Numeri che avvicinano al sapere assoluto

Nel corso della sua storia millenaria l’umanità si è interrogata spesso sull’esistenza di un “sapere trascendente”, che si sottrae ad ogni logica e che sembra coordinare l’accadere degli eventi. L’uomo primitivo attribuiva a questo misterioso sapere un potere magico e soprannaturale. Si pensava, per esempio, che fosse lo spirito di un nemico a causare la malattia o la morte, mentre era uno stregone a mandare il coccodrillo che nel fiume aggrediva qualche malcapitato. Nell’antica Cina la “causalità magica” dei primitivi divenne il senso del Tao, invisibile e impercepibile, che organizza l’ordine universale con la semplice alternanza di due forze complementari, madre-Yin e padre-Yang di tutto ciò che accade. In Occidente fu l’enantiodromia di Eraclito a proporsi come la filosofia più fedele al pensiero taoista. Il sapere assoluto, che conferiva senso e ordine a tutta la realtà conoscibile, era immaginato come un processo unico e invariante di fusione tra mutamenti ed opposti ambivalenti. Un secolo dopo, sempre in Occidente, Platone formulò la sua dottrina delle Idee, che prevedeva l’esistenza di una conoscenza trascendente capace di mettere in contatto il mondo eterno e immutabile delle Idee-archetipi con tutte le cose mutevoli del mondo fisico. Secondo la filosofia di Platone, ogni dettaglio microcosmico del mondo materiale tende ad imitare la perfezione dei modelli-Idee, perché aspira a ritrovare una sua corrispondenza nell’intellegibilità sovraordinata del macrocosmo. La stessa concezione totalitaria è presente nel Tao, dove gli eventi singoli non contano in sé e per sé, ma risuonano sempre con qualcosa di simile nel quadro cosmico generale. Deve pertanto esistere, da qualche parte, un sapere assoluto, che trova la sua manifestazione attraverso un rapporto di similitudine tra microcosmo e macrocosmo. Fu questo il credo esoterico posto a fondamento di tutte le pratiche di alchimia, magia e astrologia.

È vero senza menzogna, certo e verissimo, che ciò che è in basso è come ciò che è in alto e ciò che è in alto è come ciò che è in basso per fare i miracoli di una sola cosa. E poiché tutte le cose sono e provengono da una sola, per la mediazione di una, così tutte le cose sono nate da questa cosa unica mediante adattamento.”

Sono le parole di Ermete Trismegisto, incise su una tavola di smeraldo ritrovata in Egitto prima dell’era cristiana e che costituiscono il compendio dell’antica tradizione ermetica. L’adattamento cui fa riferimento Ermete Trismegisto divenne la “simpatia di tutte le cose” (simpateia ton olon) di Posidonio, filosofo di Rodi vissuto nel primo secolo avanti Cristo. La sua dottrina conferì all’uomo, materiale nel corpo e ultraterreno nell’anima, la funzione intermediaria tra mondo terreno e sfere celesti. Da questa premessa ispiratrice fiorirono la teoria medioevale della corrispondentia e la filosofia neoplatonica del periodo rinascimentale.

Simpateia e corrispondentia furono, nondiméno, concetti imprescindibili nel pensiero di due illustri medici dell’antichità. Ippocrate immaginò la simpatia come “un unico confluire, un unico cospirare sentendo tutto insieme”, mentre Paracelso localizzò nell’essere umano l’unica corrispondenza possibile di tutto ciò che accade in terra e in cielo. Per Keplero, invece, era nel cuore della Terra, dove la temperatura sotterranea si mantiene costante, che andava ricercato il segreto della corrrispondenza. Lì era custodita l’anima terrae, una specie di grembo materno dotato di facultas formatrix, da cui nascevano le geometrie di metalli, minerali, fossili e cristalli, che poi anticipavano nella forma e nella sostanza tutti gli oggetti del mondo esterno. L’anima terrae era anche responsabile dei fenomeni meteorologici; ad esempio, la pioggia eccessiva era considerata come un sintomo di malattia della Terra. Un tale assunto era peraltro in linea con la visione geocentrica dell’astrologia tolemaica, che prevedeva la Terra, e non i pianeti, come sede di sincronicità degli eventi.

Un secolo dopo, ispirato dalla teoria kepleriana, fu Leibniz a sviluppare il suo pensiero filosofico incentrato sul concetto di “monade”. L’atomismo materiale di Democrito venne così rimpiazzato da un atomismo spirituale, una sinfonia di universi in miniatura, indipendenti tra loro ma in grado di accordarsi in virtù di un sapere assoluto e divino. Leibniz chiamò harmonia praestabilita questa conoscenza a priori, per mezzo della quale Dio forma le sostanze individuali in modo così perfetto che esse si accordano per necessità, seguendo ciascuna le sue leggi preordinate.

Nel secolo diciottesimo il fascino di un sapere trascendente, simile ad un regista divino che coordina l’accadere delle cose, fu oscurato definitivamente dal determinismo di Newton, unica possibilità di concepire la materia attraverso la mente. Ma già a metà del diciannovesimo secolo, pur in un clima generale di ostinato materialismo, l’antica credenza di un Tutto intelligentemente connesso riapparve nella filosofia audace e rivoluzionaria di Schopenhauer. Il suo breve trattato Speculazione trascendente dell’apparente disegno intenzionale nel destino dell’individuo, che tanto influenzò sia Freud che Jung, inizia con la citazione di Plotino “il caso non esiste nella vita, ma c’è solo un ordinamento armonico”. Il filosofo di Danzica era convinto che, a fianco della legge di causalità fisica, responsabile solo in parte degli eventi del mondo materiale, agisse una volontà trascendente paragonabile alla divina provvidenza. L’antico motto “sic erat in fatum” andava visto, allora, come un apparente disegno intenzionale, capace di unire la contingenza dei fenomeni con l’intima necessità di ogni individuo. La fervida immaginazione di Schopenhauer vedeva il processo del mondo come un’infinità di singole catene di cause e effetti, assimilate a dei meridiani che scendono dal polo nella direzione del tempo e che risultano connessi reciprocamente tra loro da cerchi paralleli. I caratteri dei singoli individui apparirebbero così legati tra loro da eventi che, pur apparentemente privi di rapporto causa-effetto, poiché appartenenti a meridiani diversi e lontani nello spazio, si troverebbero in un certo istante connessi simultaneamente dai paralleli orizzontali, proprio come avviene nelle coincidenze significative della sincronicità.

Comunque si tenti di dare nome o forma ad un sapere assoluto e numinoso, in grado di legare sensatamente tutti gli eventi del mondo vivente e inanimato, pare che ad esso non sia mai concesso di rivelarsi completamente. E agli esseri umani, di questa conoscenza arcana, non rimane che la copia sbiadita e nebulosa, un sapere apparente che può essere reso al più verosimile o probabile. La verità sulle cose è rimasta così da sempre inaccessibile per i comuni mortali, e solo alle muse dell’Olimpo, come scritto nella Teogonia di Esiodo, era concessa la prerogativa divina di rendere le bugie simili al vero.

Le bugie delle muse possono trapelare dai sogni e dalle narrazioni mitiche, dalle figure allegoriche dell’alchimia e della cartomanzia, da intrecci planetari o da formule magiche. Il loro senso usa rivelarsi per simbolismi analogici e non assecondando i ragionamenti della causalità. Sono questi i cenni criptici di un sapere numinoso, dotato di coscienza sfumata che però si sottrae alla logica della mente umana. E’ un sapere “preconcettuale” e privo di soggetto, simile al sapere delle monadi di Leibniz o alla volontà trascendente di Schopenhauer. Nelle coincidenze della sincronicità è sempre un sapere acausale a coordinare gli archetipi dell’inconscio collettivo. Jung li paragonò a nuvole di conoscenza, che si condensano come nuclei di un campo psichico, da cui scaturiscono immagini, simboli e numeri. Sono nuvole di conoscenza anche le tecniche divinatorie, che generando casualmente eventi sincronistici mediante monete, achillee, dadi, fondi di caffè, carte e altro, creano il fato per sapere “che cosa ne pensi l’inconscio” del futuro.

Le nuvole di conoscenza possono arrivare dal cielo, come quel numero che Prometeo dona all’umanità poiché condensato di suprema saggezza; ma possono anche emergere dalla profondità delle acque, sotto forma di un quadrato magico sul dorso di una tartaruga, per dar origine alla più antica tecnica divinatoria che gioca con i 64 numeri dell’I-Ching. Anche secondo Pitagora il sapere assoluto si rivelava sempre travestito da numero, l’unico daimon possibile tra il divino e i fenomeni manifesti della natura. Fu lui per primo a rimanere estasiato dal sorprendente legame tra alcuni semplici rapporti numerici e le note musicali. Era la prova tangibile di una coscienza numerica in grado di coordinare le leggi naturali, e l’unico privilegio che rimaneva agli esseri umani era quello di scoprire nel tempo il mirabile ordine nascosto in eterno nell’universo. E’ ancora una coscienza numerica a rivelarci le dimensioni frazionarie dei frattali, che tanto estasiarono un incredulo Benoit Mandelbrot in tempi più recenti. Seguendo lo stesso percorso tracciato da Leibniz, il matematico polacco scoprì che era una nuova harmonia praestabilita, l’autosomiglianza, a generare universi in miniatura – alberi, tuoni, nuvole, cristalli di neve, coste, catene montuose – e a modellare la geometria complessa della natura mediante semplici rapporti logaritmici.

La fisica moderna ha ipotizzato che l’universo stesso può essere immaginato come un unico frattale, in cui nessuna parte è più fondamentale di altre e dove ogni particella è in reciproca interdipendenza con tutte le rimanenti. E’ l’ipotesi del bootstrap, secondo la quale esisterebbe un’unica matrice di probabilità (nota come matrice S) in grado di prevedere le possibili interazioni nucleari tra adroni, particelle responsabili di tutte le strutture atomiche e molecolari. L’intero universo di adroni genererebbe così se stesso, autoreggendosi e autodeterminandosi nell’unico modo previsto dalla matrice S, la moderna rete di Indra del buddismo Mahayana.

Il Tao della fisica moderna è allora un universo simile ad un mega intreccio particellare, dove il sapere assoluto è la misteriosa “connessione simultanea a distanza” caratteristica dell’entanglement, traducibile in termini matematici ma che trascende le spiegazioni causali dell’intelletto umano. E’ un sapere dotato di protocoscienza numerica anche quello dei numeri quantici, che conferiscono univocamente ordine e forma alle strutture atomiche di tutti gli elementi presenti in natura. Sono di natura probabilistica, al pari della matrice S, la legge dei grandi numeri, il moto browniano, l’entropia e il principio di indeterminazione quantistica, strumenti matematici che spiegano perché percepiamo lo scorrere del tempo e “cosa e come possiamo osservare” dei fenomeni fisici. Sono le leggi numeriche di un sapere apparente, che rendono approssimativo un sapere assoluto altrimenti inconoscibile, nel cui profondo è nascosta la Verità dei presocratici e “il presente in tutti i suoi dettagli” di Heisenberg. In una lettera indirizzata a Jung e datata 12 dicembre 1950, Pauli paragonò le leggi della fisica agli archetipi delle arti divinatorie e della psicologia, postulando l’esistenza di diversi tipi di ordinamento olistico e acausale in natura, all’interno dei quali agiscono spontaneamente principi ordinatori e formativi di immagini, numeri e formule matematiche.

Esiste dunque un sapere assoluto, inizialmente inconoscibile, che giace in un eterno presente privo di limiti spaziotemporali, ma che può essere avvicinato da un sapere apparente fatto di nuvole di conoscenza. Queste “chiazze” di sapere approssimato sono prodotte da nuclei energetici ordinatori e formativi – gli archetipi – che agiscono olisticamente ad ogni livello di manifestazione della realtà. Se la realtà è quella psichica, saranno gli archetipi dell’inconscio collettivo a rendersi conoscibili attraverso immagini, simboli e numeri; se la realtà è quella dei fenomeni fisici, gli archetipi generano costanti universali, modelli matematici e leggi probabilistiche, rendendo così conoscibile e verosimile, su scala macroscopica, un sapere assoluto distribuito sui dettagli di una fittissima rete microscopica, onnicomprensiva e onnipresente, in cui le nozioni di spazio e tempo, così come concepite dalla coscienza degli esseri umani, vengono a dissolversi.

Sin dai tempi antichi i velieri della conoscenza hanno seguito le mappe numeriche di un sapere apparente pur di non perdersi nelle acque infinite e negli abissi insondabili di un sapere assoluto. Fu da quei mari interminabili e lontani da terre sicure, invero, che evaporarono in cielo nuvole di conoscenza e rotte di navigazione. Filosofi saggi e barbuti, ma anche moderni fisici in camice bianco, riordinarono i pezzi di un puzzle cosmico dalle cui combinazioni emersero sorprese inimmaginabili. Scoprirono, per esempio, strani isomorfismi tra gli esagrammi dell’I-Ching e i codoni del DNA, tra gli arcani maggiori della cartomanzia, le lettere dell’alfabeto ebraico e gli aminoacidi partenogenetici. E’ così, del resto, che amò rivelarsi il senso arcano di un sapere primordiale ed eterno dell’esistenza, dotato di coscienza numerica, che non fa differenza alcuna tra materia e psiche, tra fisica e psicologia, tra biologia e divinazione, tra passato e futuro. E per contemplarne i prodigi, basterebbe imbarcarsi su quei velieri ondeggianti, attendere l’imbrunire e fingerci quel giovinetto, che ascolta Archimede mentre loda l’orbita di Urano in una notte stellata.

“Ciò che tu vedi nel cosmo non è che il riflesso del divino, nella schiera degli Olimpi troneggia il numero eterno.”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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