose – e a modellare la geometria complessa della natura mediante semplici rapporti logaritmici.

La fisica moderna ha ipotizzato che l’universo stesso può essere immaginato come un unico frattale, in cui nessuna parte è più fondamentale di altre e dove ogni particella è in reciproca interdipendenza con tutte le rimanenti. E’ l’ipotesi del bootstrap, secondo la quale esisterebbe un’unica matrice di probabilità (nota come matrice S) in grado di prevedere le possibili interazioni nucleari tra adroni, particelle responsabili di tutte le strutture atomiche e molecolari. L’intero universo di adroni genererebbe così se stesso, autoreggendosi e autodeterminandosi nell’unico modo previsto dalla matrice S, la moderna rete di Indra del buddismo Mahayana.

Il Tao della fisica moderna è allora un universo simile ad un mega intreccio particellare, dove il sapere assoluto è la misteriosa “connessione simultanea a distanza” caratteristica dell’entanglement, traducibile in termini matematici ma che trascende le spiegazioni causali dell’intelletto umano. E’ un sapere dotato di protocoscienza numerica anche quello dei numeri quantici, che conferiscono univocamente ordine e forma alle strutture atomiche di tutti gli elementi presenti in natura. Sono di natura probabilistica, al pari della matrice S, la legge dei grandi numeri, il moto browniano, l’entropia e il principio di indeterminazione quantistica, strumenti matematici che spiegano perché percepiamo lo scorrere del tempo e “cosa e come possiamo osservare” dei fenomeni fisici. Sono le leggi numeriche di un sapere apparente, che rendono approssimativo un sapere assoluto altrimenti inconoscibile, nel cui profondo è nascosta la Verità dei presocratici e “il presente in tutti i suoi dettagli” di Heisenberg. In una lettera indirizzata a Jung e datata 12 dicembre 1950, Pauli paragonò le leggi della fisica agli archetipi delle arti divinatorie e della psicologia, postulando l’esistenza di diversi tipi di ordinamento olistico e acausale in natura, all’interno dei quali agiscono spontaneamente principi ordinatori e formativi di immagini, numeri e formule matematiche.

Esiste dunque un sapere assoluto, inizialmente inconoscibile, che giace in un eterno presente privo di limiti spaziotemporali, ma che può essere avvicinato da un sapere apparente fatto di nuvole di conoscenza. Queste “chiazze” di sapere approssimato sono prodotte da nuclei energetici ordinatori e formativi – gli archetipi – che agiscono olisticamente ad ogni livello di manifestazione della realtà. Se la realtà è quella psichica, saranno gli archetipi dell’inconscio collettivo a rendersi conoscibili attraverso immagini, simboli e numeri; se la realtà è quella dei fenomeni fisici, gli archetipi generano costanti universali, modelli matematici e leggi probabilistiche, rendendo così conoscibile e verosimile, su scala macroscopica, un sapere assoluto distribuito sui dettagli di una fittissima rete microscopica, onnicomprensiva e onnipresente, in cui le nozioni di spazio e tempo, così come concepite dalla coscienza degli esseri umani, vengono a dissolversi.

Sin dai tempi antichi i velieri della conoscenza hanno seguito le mappe numeriche di un sapere apparente pur di non perdersi nelle acque infinite e negli abissi insondabili di un sapere assoluto. Fu da quei mari interminabili e lontani da terre sicure, invero, che evaporarono in cielo nuvole di conoscenza e rotte di navigazione. Filosofi saggi e barbuti, ma anche moderni fisici in camice bianco, riordinarono i pezzi di un puzzle cosmico dalle cui combinazioni emersero sorprese inimmaginabili. Scoprirono, per esempio, strani isomorfismi tra gli esagrammi dell’I-Ching e i codoni del DNA, tra gli arcani maggiori della cartomanzia, le lettere dell’alfabeto ebraico e gli aminoacidi partenogenetici. E’ così, del resto, che amò rivelarsi il senso arcano di un sapere primordiale ed eterno dell’esistenza, dotato di coscienza numerica, che non fa differenza alcuna tra materia e psiche, tra fisica e psicologia, tra biologia e divinazione, tra passato e futuro. E per contemplarne i prodigi, basterebbe imbarcarsi su quei velieri ondeggianti, attendere l’imbrunire e fingerci quel giovinetto, che ascolta Archimede mentre loda l’orbita di Urano in una notte stellata.

“Ciò che tu vedi nel cosmo non è che il riflesso del divino, nella schiera degli Olimpi troneggia il numero eterno.”

Un antico zodiaco numerico per la psicologia moderna: l’enneagramma

Il prossimo fine settimana terrò un seminario, assieme alla preziosa collaborazione di Agnese Ujcich, su uno dei temi più affascinanti e dibattuti della psicologia comportamentale moderna: l’enneagramma. Che cos’è l’enneagramma? Mi piace definirlo “zodiaco numerico”, e in effetti di questo si tratta. I nove enneatipi che formano l’enneagramma, al pari dei dodici segni zodiacali, sono degli archetipi comportamentali o, per usare le parole di Jung, dei “modelli primordiali di comportamento umano”. Nel loro insieme costituiscono un deposito ancestrale dei tipici modi di reagire dell’umanità – indipendentemente da differenziazioni storiche o etniche – in situazioni quali la paura, il pericolo, le relazioni fra i sessi o fra figli e genitori, il bisogno di protezione e di appartenenza, il comportamento di fronte all’odio e all’amore, la dedizione al lavoro o il modo di rapportarsi con gli altri.
Gli archetipi comportamentali li troviamo descritti, fin dai tempi più remoti, nei miti e nelle fiabe di tutte le culture, ma si incontrano anche in epoche più recenti nelle opere letterarie, nei romanzi e nei film delle moderne sale cinematografiche. Viene da chiedersi perché l’umanità ha sempre sentito il bisogno di raccontare i suoi “modi di reagire” alle esperienze di vita. Evidentemente, per conscersi meglio psicologicamente. Allo stesso modo, le conoscenze approfondite dei segni zodiacali o degli enneatipi diventano utili “strumenti psicologici di ricerca interiore”, veri e propri chiavistelli per aprire al senso delle nostre esistenze.
Alcuni anni fa fu un seminario sull’enneagramma, proprio dal titolo “I nove volti dell’anima”, ad attirare la mia curiosità. Inizialmente mi venne da pensare che si trattasse di un modo come altri di classificare in categorie gli esseri umani, ma poi mi resi conto che, dietro quella categorizzazione, si nascondeva qualcosa di molto profondo, e cioè una miscela tra antico esoterismo matematico e psicosociologia moderna. In sostanza, è una sequenza numerica a svelare i segreti di un percorso interiore ottimale nella vita. Ho voluto mantenere quel titolo, un po’ in ricordo della mia esperienza personale ma, soprattutto, perchè la finalità del seminario è di offrire ai partecipanti la possibilità di riconoscere la vera identità dell’ anima.
Ciò che distingue essenzialmente un segno zodiacale da un enneatipo è la modalità di appartenenza. Se nell’astrologia il segno è deciso semplicemente dalla data di nascita, l’appartenenza ad uno specifico enneatipo è stabilita da come è stata vissuta la nostra infanzia. A metà degli anni Cinquanta, Karen Horney disse che “di fronte ad un mondo ostile il bambino, per la sensazione di sentirsi isolato, impotente e non amato, sviluppa un’angoscia di base. Ciò lo porta ad affinare una tattica per far fronte alle forze dell’ambiente che agiscono ai danni della sua sopravvivenza. In seguito, nella sua vita, si svilupperanno inconsciamente dei tratti permanenti del carattere, che poi costituiranno la sua personalità di base”. Karen Horney fu anche pioniere della psicologia della “Gestalt” (forma strutturata dotata di senso), che fa riferimento ad un’attitudine psichica in grado di percepire, elaborare parte di stimoli esterni ed edificare una struttura caratteriale a noi consona e apparentemente soddisfacente. Da questa prospettiva il carattere diventa così una struttura cristallizzata e preformata, che reagisce rigidamente solo a determinate interazioni con l’ambiente.
L’enneatipo va visto allora come una “gabbia dell’agire quotidiano”, assimilabile ad una “prigione del bambino interiore”, che per paura di non essere stato amato e protetto nella prima infanzia, fu costretto a snaturare l’essere autentico pur di garantire la propria sopravvivenza.
Conoscere il proprio enneatipo significa “ritornare consapevolmente alle strategie distorte del passato per smontare gli automatismi del presente e del futuro”. Va anche detto che l’appartenenza ad un enneatipo, così come quella ad un segno zodiacale, non cambia nella vita. Ciò che può servire, sicuramente, per un vivere più autentico, è la consapevolezza di navigare meglio possibile nel “fiume della nostra vita”. E proprio come in un fiume, possiamo scegliere se scendere a valle, seguendo conformisticamente il flusso naturale, come fa la maggior parte delle persone, oppure, come hanno il coraggio di fare solo in pochi, cercare di risalire la corrente e riconoscere la sorgente originaria, per vivere coraggisamente un destino diverso, che ci appartiene nell’intimità più profonda, perchè è quello della nostra anima pura e incontaminata, quello che che ci è stato affidato al momento della nascita.
E’ questo il compito più importante di tutti, come avevano capito bene i nostri antenati. “Gnothi seautón” (conosci te stesso) era scritto a caratteri cubitali sul frontone del tempio di Apollo a Delfi, l’oracolo più famoso dell’antichità che veniva visitato per avere informazioni sul futuro.
Il compito principale nella nostra esistenza è, allora, saper distinguere la vera identità da falsi e nevrotici individualismi. E, come insegna la psicologia moderna, i comportamenti nevrotici si sbloccano solo se portati a livello cosciente. In tal senso, la teoria dell’enneagramma si pone come utile dottrina che, prima ci insegna a riconoscere in quale “gabbia caratteriale” siamo stati imprigionati da piccoli, e poi ci dona la chiave per uscire dalla schiavitù di un falso vivere e riconoscere il volto della nostra anima.

Il senso delle coincidenze nella vita

Verso gli anni Cinquanta fu Jung a definire sincronicità la coincidenza temporale tra eventi fisici e stati psichici con analogo contenuto significativo. Il significato che stabilisce il legame di sincronicità non è né causale, cioè spiegato da una causa, né casuale, ossia dovuto al caso, ma unicamente associativo in termini di senso. Eventi fisici sono gli accadimenti quotidiani osservabili all’esterno, mentre vanno considerati come stati psichici interiori i sogni, le visioni, le intuizioni o i presagi. Esempi tipici di sincronicità sono il sogno premonitore che anticipa un evento oppure l’intuizione divinatoria suggerita dalla procedura mantica.

Jung riteneva che i fenomeni di sincronicità potessero avvenire unicamente in presenza di uno stato emotivo, il solo in grado di stabilire un contatto con gli archetipi dell’inconscio. Se si va dal cartomante o dall’astrologo per avere informazioni sul futuro, una prerogativa essenziale è quella di porre una domanda motivata da una forte carica emozionale o affettiva. Anche   Alberto Magno, filosofo e alchimista tedesco vissuto attorno al 1200, sosteneva che “l’emotività (affectio) dell’anima umana è la radice principale di tutte le cose…chiunque può influenzare magicamente ogni cosa, se cade preda di un grande eccesso emotivo.”

Corre l’anno 1829 quando il piroscafo City of Leeds raccoglie a bordo un centinaio di passeggeri, rimasti miracolosamente illesi dopo l’esperienza di cinque naufragi consecutivi, che nell’arco ristretto di 13 giorni vedono coinvolti una goletta, un veliero, due navi e un vascello lungo la rotta Inghilterra-Australia. Tra i naufraghi c’è Sarah Richley, donna anziana e malata, che ha deciso di intraprendere un viaggio così lungo per ritrovare il figlio Peter, partito per l’Australia 15 anni prima senza lasciar traccia di sè. Impietosito dalla donna morente, che in uno stato di delirio e con la vista ormai annebbiata, continua ad invocare il nome del figlio, il medico del piroscafo chiede a uno dei marinai, vittima anche lui dei cinque naufragi, di fingersi Peter Richeley per alleviare le sofferenze di una madre morente. Sincronicità vuole che quel marinaio sia proprio Peter Richeley, che può finalmente riabbracciare e salvare la madre, vissuta poi altri vent’anni, felice e in buona salute. Verosimilmente fu l’emotività congiunta, di una madre bramosa di incontrare il figlio e di un medico commosso dalle condizioni di una donna che sta per morire, a diventare il magico filo che tesse un fenomeno di sincronicità così articolato e che permette l’incontro tra una madre in Inghilterra e il figlio in Australia che non comunicano da 15 anni.

Nel Simposio platonico è sempre Eros a connettere gli archetipi divini con le singole esperienze degli uomini, l’unico daimon capace di ristabilire l’unità originaria e di ricucire lo strappo tra lo psichico e il materiale. Secondo Platone era nella sfera dell’Eros daimonico che si svolgeva tutta la pratica divinatoria e l’arte dei sacerdoti in relazione ai sacrifici e alle iniziazioni e agli incantesimi e a ogni genere di profezia e di magia. Con i mandala divinatori gli uomini tentarono di afferrare la sincronicità e comprendere i misteriosi nessi tra microcosmo e macrocosmo. Nel tradizionale oroscopo astrologico è un duplice mandala, costituito dalla sovrapposizione della ruota zodiacale sul cerchio delle dodici case astrologiche, a connettere l’inconscio collettivo, rappresentato dai segni-archetipi zodiacali, con la spazio-temporalità delle esperienze umane, insita nei punti cardinali del tema natale (ascendente, discendente, fondo cielo e medio cielo), nelle Case e nei transiti planetari.

Anche nell’antica Cina gli sciamani leggevano il futuro su un doppio mandala. Il rito divinatorio consisteva nel far ruotare due tavolette, una rotonda e l’altra quadrata, su un asse verticale e in senso inverso. Nella prima c’era il mandala con l’ottagono dei trigrammi Ho-t’u, che rappresentava l’ordine eterno e immutabile dell’universo con tutte le sue possibilità archetipiche, mentre nella seconda, che conteneva il mandala con gli otto trigrammi Lo-shu, era iscritto l’ordine ciclico del tempo che scandisce il ritmo della vita animata.

Non a caso fu proprio l’I-Ching a convincere Jung che la teoria sulla sincronicità, pur trasgredendo le regole della causalità, potesse assumere un senso nella sfera dell’esperibile psicologico. Ancor prima di Jung fu Richard Wilhelm, nella sua opera di traduzione del Libro dei Mutamenti, a chiamare sincronicità un concetto diametralmente opposto alla causalità, secondo cui qualunque cosa avvenga in un dato momento possiede inevitabilmente la qualità peculiare di quel momento. E così, ogni esagramma dell’I Ching riflette la qualità dell’universo al momento del lancio delle monete. Sempre Wilhelm, ricalcando la filosofia di Eraclito, suggerì di tradurre il Tao dei Cinesi come “senso del mondo”, che ritorna all’Uno indifferenziato dopo aver sperimentato la legge della polarità Yin-Yang intrinseca in ogni fenomeno. E’ il senso dell’Uno, eternamente nascosto in ogni fenomeno biologico, che si auto organizza con leggi preordinate. Non è un senso creato dall’uomo, ma che ha bisogno della coscienza dell’uomo per essere scoperto e decifrato.

I Cinesi credevano che a riecheggiare con il senso del Tao fossero sempre singolarità evocatrici, che poi stimolavano la coscienza degli uomini a creare immagini, simboli o numeri. Per il loro modo di pensare i singoli indizi e le coincidenze accidentali erano più importanti degli eventi ordinari della vita, poiché era così che si rivelala il sapere di un Tutto ordinato, sensato ed efficace. Bastava solo perseguire la filosofia della meditazione, lasciando che le cose accadessero, come hanno sempre insegnato i maestri cinesi. E, come disse anche Jung, “bisogna essere psichicamente in grado di lasciar accadere”, che significa aprirsi alla via immaginativa e lasciarsi guidare dal daimon della passione e del sentimento, in modo da far accadere gli eventi sincronistici che danno significato e senso al nostro destino.

In verità c’è sempre un senso nelle coincidenze della vita, il problema è saper cogliere i suggerimenti e trascrivere i messaggi che ci inviano. I Celti lanciavano in cielo le rune per captare i sussurri delle divinità, mentre nelle sedute medianiche i Cinesi si affidavano alla planchette, la “matita volante degli spiriti”. Comunque si tenti di avvicinare, di fatto o con l’immaginazione, il regista divino capace di coordinare le trame delle esistenze umane, possiamo condividere l’opinione di Doris Lessing, che vedeva nelle coincidenze “lo stratagemma che Dio utilizza per restare anonimo”.

L’oroscopo di Gesù

Il mistero che avvolge il momento della nascita di Gesù ha appassionato e incuriosito molti teologi, biblici, storici ed astrologi di ogni epoca. Quello che si può dire sicuramente oggi è che la sua nascita non coincide di certo con il 25 dicembre dell’anno zero, anche se questa certezza non modificherà la tradizione di festeggiare il Natale qualche giorno dopo il solstizio d’inverno. Tanto più che è tutta la mitologia, e non solo la religione cristiana, a far coincidere la nascita degli dèi solari al 25 dicembre, giorno in cui il sole riprende astronomicamente a muoversi dopo quattro giorni di arresto (sosltizio deriva dal latino solstitium, composto da sol-sole e sistere-fermarsi)

Molte fonti autorevoli concordano nel delimitare l’evento natale del Messia tra il 7 e il 6 a.C., periodo in cui si verificò per tre volte la congiunzione Giove-Saturno nel segno dei Pesci. Fu questa configurazione astrale, visibile e molto luminosa nei cieli notturni del Mediterraneo, ad essere stata scambiata come la stella cometa di cui si racconta nel Vangelo di Matteo, che brillò nel cielo di Betlemme all’arrivo dei re magi dall’Oriente. Essi provenivano dall’antica Babilonia, luogo in cui l’astrologia era molto diffusa e dove sarebbe stata prevista proprio in quegli anni la nascita del “dominatore del mondo”. Tale ipotesi sembra avvalorata da due versetti nel secondo capitolo di Matteo: “Nato Gesù in Betlemme di Giuda, al tempo di re Erode, ecco dei magi arrivare dall’oriente a Gerusalemme, dicendo:”Dov’è il re dei Giudei? Abbiamo veduto la sua stella in Oriente e siamo venuti ad adorarlo”.

La tentazione di indagare sulla nascita di Gesù non rimase circoscritta nell’ambito esoterico, ma sconfinò  anche nell’erudito mondo scientifico. Pare che il primo ad occuparsene fu Gerolamo Cardano, genio eclettico nato alle soglie del Cinquecento, che nel corso di una vita tribolatissima si occupò di molte cose. Oltre ad essere un medico di professione, inventò il giunto che porta ancora il suo nome e che congiunge lo sterzo delle automobili ai semiassi delle ruote anteriori. Fu anche un grande matematico con la passione del gioco d’azzardo, grazie al quale gettò le basi del calcolo delle probabilità. Ma fu anche astrologo, e una volta si dice che fece l’oroscopo a Gesù Cristo, molto probabilmente facendo fede alla congiunzione Giove-Saturno in Pesci di cui si narra nella Sacra Scrittura. Qualche decennio dopo, nel periodo in cui l’astronomia capovolse coraggiosamente la teoria geocentrica, forse il dogma della Chiesa più duraturo e ostinato, il mistero della nascita di Gesù contagiò un altro grande scienziato dell’era moderna. E’ il mese di dicembre nell’anno 1603 quando il celebre Keplero, che con le sue tre leggi getterà le basi dell’astronomia moderna, osserva nel cielo di Praga la luminosissima congiunzione di Giove e Saturno nella costellazione dei Pesci. I suoi calcoli lo portano a stabilire che lo stesso fenomeno deve essersi verificato anche nel 7 a.C. Sempre Keplero scoprì un antico commentario alla Sacra Scrittura del rabbino Abarbanel, dove si ricorda che, secondo una credenza ebraica, il Messia sarebbe apparso proprio quando Giove e Saturno avessero unito la loro luce in cielo nel segno dei Pesci.

Più di due secoli dopo è il danese Munter a scoprire un commentario ebraico al libro di Daniele, risalente al periodo medioevale, in cui alcuni dotti giudei descrivevano la congiunzione Giove-Saturno nei Pesci come un “segno del cielo” che accompagnava la nascita del Messia. I calcoli di Keplero trovarono un’ulteriore conferma in un antichissimo papiro egizio, conservato ancor oggi a Berlino e pubblicato nel 1902 col nome di Tavola planetaria, dove sono riportati con esattezza i moti dei pianeti osservati dal 17 a.C. al 10 d.C. Qualche anno più tardi, nel 1925, venne ritrovato il Calendario stellare di Sippar, tavoletta in terracotta con scrittura cuneiforme, proveniente dalla città sulle rive dell’Eufrate che fu sede di una famosa scuola di astrologia babilonese. Nel documento sono elencate le date precise della triplice congiunzione di Giove-Saturno nel 7 a.C.: il 29 maggio, il 1° ottobre e il 5 dicembre. Anche la simbologia astrologica usata nell’antica Babilonia pare consolidare l’ipotesi di una nascita del redentore: Giove era il pianeta dei dominatori del mondo, Saturno il pianeta protettore d’Israele, mentre la costellazione dei Pesci era associata alla “Fine dei Tempi”, cui doveva coincidere l’inizio di un’era messianica.

La data e l’ora precisa della nascita di Gesù Cristo (domenica 1 marzo 7 a.C., Betlemme ore 1:21) sono state ipotizzate dal reverendo Don Jacobs (1927-1981), biblista e astrologo americano, studioso che più di ogni altro si è dedicato alla ricostruzione dell’oroscopo virtuale di Gesù. Molto probabilmente si tratta di ipotesi effettuate a posteriori, in modo da far corrispondere le posizioni dei pianeti e il loro significato simbolico con quanto si racconta della vita di Gesù Cristo. Alla congiunzione Gove-Saturno nei Pesci Don Jacobs fa coincidere anche quella di altri pianeti (Sole, Luna, Venere, Urano), ipotizzando tra l’altro la nascita di Gesù in una notte di Luna Nuova, simbolo per antonomasia di un ciclo che si rinnova. Tenuto presente che la congiunzione di questi sei pianeti avviene ogni cinque milioni di anni, ciò potrebbe comprovare l’eccezionalità di un evento come quello che annuncia la nascita di un Messia.

E’ plausibile anche che il reverendo abbia stabilito l’ora di nascita in modo da far cadere l’ascendente nel segno del Sagittario, che spesso viene associato alla spiritualità e alla religiosità. L’inizio di marzo come data di nascita garantisce invece che un cumulo di sei pianeti si trovi nel segno dei Pesci, tra l’altro in opposizione al pianeta Plutone, noto simbolo astrologico di resurrezione.  A rafforzare l’impronta pescina dell’oroscopo c’è poi il trigono (120 gradi, evidenziato dalla riga blu più lunga nell’oroscopo) che Nettuno, governatore di questo segno, forma con lo stellium di pianeti nei Pesci. Perché l’enfasi di un segno come quello dei Pesci potrebbe rendere credibile l’oroscopo di Gesù e quindi, indirettamente, anche l’ipotizzato momento della sua nascita? Autorevoli astrologi, che in epoca recente si sono occupati anche di psicologia, sono concordi nel ritenere i seguenti tratti caratteriali come caratteristici del dodicesimo segno zodiacale: identità plasmata sul collettivo, conflitto altruismo-vittimismo (identità del “martire”), conflitto idealizzazione di sé – autodistruzione, vocazione al sacrificio, spirito di abnegazione, fuga dalla realtà (illusioni, avventure estreme, onirismo, misticismo, alcool, droghe), rassegnazione passiva generalizzata (tendenza all’autolesionismo e al masochismo psicofisico).

Non avremo mai la prova che il reverendo Don Jacobs abbia sollevato definitivamente il lembo su uno dei più grandi misteri della storia dell’umanità. Di certo si continuerà a fantasticare e a giocare con libere associazioni psicologiche e deduzioni a posteriori. E chissà se forse un giorno un dubbio aleggerà sulla nostra fede cristiana e giungeremo a concludere che, al pari di altre divinità solari della mitologia antica, Gesù Cristo non sia mai nato ma ancora eternamente presente tra noi, con le immortali vesti psicologiche  di un archetipo, quello dell’eroe sofferente che redime la collettività dai peccati.

Il tempo del “giusto accadere”

Nell’antichità il tempo, oltre che essere inteso come cronologia di istanti, era anche considerato come sequenza di momenti qualitativi. Oggi è difficile farsi un’idea di cosa sia la qualità del tempo. La teoria del tempo qualitativo afferma che ogni momento del tempo attrae a sè soltanto quegli eventi con qualità a lui simili. Una tale concezione del tempo era tipica soprattutto dell’astrologia, della magia, dell’alchimia e della medicina; ad essa facevano riferimento i saggi e i sapienti, gli unici ritenuti in grado di interpretare il futuro.

Nel mondo antico ci si preoccupava sempre di iniziare “nel momento giusto” una qualsiasi cosa (nuova nascita in una famiglia regnante, celebrazione di nozze regali, possibilità di un intervento bellico, proclamazione di uno Stato), dato che quell’evento sarebbe poi proseguito in base alla qualità del tempo in cui ha avuto inizio. Per questo i sacerdoti facevano l’oroscopo, per “guardare nell’ora” dell’evento (hora-ora, skopein-guardare) e benedire gli sviluppi futuri che ne sarebbero seguiti in base alla posizione planetaria di quel momento.

Jung diceva che “tutto ciò che è generato o fatto in un certo momento del tempo ha le qualità di quel momento del tempo”. Allo stesso modo, Goethe immaginò il momento della nascita come lo stampo di una moneta che vive nel tempo:

Allo stesso modo in cui nel giorno in cui nascesti il sole si offrì al saluto dei pianeti, così in seguito crescesti in base alla legge di quell’ora. Così dev’essere, sfuggire non puoi. Già lo dissero profeti e sibille, e nessun tempo e nessuna forza può spezzare la forma già coniata che vivendo si evolve.

Il marchio di qualità dell’esistenza umana, secondo il drammaturgo tedesco, era dunque impresso nell’oroscopo astrologico, la “legge dell’ora” in cui “il sole si offrì al saluto dei pianeti”. Gli eventi della vita di un individuo tendono ad accadere, dunque, in sintonia con le qualità archetipiche riflesse nella dislocazione dei pianeti al momento della nascita. Il musicista e astrologo Dane Rudhyar sosteneva che “gli eventi non accadono ma siamo noi che accadiamo ad essi”. Per tale motivo, dobbiamo ritenere il libero arbitrio di un essere umano inesorabilmente condizionato dagli eventi che sono a lui peculiari, quelli cioè che possiedono la stessa qualità dell’istante della sua nascita.

C’è senz’altro un tempo uguale per tutti, quello degli orologi che fissano gli appuntamenti delle nostre agende, ma c’è altresì un tempo soggettivo, il cui flusso scorre in conformità alla legge di nascita e ai futuri transiti dei pianeti. Nel suo capolavoro Essere e Tempo Martin Heidegger distingue tra tempo oggettivo-quantitativo, quello della quotidianità e dell’omogeneizzazione, che ci incatena in un “fare inautentico” privo di senso esistenziale, e tempo soggettivo-qualitativo, dove il tempo rispecchia l’essere e dove l’accadere dei nostri eventi è l’unico tempo per agire. E’ questo il tempo autentico del principio d’individuazione, dell’unico destino che ci spetta dall’istante di nascita, in cui non conta quanto vivo e cosa faccio, ma come vivo e chi sono.

Anche i Greci distinguevano tra chronos, il tempo lineare e regolare, del prima e del poi, della vita che conduce alla morte anonima, che Aristotele chiamava tempo “delle azioni imperfette”, e kairos, il tempo del “giusto accadere”, opportuno e propizio, unico e irripetibile, destinato in sorte a chi lo riconosce come proprio. Una scultura in bronzo di Lisippo riproduce Kairos come un giovane di bell’aspetto, che dà l’idea di fugacità giacchè dotato di ali alle spalle e ai piedi. Ha capelli solo sulla parte anteriore del capo, e se lo si vuole acchiappare non c’è possibilità di attesa o ripensamenti, poiché una volta passatoci davanti diventa inafferrabile, dato che la sua nuca è calva. Con la mano sinistra tiene una bilancia, che viene spostata dal suo equilibrio naturale con l’indice della mano destra.

La sua effige sembra ricordarci gli instabili e fuggevoli momenti della giovinezza, in cui si sfida il conformismo degli adulti e si ha il coraggio di vivere l’estasi del momento, come un’equilibrista sospeso ad un filo. Kairos è un demone fugace, un daimon che ci segue come un’ombra, che ci trasporta in una dimensione sovrumana e si manifesta come ispirazione o tentazione. E’ la divinità del carpe diem, che arresta il tempo e che impone la pienezza dell’istante, come quella che sancisce il patto tra Faust e Mefistofele:

Se dirò all’attimo: sei così bello, fermati! Allora tu potrai mettermi in ceppi, allora sarò contento di morire! Allora suoni la campana a morto, allora non dovrai servire più; l’orologio si fermi, la lancetta cada, e sia passato il tempo che mi è dato.

Parricidio artistico di un genio del Novecento nato 137 anni fa

“En arte hay que matar el padre” confidò ad un amico il futuro inventore del cubismo quando, nell’autoritratto Yo Picasso del 1901, decise di togliere definitivamente il cognome paterno dalla firma dei suoi quadri. Il padre, don José Ruiz, era un modesto pittore specializzato in quadri da soggiorno in cui i piccioni apparivano come soggetto prevalente. Era anche professore alla scuola di Belle Arti a Barcellona, qualifica che mascherava un fallimento artistico messo ancor più in evidenza dal talento smisurato del figlio.

Pablo Picasso, nato nel segno dello Scorpione il 25 ottobre di 137 anni fa, non poteva che essere animato dalla passione della controtendenza e per tutto ciò che rompe le abitudini tradizionali. I gesti di rifiuto nei confronti della discendenza paterna e la successiva identificazione con il cognome della madre ci riportano metaforicamente al mito di Edipo. Pablo nutrì sempre una certa indifferenza per i sentimenti del padre, con il quale non sentiva alcuna affinità, né fisica né tantomeno artistica; si sentiva invece molto legato alla madre, dalla quale aveva ereditato un fisico non alto ma robusto, gli occhi neri dallo sguardo perforante e la forma esile ma raffinata delle mani. Sarà questo il motivo principale per cui, in molti dei suoi quadri, non trascurerà mai i particolari degli sguardi e delle mani. E’ proprio il mito stesso a proporci un’interessante chiave di lettura della cecità, tema ricorrente che ritroviamo nei suoi dipinti tra il 1901 e 1904. La maggior parte dei critici e dei biografi picassiani accomuna la cecità con la tristezza, la malinconia, la povertà e la fame, condizioni umane alle quali il pittore ha associato simbolicamente la freddezza del colore blu. Qualcun altro ha fatto invece notare che don José Ruiz stava perdendo la vista proprio in quegli anni e che quindi l’ipocondriaco Picasso temeva la cecità come un destino personale. In verità il finale tragico di Edipo, che si strappa gli occhi dopo aver appreso la verità dell’uccisione del padre e dell’incesto con la madre, equivale psicologicamente ad un processo obbligato di introspezione che conduce alla conoscenza di se stessi.

Nel dipinto Vecchio cieco e ragazzo è probabile che Picasso faccia riferimento al profeta cieco Tiresia, interpellato da Edipo per svelare l’identità dell’uccisore di Laio. James Hillman dice: “L’accecamento di Edipo alla fine è l’esito del suo modo di procedere-seguire le tracce, interrogare, cercare la verità su se stessi, discoprimento di sé. Il conosci te stesso equivale qui alla cecità: quando, seguendo il metodo edipico, finalmente vengo a sapere chi sono, il risultato è l’accecamento, la cecità.”

In quegli anni stava germogliando l’opera più innovatrice dal periodo del rinascimento, che ebbe il coraggio di sfidare e distruggere secoli di tradizione. ”Le mie opere sono somme di distruzioni” usava dire Picasso in perfetta sintonia con la sua natura scorpionica; e forse il vero padre ucciso dall’artista andaluso è stato un certo canone di bellezza, a cui andava opposta resistenza per rinascere secondo i dettami di una musa interiore.

Il 1907 sarà l’anno di svolta della sua carriera artistica. E’ Matisse a farlo avvicinare alla scultura africana, nella quale scopre un esempio di semplificazione delle forme totalmente svincolato dalle leggi della prospettiva rinascimentale. Con il quadro Les Demoiselles d’Avignon Picasso elimina ogni elemento ornamentale e virtuosistico, diventando per la prima volta se stesso e dando origine a quel movimento artistico rivoluzionario che verrà denominato cubismo. I corpi nudi delle cinque “signorine” (nome eufemistico con cui i borghesi francesi chiamavano le prostitute) non si rifanno al concetto convenzionale di bellezza, ma hanno forme essenziali e quasi mascoline nel profilo tagliente che le definisce. Si materializza così una nekyia artistica, che in un saggio dedicato espressamente a Picasso Carl Gustav Jung definisce “una discesa nella grotta dell’iniziazione e della conoscenza mistica”.

Il Sole in Scorpione ci rivela, dunque, che le vere origini dell’artista Picasso non possono che trovarsi nella profondità di Ade-Plutone, pianeta che governa il suo segno, in quell’abisso che separa l’incantevole fascino del suo periodo rosa dalle mostruose proporzioni del primitivismo, le cui orrende asimmetrie disprezzano l’estetica bidimensionale ma acquistano volume e nuova vita. Il processo di occultamento è caratteristico nello Scorpione, segno governato da quell’Ade mitologico che nascondeva l’identità sotto il suo elmo che lo rendeva invisibile. Picasso faceva spesso ricorso all’uso del travestimento personale, che lo portò ad immaginarsi nei suoi quadri in ruoli diversi (Arlecchino, Pierrot, scimmia, Minotauro, cavallo, civetta, colomba).

Nelle opere di un pittore dello Scorpione non potevano comunque mancare due temi come l’amore e il sesso. Diceva che “dipingere è come fare l’amore” e, in effetti, ogni relazione importante riuscì a condizionare lo stile dei suoi quadri. Per lui il dipingere una donna fu come un atto di fedeltà alla vita, un diario passionale che ci ha raccontato il mondo delle sue emozioni, oscillanti tra attrazione, innamoramento, tenerezza, gelosia, ossessione e cinica spietatezza. All’inizio degli anni Trenta, per esempio, nel periodo in cui doveva nascondere alla moglie Olga la relazione con la diciassettenne Marie-Therese, scelse come travestimento personale la figura mitologica del Minotauro, simbolo del caotico istinto e della trasgressione di ogni moralità e razionalità, che ha bisogno di una riconciliazione con la parte più pura e incontaminata dell’anima junghiana (come avviene nel Minotauro cieco guidato dalla bambina).

Nella vita privata Picasso generò arte sublime ma seminò anche dolore e distruzione. Il primogenito Paulo morì a cinquant’anni drogato e alcolizzato, il nipote Pablito si tolse la vita il giorno del funerale del nonno per avere ingerito candeggina, Olga perse il senno e morì nel 1955, Marie-Therese si impiccò nel 1977, Jacqueline si sparò un colpo di pistola alla tempia nel 1986, Dora subì diverse crisi depressive dopo essere stata da lui ripetutamente picchiata. Picasso ha distrutto le muse entrate nella sua orbita vitale ma in cambio le ha rese immortali con le sue opere. Morte-rinascita, compromesso scorpionico accettabile?

Leggere il futuro per distrarre la mente

Gli uomini dell’antichità hanno a lungo immaginato il futuro come l’ombra minacciosa di un oscuro nemico, impossibile da sconfiggere con il solo colpo di un arma, specie quando appariva nella veste impersonale di una maledizione, un sortilegio, una malattia, un’abitazione distrutta o un raccolto danneggiato. Gli stessi termini “fato” e “oracolo” rimandano ad un responso irrevocabile e incontrovertibile, e ad ogni essere mortale non rimaneva che una rassegnata e ineluttabile attesa. Predire il futuro è divenuta così una pratica ricorrente nelle civiltà più o meno organizzate, l’unico modo per convivere con un’ostilità indefinibile, che vedeva l’uomo così impotente e privo di difese.

Fin da tempi remoti gli uomini hanno interpretato gli eventi come un cenno degli dèi. Lo stesso termine ”numinoso”, coniato dal teologo Rudolf Otto per indicare qualcosa di invisibile ma maestoso, che suscita terrore ma capace di attirare con fascinosa potenza, deriva dal verbo latino nuere, che vuol dire “accennare”. E così, quando Zeus faceva un cenno, accadeva sempre qualcosa di numinoso, perché era il cenno della divinità a stabilire il volere del destino. Il cenno degli dèi celesti poteva essere sussurrato, come nelle profezie delle rune celtiche, su cui gli antichi germani intagliarono misteriosi simboli risalenti al mito di Odino. Era loro tradizione gettarle in aria affinché potessero penetrare il cielo e sentire il sussurro degli dèi sui misteri del futuro.

Il futuro poteva essere letto in un segno, motivo per cui ancor oggi si usano le espressioni “destino segnato” o “segno del destino”. Era per esempio il segno che si manifestava attraverso il sapere magico e assoluto della natura, come nell’aruspicina (da ar, fegato e spicio, guardare), pratica divinatoria etrusca che traeva gli auspici divini dall’interpretazione delle viscere di animali sacrificati. Spettava invece agli àuguri, sacerdoti dell’antica Etruria e poi dell’Impero romano, interpretare la volontà degli dèi scrutando il volo degli uccelli in particolari regioni del cielo

Il segno poteva anche proteggere da un destino nefasto, come avveniva nella pratica degli scongiuri. Nella religiosità cristiana si credeva che bastasse pronunciare il nome di Dio, oppure semplicemente fare il segno della croce, per fugare il demonio. Uno scongiuro molto diffuso ancor oggi è il gesto delle corna con la mano sinistra, segno che troviamo immortalato in centinaia di urne cinerarie etrusche. Era credenza per quel popolo che questo segno armasse il defunto nel viaggio nel mondo delle ombre, dove avrebbe potuto affrontare l’oscurità e tenere a bada gli spiriti maligni.

In alcune pratiche divinatorie il segno del destino prende la forma di un disegno caotico. Guardare nella sfera di cristallo, diventato poi anche il sinonimo più usato di previsione del futuro, significa ricomporre con l’immaginazione i riflessi caotici di molteplici effetti luminosi. Nei Balcani e nell’Europa centrale è molto diffusa la caffeomanzia, ossia la lettura dei fondi del caffè non filtrato, come per esempio il caffè turco o greco. Una divinazione africana prevede invece l’interpretazione del disegno ottenuto con il lancio a terra degli ossi di un pollo appena mangiato. Sempre in Africa, è diffuso l’oracolo di leggere la traccia lasciata da un ragno su un terreno in precedenza cosparso di sabbia.

Nel 1921 Hermann Rorschach propose un test di psicodiagnostica per prevedere la personalità di un individuo in base alle interpretazioni di dieci macchie simmetriche d’inchiostro.

Come negli oracoli descritti in precedenza, anche nel test di Rorschach si guarda un disegno caotico e, mentre il disordine della forma distrae la mente cosciente, s’immagina qualcosa di figurativamente simile. Se pensiamo al cervello umano, è come se il disordine nascosto in tali immagini fosse uno stratagemma per distrarre l’emisfero sinistro della corteccia cerebrale, in modo da liberare e intensificare il lavoro creativo dell’emisfero destro. Serve, in termini psicologici, un abaissement du niveau mental (abbassamento del livello mentale) per entrare in una sorta di trance, uno stato simile al sonno, per far emergere le conoscenze dell’inconscio.

L’invenzione umana dei giochi oracolari, in definitiva, è stato un modo per distrarre i limiti della mente e intravedere le risposte del futuro nell’illimiatezza dell’inconscio. Del resto, tutto ciò che si aspira a conoscere deriva da un gioco tra illimitato e limitato, come ci è stato tramandato dai riti orfici e dai misteri di Eleusi. La contrapposizione illimitato-limitato è presente in modo esplicito nel Merindilogun, oracolo yoruba noto anche come jogo de búzios. E’ una tecnica divinatoria utilizzata in Brasile negli ambienti religiosi, nella quale il destino è deciso dal lancio di sedici conchiglie in un vassoio circolare o all’interno di un cerchio di collane sacre. Le conchiglie sono un chiaro riferimento all’illimitatezza del mare, mentre la circolarità dei contenitori non può che alludere al limite del temenos, il recinto sacro e inviolabile che impediva l’ingresso agli spiriti malvagi. La pratica oracolare è riservata solamente a un medium, che dopo aver realizzato un lungo processo di evoluzione spirituale, giunge alla conoscenza di simboli, miti e leggende. Si tratta di una vera e propria iniziazione, basata sullo studio, la curiosità e l’amore per il sapere, che permette di sviluppare al meglio una delle vie privilegiate per scendere nelle profondità della psiche umana. Quanto maggiore è la conoscenza del medium tanto più potente sarà il flusso dell’inconscio. Ciò dovrebbe aiutare a distinguere i chiaroveggenti improvvisati dai veri divinatori, e comprendere che ai secondi soltanto è dato il privilegio di sentire il responso degli dèi sul futuro.

 

La Legge del talento e della diversità

Qualche giorno fa, nel giorno del mio anniversario, mi son chiesto perché tendiamo a dare sempre più enfasi alle feste collettive, come Natale, Capodanno e Pasqua, mentre sottovalutiamo la ricorrenza della nostra nascita. Noto con il passare degli anni che è sempre più sentito il bisogno di scambiarsi gli auguri e di diffondere, più o meno ipocritamente, una specie di fratellanza universale nei giorni che precedono le festività collettive, con persone che poi magari durante l’anno non vediamo più. Il motivo mi sembra abbastanza chiaro seppur molto preoccupante, ed è quello che il bisogno di appartenenza al gruppo colma il vuoto della nostra specificità.

Un altro segno paradossale dei nostri tempi è quello che il ricordare l’account e i vari pin per esistere nel mondo informatico e social ci dà l’illusione di essere diversi e protetti, ma poi quegli stessi codici ci immergono in un mare di uguaglianze, dove vogliamo che tutti sappiano di noi, anche se poi ci assale il dubbio che la vita che stiamo facendo, forse, non rispecchia per nulla ciò che siamo per davvero. L’etimologia della parola “paradosso” è “andare contro (para) l’opinione (doxa)”. Propongo una via per curare i molti paradossi cui siamo sottoposti quotidianamente, quasi una sorta di cura omeopatica, che guarisca la patologia con una sostanza simile (da omeo-simile, pathos-sofferenza): vivere il nostro paradosso per cacciare i paradossi della società.

Lo psicologo Jacques Lacan diceva che dovremmo sempre saper rispondere alla domanda “hai agito in conformtà al desiderio che ti abita?”. Il desiderio che abita la nostra interiorità è rispettare la nostra vocazione e liberare il nostro talento. I talenti degli antichi erano unità di misura per metalli preziosi, e dunque il talento è il nostro bene più prezioso, fonte di felicità e luce della nostra creatività. Nella Repubblica di Platone il mito di Er racconta che, prima della nascita, l’anima di ciascuno di noi sceglie un destino particolare, unico, personale. Tuttavia, nel venire al mondo, dimentichiamo tutto questo, e sarà un daimon, il nostro “angelo custode”, a ricordarci in vita il nostro vero destino. James Hillman, nel libro Il codice dell’anima, ci ricorda che il nostro “codice identificativo” non è una sterile sequenza di caratteri e cifre che compongono i nostri pin e account informatici, ma è qualcosa di molto più profondo e difficile da trovare: si tratta della nostra vocazione, l’unica vera Legge, il vero e unico motivo per cui siamo stati chiamati (vocati) in questa vita.

La vera colpa, in definitiva, è non rispettare questa Legge, non agire in conformità al nostro desiderio, non ascoltare la voce del daimon. Nel suo libro Il Processo Kafka narra della vicenda di un signore di trent’anni, Joseph K., che una mattina si sveglia trovandosi inspiegabilmente in stato di arresto. Non sa di cosa sia incolpato e dice di non conoscere la Legge. Ma è proprio così – obietta il Tribunale – che ragionano coloro che si limitano a lasciarsi vivere e non si occupano di conoscere la propria Legge, quella arcana e personalizzata che segue le vie del talento individuale. Il capo d’accusa è quindi il “venir meno a se stessi”. Il finale de Il Processo è curioso e significativo; il signor K. giunge davanti alla porta della Legge, che gli darebbe accesso alla libertà, e chiede la chiave al cappellano del carcere. Fra preghiere e lusinghe, attese e tentativi di corruzione, il signor K. rimane davanti alla porta fino a quando muore e, solo in quel momento, il custode la chiude, perché l’accesso a quella porta, da sempre aperta, era riservato solo all’inconsapevole prigioniero.

Quello che ci ha insegnato Kafka con il suo racconto immaginario è che rinunciare alla nostra vita personalizzata significa rinunciare alla libertà. Lo stesso tema è sviluppato nel libro Fuga dalla libertà di Eric Fromm, dove viene magistralmente spiegata la dinamica perversa nelle forme di autoritarismo del Novecento, che hanno condotto l’umanità alla distruzone di massa. Per il singolo individuo sociale è più facile seguire la voce del dittatore che quella del daimon, nel senso che il bisogno di appartenenza alla Legge collettiva è sempre più suadente del bisogno di intraprendere percorsi solitari, diversi da quelli del vile conformismo. Lo stesso avviene a coloro che navigano in mare aperto, che godono inizialmente della libertà di orizzonti infiniti, ma che dopo alcuni giorni vengono inevitabilmente sopraffatti dalla “nostalgia della terra”, che è necessità di approdo in un porto sicuro dove gettare le ancore.

Non è un caso che la parola latina sinus significhi “approdo, baia” e che la terra è l’elemento che più si associa alla figura della Grande Madre nella mitologia antica. Tutto ciò ci riporta alla prima e più importante lotta per la diversità, quella che abbiamo vissuto al momento del parto, quando nascere in un mondo ostile era abbandonare il paradisiaco utero materno, e questa è stata una sofferenza che non potremo mai dimenticare.

Quell’inspiegabile “bisogno di appartenenza” che tanto condiziona la vita delle persone è allora, alla fine, nostalgia di utero e di madre. Ma ognuno di noi ha il diritto, nonché il dovere, di vivere nel pieno della propria diversità, che è desiderio della propria Legge. Il figlio deve avere la forza di vivere il “desiderio della propria differenza”, così come la vera genitorialità è quella di amare il figlio per questa differenza. Il vero genitore deve saper amare il figlio nel suo essere diverso dalle aspettative di famiglia, e così essere figli giusti vuol dire, alla fine, essere figli eretici dell’eredità genitoriale.

Il vero “pin” che apre la porta della nostra vera libertà è un codice alfa numerico difficile da trovare, ma è questo, mi sembra, l’unico segreto che ci permetterebbe di vivere felici e in sintonia con noi stessi, fedeli al nostro destino e non a quello che ci sforziamo di vivere per paura di non essere amati e considerati dagli altri. Festeggiate di più i vostri compleanni, viziatevi quando potete, prendetevi cura di voi, dedicate una parte della giornata al benessere fisico e alla lettura dei vostri libri preferiti, coltivate i talenti, non trascurate i piaceri della vita. Abbiate anche il coraggio di vivere la vera eccentricità, che è vivere fuori dal conformismo (ex- centrum, fuori centro), lontani dal pensare comune, un po’ paradossalmente (contro opinione appunto), quasi sembrando un po’ strani se non addiritttura pazzi. Ma sono i gesti di follia a renderci davvero felici, come gli amori pazzi e sconsiderati. Certo, ci vuole coraggio a vivere la diversità, ma anche coraggio vuol dire “agire col cuore”, “seguire la via del cuore”, come ci consiglia Carlos Castaneda:

Tutte le strade sono uguali, non conducono in nessun posto.
Ci sono vie che passano attraverso la boscaglia, o sotto la boscaglia.
Questa strada ha un cuore?
E’ l’unico interrogativo che conta.
Se ce l’ha, allora è una buona strada.
Se non ce l’ha, è da scartare
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La responasabilità degli insegnanti nella comprensione della matematica

“Se gli allievi non capiscono, il torto è dell’insegnante che non sa spiegare. Nè vale addossare la responsabilità alle scuole inferiori. Dobbiamo prendere gli allievi così come sono, richiamare ciò che essi hanno dimenticato, o studiato sotto altro nome. Se l’insegnante tormenta i suoi alunni, e invece di cattivarsi il loro amore, eccita odio contro sè e la scienza che insegna, non solo il suo insegnamento sarà negativo, ma il dover convivere con tanti piccoli nemici sarà per lui un continuo tormento.”

Sono le parole di Giuseppe Peano (1858 -1932), eccentrico matematico piemontese. Si racconta che più di una volta, perduto dietro ai suoi calcoli, dimenticò di presentarsi alle sessioni di esame[. Il suo contributo più importante nella matematica furono gli assiomi che definivano l’insieme dei numeri naturali, i quali vennero ripresi anche dal filosofo matematico Bertrand Russell nei suoi Principia Mathematica. In sostanza gli assiomi di Peano affermano che l’insieme dei numeri, quello dei numeri che contiamo con le dita di una mano, e cioè 0, 1, 2, 3, 4, ecc…, può essere anche definito così: basta stabilire che vi sia un primo elemento e che, dopo ogni elemento, esiste sempre un elemento immediatamente successivo. Altrimenti detto, si può sempre affermare che un insieme ha le stesse caratteristiche di un insieme di numeri naturali purchè si è in grado di disporre in fila uno dietro l’altro i suoi elementi, anche se in numero infinito.

Peano fornì anche il primo esempio di una curva che riempie una superficie (la cosiddetta curva di Peano), che fu anche uno dei primi esempi di frattale di fine Ottocento. L’obiettivo di tale “paradosso” geometrico, che lasciò i matematici di allora molto sorpresi e perplessi, era di evidenziare che anche una curva, ente geometrico ad una sola dimensione (e che Euclide aveva definito fin dall’antichità come “lunghezza senza larghezza”), poteva avere la strana proprietà di riempire tutto un quadrato, figura a due dimensioni, che si estende geometricamente sia in lunghezza che in larghezza.